MARIA BORGESE.

LA CONTESSA LARA.
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1936. Treves Stampa, Milano. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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UNA VITA DI PASSIONE E DI POESIA NELL'OTTOCENTO ITALIANO.
SECONDA EDIZIONE.
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PREFAZIONE
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La Contessa Lara: un nome celebre, quasi glorioso, di poesia femminile, sullo scorcio dell'Ottocento. Se ne parl conte di una nuova Saffo, di una nuova Gaspara Stampa.
 un nome celebre di passione. La sua vita  chiusa fra due truci fatti di sangue che allora riempirono di piet e di clamore l'Italia.
Oggi, oltre il nome, resta poco di lei. Non molti cercano i suoi libri dove pure, fra cose mediocri, sono cose vive, eccellenti. Non molti della tragica cronaca ricordano altro che l'eco.
L'autrice di queste pagine ha fatto del suo meglio per raccogliere quanto poteva di notizie, e documenti, e immagini, dall'atto di nascita alle circostanze pi drammatiche e decisive di questa vita e di questa morte. Bench su certi fatti e nomi sia stata costretta a tenere il riserbo o addirittura il silenzio, essa spera di avere illuminato non inutilmente un episodio notevole, e finora pochissimo studiato, della vita sentimentale e poetica italiana alla fine del secolo scorso.
Parecchi le furono larghi di consiglio e di aiuto, durante le ricerche, ai quali va la sua gratitudine. Alcuni, uomini e donne che conobbero la Contessa Lara, la incoraggiarono a questo lavoro. Essa non la conobbe mai, ma fu sempre animata da una grande umana simpatia, di donna a donna, per questa infelicissima che fu tanto migliore della sua fama.
M. B.
"....Ella era una fantastica
Donna vestita a bruno
Che ador i fiori, i dolci canti e i vergini
Sorrisi de l'infanzia.
Ha pianto molto.... e non la pianse alcuno."
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CAPITOLO PRIMO.
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La Badia Fiesolana. - I Cattermole. Evelina Cattermole e le sue prime liriche. - I Poniatowski. - La principessa internazionale. - La Corinna italica. - Pasquale Stanislao Mancini. - Le nozze di Evelina.
Piero Barbra nei Quaderni di memorie ci dice come la storica Badia Fiesolana verso il 1850 fosse stata divisa in quartierini pi o meno piccoli, e affittati per la villeggiatura a prezzi irrisori, a otto o nove famiglie molto bene raccomandate all'arcivescovado fiorentino, a cui la Badia Fiesolana apparteneva. Fra i villeggianti c'era un certo Guglielmo Cattermole che invitava spesso Gaspero Barbra, il quale conobbe proprio alla Badia Fiesolana il prete Giambattista Pierucci (di cui c' un profilo nelle Memorie di un editore) con la sorellastra e una nipotina di diciassette anni. Questa signorina divenne la moglie di Gaspero Barbra e la madre di Piero e di Luigi, ora scomparsi, e di Gino, continuatore della bella e viva casa editrice, creata dal loro padre.
Strana gente i Cattermole. Il padre era venuto dalla Scozia dove s'era gi creato una prima famiglia, poi una seconda. A Firenze in terze nozze spos una bella signorina bionda, di nome Elisa e di cognome straniero - eccellente pianista - la cui madre si chiamava Antonietta Fanciullacci e parlava con forte accento romagnolo. Si sussurrava, dice Piero Barbra, che un frate di San Marco avesse per la ragazza un affetto paterno. Ogni tanto andavano alla Badia Fiesolana anche i figli, diciamo cos, scozzesi. Uno, figlio della prima moglie, si chiamava come il padre, Guglielmo. Aveva studiato a Firenze il violino alla grande scuola del Giorgetti, poi a Milano col celebre Bazzini, infine coi maggiori violinisti belgi. In Belgio spos la figlia di Francesco Giuseppe Fetis compositore e musicografo belga. Ma il legame fra Guglielmo Cattermole e la figlia di Fetis non fu felice, si dice per causa della moglie, e presto fu spezzato. Dal 1890 a circa il 1897 Guglielmo suon nell'orchestra di Montecarlo; non era un solista, ma era assai apprezzato fra gli intenditori.
Magro, altissimo, con occhi azzurri, la fronte sporgente, era molto generoso, buono e sentiva profondamente l'amicizia.  sepolto nel Principato di Monaco dove molti lo ricordano. Parlava benissimo, oltre l'inglese e il francese, anche l'italiano con un forte accento fiorentino.
Si occupava pure di botanica e soprattutto di giardinaggio; spesso era trascurato nel vestire per quanto avesse innato il senso dell'eleganza. Quando gi si usavano le biciclette, Guglielmo Cattermole amava inforcare il velocipede primitivo formato da una grandissima e da una minuscola ruota, e cos alto com'era, a cavallo di quel trabiccolo, sembrava che dovesse ruzzolare da un momento all'altro. Abit per molti anni, e fino alla morte, con una famiglia Babin, padre, madre e una figlia letterata. Era con soddisfazione un po' infantile che si vantava di aver conosciuto i pi grandi musicisti europei. L'altra sorella, Eufrsina, figlia della seconda moglie, si spos nel 1864 a Firenze con un certo Giuseppe Cherubini e and a stare a Marciana Marina, dove ebbe un primo figlio che l'Evelina tenne a battesimo e al quale si mise il nome di Agostino. In seguito, i coniugi Cherubini si stabilirono a Caracas nel Venezuela, dove l'Eufrsina rimase vedova con diversi figli. Dal matrimonio con l'Elisa il Cattermole ebbe solamente l'Evelina che lo stesso Piero Barbra ci descrive cos nei suoi ricordi di quando aveva cinque o sei anni: "Una bambina presso a poco della mia et che vedevo spesso nel giardino annesso al loro appartamento, vestita come quei bambini che vanno in processione, i cos detti angioli: e un angioletto sembrava veramente, cos bianca bionda e diafana. I suoi genitori, gli amici, anche chi non la conosceva, l'ammiravano, l'accarezzavano, la mangiavano co' baci. Tutti andavano a gara inconsciamente nel guastarla. Io non l'avvicinai mai, sebbene me ne struggessi." E l'ambiente della Badia Fiesolana deve essere rimasto molto vivo anche nella memoria della bambina Cattermole, se molti anni pi tardi, e cio nel 1893 pot descriverlo molto vivacemente, in una sua novella intitolata la Rosona, e che fa parte del volume Storie d'amore e di dolore.
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Quando era nata l'Evelina, e dove? Il De Gubernatis nel suo Dictionnaire international des crivains du jour dice: "Lara (Contessa) nom de plume d'une femme pote anglo-franco-russe (mademoiselle Eveline Cattermole) ne, de pre anglais et de mre russe,  Cannes, en Provence, le 23 ottobre 1858. Elle a t leve pendant quattre ans au Sacr Cur de Paris et a achev son ducation en famille..." Anche Guido Mazzoni, nell'Ottocento segue la data del De Gubernatis.
Eugenia Levi in Dai nostri poeti viventi, e dopo di lei il Croce ed altri la fanno nascere a Firenze nel 1851. Nessuna delle due date  convincente se si considera che il primo volume di Eva Cattermole  del 1867; ci significherebbe che fu pubblicato quando l'autrice aveva nove, o nel migliore dei casi sedici anni. Impossibile, perch il volume, pur non essendo niente di eccezionale, dimostra una conoscenza della vita troppo difficile a quell'et. D'altro canto le ricerche fatte negli archivi del Sacr Cur a Parigi non hanno dato nessuna traccia della educanda Eva Cattermole.
Federigo Verdinois nei suoi Ricordi Giornalistici, scherzando, molto probabilmente ha ragione quando afferma che il Dizionario del De Gubernatis  stato compilato da ciascun autore per proprio conto. La contessa Lara, con quella sua vena fantastica, pens prima, poi scrisse, e forse in certi momenti arriv a credere davvero di essere nata a Cannes da madre russa oltre che da padre inglese, e di essere stata educata al Sacr Cur. Questa sua fantasticheria di essere nata in Francia, la ritroviamo poi nel 1892 nella Tribuna Illustrata in una rubrica che la Contessa Lara scriveva sotto il titolo di Cronaca femminile, dove parlava quasi esclusivamente di mode. In una di queste cronache, facendo della reclame ad una casa di profumi di Francoforte sul Meno ella dice:
"Ero un po' prevenuta contrariamente, lo confesso: non per niente si  nati dal suolo di Francia. Ma dinanzi all'evidenza dei fatti... ecc., ecc."
In quanto al diminuirsi gli anni il peccato  tanto comune che non  pi peccato. Una volta un amico le chiese:
- Quando sei nata?
Al che ella rispose con quella grazia che era solamente sua:
- Il giorno tale, del mese tale, dell'anno tale, quando mi baciasti la prima volta.
E per parecchi anni, quel giorno, ella festeggi la nuova data di nascita.
Ma bisognava trovare la data vera. Cercarla a Cannes? A Firenze? Certo dall'atto di morte doveva risultare l'anno di nascita. Delusione. L'atto di morte del Comune di Roma  inesatto; in esso si certifica che: ".... nel giorno primo dicembre corrente (1896) mor in Roma Cattermole Evelina di anni quarantadue, pubblicista, residente in Roma Via Sistina N. 27; nata a Cannes (Francia) dal fu Cesare e da (ignorasi), coniugata a Mancini Eugenio".
Secondo questo atto l'Evelina sarebbe dunque nata nel 1854. Finalmente dal R. Archivio di Stato di Firenze, Sezione 3, Stato civile Toscano, ho potuto avere il certificato di nascita:
"Cattermole Eva Giovanna Antonietta di Guglielmo e di Sandusch Elisa, nacque a Firenze il ventisei ottobre 1849".
Come si vede nell'atto di morte, oltre la data di nascita,  sbagliata la paternit e mancano nome e cognome della madre.
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Guglielmo Cattermole non era molto alto di statura, un poco pingue, con la testa ricciuta e gi grigia nel 1868 quando si recava a dare lezione d'inglese a Luigi, a Camillo, a Giannino Antona Traversi (allora piccolissimo) e alla loro sorella Margherita, divenuta poi Contessa Colleoni; le altre due sorelle, Teresita, ora vedova Giampietro, e Bice moglie del Presidente dell'Accademia d'Italia Tommaso Tittoni, erano allora troppo piccine per imparare le lingue straniere. La famiglia Antona Traversi si era nel 1868 stabilita a Firenze perch il padre era deputato al Parlamento Nazionale e rappresentava il Collegio di Massafra di Lecce. Abitavano il piano terreno del magnifico palazzo Poniatowski che fu poi acquistato dal conte di Mirafiori e quindi dal marchese di Montagliari.
Guglielmo Cattermole parlava spesso agli scolari della sua figliuola Eva, esaltandone l'ingegno e la grande bellezza bionda; era anche dilettante pittore, tipo strano, vivace, e pieno di debiti. Era stato console a Cannes; poi, forse per il suo spirito inquieto, and a piantare le tende a Firenze e per protezione, pare, della Corte di Lorena ottenne un posto d'insegnante d'inglese all'Istituto Tecnico. La piccola Eva imparava musica dalla madre e le lingue straniere dal padre, cos che prestissimo ella pot parlare e scrivere, oltre l'italiano, il francese, l'inglese e lo spagnolo.
Per l'italiano ebbe maestra la signorina Marianna Giarr che passava per buona educatrice. Era figlia del Giarr, famoso maestro di calligrafia, editore dei suoi modelli calligrafici. Marianna scriveva dei versi leggiadri che piacquero anche al Carducci per una certa vena aggraziata e fluida. Una raccolta di questi versi fu pubblicata dal Sansoni di Firenze. Erano amici della giovane Marianna e discutevano e conversavano piacevolmente con lei, Pietro Giannone, l'Aleardi, il Tommaseo, il veneziano Dall'Ongaro, il Prati e i pi noti scrittori ed eruditi del tempo. Nel '66 era fidanzata ad un giovane, Luigi Billi, che divenne poi un bravissimo medico. Fu allora che la Marianna gli cuc con le sue mani la camicia rossa, e gli nascose tra la fodera e la stoffa una medaglia benedetta e credette sempre che, se il suo Luigi ritorn sano e salvo dopo Bezzecca, lo dov proprio a quell'amuleto.
La felicit pareva aver preso dimora nella casa dei coniugi Giarr-Billi; da due anni anche una bimba era venuta con la gioia del suo sorriso. Ma la morte se la port via. In una vetrina del salotto la signora Marianna tenne sempre la maschera in gesso della piccola morta ravvolta in veli bianchi e un orologio che nessuno mai pi ebbe il coraggio di caricare. L'orologio sul comodino della bambina ammalata serviva per segnare l'ora di somministrarle le medicine e quando la bambina spir, per un caso veramente strano, anche l'orologio rimase fermo.
In questa casa il Carducci fu sempre ospite ogni volta che da Bologna and per ragioni di studio o per diporto a Firenze.
Si dice anche che i coniugi Billi si adoperassero come pacieri, ma inutilmente, fra Carducci e Rapisardi dopo le famose polemiche sull'undecimo canto del Lucifero.
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Quando Evelina cominci a scrivere versi? Ce lo dice lei stessa in un articolo su Marianna Giarr Billi: "...correvo nel giardino dove rovinavo le piante per fare il solito mazzo a mia madre, m'era saltato in testa di offrirglielo con dei versi. Detto fatto, insudicio un foglio con la mia grossa calligrafia incerta, un bel foglio dov'era a capo un cuore scarlatto a fiamme gialle, traversato da una freccia d'argento, di quelli sui quali la cameriera mi faceva scrivere al damo; e contenta di me, vado a posar tutto, fiori e versi, sulle ginocchia di mia madre. Ella prese il mazzo, mi abbracci: poi posati gli occhi sulla carta: - Da dove hai copiato questa roba? - domand scherzando. Io, timida, con un risolino fanciullesco e diventando un buon po' rossa, le risposi che erano versi miei; ma allora mia madre, fatta seria, m'intim di dirle subito la pura e schietta verit, sotto pena d'una punizione: e siccome io, piagnucolando, badavo a sostenere che quella era proprio tutta farina del mio grano, ella, non credendo alle mie proteste, mi discacci, stizzita, dalla stanza.
"Per buona sorte, capit in casa nostra Dall'Ongaro. Chi non se lo ricorda quel bel vecchio dagli occhi ridenti pi delle labbra, dall'espressione dolce e spiritosa? Dall'Ongaro vedendomi imbronciata e con gli occhi rossi, domand a mia madre che cosa avessi.
"- La sgridi, la sgridi, professore - gli rispondeva ella rabbonita, scrollando il capo su cui l'onde dei capelli gettavano dei riflessi d'oro. -  cattiva, dice delle bugie alla mamma. Si figuri che c' stata burrasca perch mi vorrebbe far credere che questi versi sono suoi; li ha sciupati lei, s'intende, ma chi sa dove li ha presi! - E porgeva, cos dicendo, il mio scarabocchio al poeta. Egli, che mi teneva sulle ginocchia, lo prese col suo solito sorriso fino, sorriso che andava facendosi ancor pi dolce man mano che leggeva quella mia birbonata zoppa ed informe e ch'io mi gingillavo confusa, intrecciando la sua lunga barba bianca colle ditine. Quand'ebbe finito, ripieg il foglio, lo restitu a mia madre, fra i cui ricordi si trova ancora, e baciandomi in faccia, mi disse: - D'ora innanzi, quando scriverai de' versi, falli vedere a me! Poi, lascia fare, ti trover io una maestra brava, una poetessa vera.... E questa fu Marianna Giarr, che non seppe dir di no al comune amico quand'egli la preg di occuparsi de' miei primi tentativi letterar."
Fra musica, arte e poesia, cresceva e fioriva l'Evelina. Era gi nota per i suoi garbati versi, dice Ugo Pesci in Firenze Capitale, una graziosissima signorina bionda, che pareva scesa da un quadro di Watteau o di Boucher, quando, uscendo dalla Messa della Santissima Annunziata, andava verso San Marco e per via Cavour....
Nel 1867 usc coi tipi di M. Cellini e C. alla Galileiana in Firenze un libro di poesie Canti e Ghirlande dedicato alla madre che frattanto era morta. Il libro di circa trecento pagine  diviso in sei parti. La prima, Primi pensieri,  dedicata al padre; la seconda, Melanconie, alla sorella Eufrsina; la terza, Garzoni, a Pietro Giannone, il martire repubblicano, vissuto per ventotto anni senza casa, senza tetto, senza rifugio; la quarta, Ricordi, a S. A. la Principessa Elisa Poniatowska; la quinta, Ballate, all'amica Elvira Spannocchia; e l'ultima, Rispetti, a Marianna Giarr.
Il libro rende molto bene il carattere della giovinetta: tenero, semplice, sincero, tutto pervaso da affetti familiari, educato alla poesia dell'aereo romanticismo verboso dell'Aleardi e del Prati. E la sua musa  tutta infiorata della usuale paccottiglia dell'epoca: viole del pensiero, non-ti-scordar-di-me, luna, cimiteri, e tutte le melanconie sentimentali possibili e immaginabili. C' una poesia intitolata Per aver perduto un cuoricino donatomi dalla mamma. Un'altra L'avvenire color di rosa, un'altra Sempre mesta; e c' anche, s, un Passero solitario ridotto a strofe metastasiane. Non mancano naturalmente i canti patriottici come Il Garibaldino morente:
Evviva Garibaldi
E tutti i so' sold!
oppure L'addio del soldato italiano o la Figlia del Reggimento che dice:
Quando il soldato - per la mitraglia
Veggo morente - nella battaglia
Io gli sussurro - dolente - addio -
Martire santo - del suol nato;
c' una Serenata in Ispagna che comincia:
Salve o gentil dimora
che ricorda molto da vicino il libretto del Faust:
Salve o dimora casta e pura
e c' anche un Lamento di Margherita che  una involontaria parodia goethiana.
L'Evelina comincia a pensare all'amore:
IL PRIMO AMORE
Io lo conobbi nell'et primiera
Il giovanetto che m'accese il cor,
Tanto l'amai, che mio pensier sol era
Di partire con lui pene e dolor.
O come mi pareva bello e gentile
Quando vr me il vedea muovere il pi
E il suo parlare a un'armonia simle
Promessa eterna mi parea di fe'.
Come era bella la sua chioma bruna
Carezzata dal mite venticel,
Allorquando splendea vaga la luna
Come candida gemma in mezzo al ciel!
O giovinetto la tua ricordanza
S dolce parmi che m'avviva il cor.
Or che l'ultima mia mesta speranza
Come un raggio di sol celasi e muor!
Tanto i canti patriottici con tutto il garibaldinismo e le strofe per Venezia - scritte prima del '66 - come del resto il gusto dei rispetti popolari sono certamente sotto l'influsso diretto del Dall'Ongaro.
L'Evelina che frequentava anche molto la colonia straniera conosceva pure i poeti inglesi; e gi in questo volume ha delle aggraziate traduzioni di Moore come Here's the Bower e un frammento dell'Ode a Nea.
In Canti e Ghirlande vi sono spesso accenni a quel suo primo amore di fanciulla per un giovane - pare - sud-americano che un bel giorno se ne torn in patria lasciando l'Evelina a meditare e a verseggiare assai melanconicamente sui giuramenti e sulla fedelt degli uomini. Ne dnno esempio le poesie: Vivi felice, la graziosa e semplice Preghiera, la Tradita e anche Non m'ami pi:
Ma il tuo nome l'ho gi dimenticato,
Non lo ripete l'eco mai quaggi....
Fra le meste memorie del passato
Ho scritto quella che non m'ami pi.
Sono da notarsi in queste poesie cos giovanili alcuni sintomi di stanchezza della vita, di bisogno di riposo: ricorre spesso il motivo dormir, dormir che poi troveremo sviluppato nella tragica veemenza - dopo molti anni - degli ultimi versi.
Poesie di una signorina sensibile e intelligente - niente altro questi Canti e Ghirlande - che si commuove anche molto per Carlotta e Massimiliano i quali le ispirano delle sestine facilone e risonanti.
Nei rispetti ce n' di veramente graziosi, alcuni dei quali furono musicati. Eccone uno fra gli altri:
SE SIETE BUONA
Se siete buona vi dar un anello
Dove nel mezzo ci sar un rubino,
Se siete buona vi dar un augello
Che avr le penne del color turchino,
Che avr le penne del color del sole,
E un mazzolin di rose e di viole;
Poi vi dar la chiave del mio core,
Quando l'aprite troverete Amore
E del mio core vi far padrona
Ma bene inteso.... Se sarete buona!
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La principessa Elisa Poniatowska aveva un salotto frequentato da amici intimi e maestri di musica che fu e rimase per tutta la vita la sua passione.
I Poniatowski, narra Ferdinando Martini in Confessioni e ricordi, erano discendenti di un re, Stanislao di Polonia, ma vollero la cittadinanza toscana. "Erano tre fratelli. Michele deforme, fattasi della deformit una infermit, si pose un bel giorno a letto, e a letto rimase per una trentina di anni fino alla morte. Carlo e Giuseppe nacquero con singolari attitudini alla musica, all'arte del canto particolarmente; attitudini che lo studio e l'esercizio condussero a grande maestria, Carlo si spos con una contessa Montecatini, cantatrice eccellente, i tre non sdegnarono di montare sui teatri di Livorno, di Lucca, di Firenze ed aiutarvi con gli incassi, pingui per la curiosit del pubblico e la valentia degli artisti, questo o quello istituto di beneficenza. E a Firenze si serb lungamente memoria di una Lucrezia Borgia rappresentata al teatro del Cocomero, spettacolo memorando anche per questo: che fra un atto e l'altro, si servirono, a spese dei cantanti rinfreschi agli spettatori, e una cena da ultimo.
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....Donizetti che scrisse per loro e nella casa loro la Parisina da rappresentarsi sul teatro imperiale di Vienna: il Donizetti il quale asser che la sua Lucrezia non ebbe mai esecuzione come quella perfetta, e nessun tenore cant meglio di Giuseppe Poniatowski la cavatina di Gennaro, nessuno con altrettale felicit di espressione."
Ma dopo il "'48 Firenze vide ancora la Principessa Elisa attorniata dalla affettuosa compagnia di amici numerosissimi; seppe sovvenuta co' resti dell'antica opulenza ogni utile istituzione paesana; ma i balli di casa Poniatowski, splendidi esempi di sontuosit signorile e di buon gusto, bisogn si contentasse di ricordarli." Nel 1867, la principessa Poniatowska, volle che a benefizio di un pio istituto alcuni giovani che frequentavano il suo salotto recitassero sulle scene del teatro Niccolini lo Sganarello di Molire tradotto da Don Lorenzo dei Principi Corsini. Ferdinando Martini era Lelio, Celia la signorina Evelina Cattermole, rosea e biondissima, il cui padre era un assiduo del salotto di Elisa Poniatowska.
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Oltre il salotto Poniatowski l'Evelina andava ai divertentissimi gioved nella lussuosa casa in piazza Santo Spirito di Maria Solms Bonaparte Wyse de Rude moglie di Urbano Rattazzi e che Alfonso Daudet aveva chiamata "la principessa internazionale", la quale ebbe una grande celebrit a Firenze pi che altro per le sue stravaganze dal 1864 al 1870.
Racconta Ugo Pesci in Firenze Capitale che la signora Rattazzi era instancabile. "Miope all'eccesso prendeva dei curiosi equivoci, e si doveva forse a questa miopia la confusione che regnava nella sua casa e la indiscreta indisciplina con la quale al momento della cena, provvedutosi ciascuno di un piatto di risotto o di galantina o di una bottiglia di champagne, gli invitati si sparpagliavano per tutte le stanze. Le allegre riunioni non terminavano mai prima di giorno, perch dopo cena, l'onorevole ex-presidente del Consiglio si ritirava, gli uomini politici sparivano e si cominciava un cotillon animatissimo."
La Rattazzi pubblicava Les matines italiennes. Lontana parente dell'Imperatore e amica di letterati e di politici, non le mancavano certo gli editori. Pubblic un romanzo Le chemin du Paradis, uscito quando Rattazzi era presidente del Consiglio che dest un immenso scalpore, perch in un capitolo che faceva parte d'una serie intitolata Le pige aux maris e che portava il sottotitolo Bicheville, vi si riconobbero dipinti vivacemente, e non benevolmente, uomini e signore del tempo. Lo scandalo dilag, si disse di una quantit di vertenze cavalleresche fra Rattazzi e i gentiluomini offesi; ma il pi indignato di tutti fu il marchese Carlo Giovacchino Pepoli, senatore e buon diplomatico imparentato lui pure con la famiglia imperiale napoleonica e per parte di moglie anche con gli Hohenzollern. Fra lui e la Rattazzi ci fu odio giurato, e il Pepoli arriv a dire che, se la principessa internazionale avesse ancora osato presentarsi al suo palazzo, l'avrebbe fatta scacciare dai servi. Di qui nacque la questione personale fra lui e Rattazzi, per cui Vittorio Emanuele stesso dovette interporsi ed accomodare l'incresciosa faccenda. Fu composto un giur d'onore di cui fece parte anche il giurista Carlo Cadorna, fratello del generale Raffaele. Ma intanto la signora Rattazzi scriveva alla Gazzetta d'Italia che nello Chemin du Paradis non aveva mai pensato di fare allusioni a Firenze e molto meno ai fiorentini e alle fiorentine. Dopo di che la principessa pens bene di cambiare aria, and a Parigi, e l'incidente fu chiuso.
La Rattazzi aveva fatto costruire a casa un teatro che chiamava le Folies internationales dove si cantava e si recitavano vaudevilles e commediole in francese che lei stessa componeva.
L'Evelina Cattermole ebbe occasione di raccontare molti anni pi tardi a qualche amico come assistette a un ricevimento in casa Peruzzi, dove la Rattazzi comparve vestita da baccante. Aveva la testa coronata di pampani, e, sopra una maglia carnicina gettata a guisa di tunica, una pelle di belva; e nulla pi.
Ah, che indignazione per la signora Emilia Peruzzi: proprio in casa sua quello scandalo che, se aveva fatto aguzzare gli occhi al sesso forte, li aveva altres fatti ritorcere pudicamente a quello debole! Per molto tempo la signora Emilia non seppe darsi pace dell'accaduto; ella poi che era cos modesta e senza pretesa nell'abbigliamento! Una volta in un ballo aveva seminato una quantit di fiocchetti rosei che le ornavano il vestito. Ferdinando Martini, con zelo eccessivo dovuto alla sua grande giovinezza, corse premuroso a raccoglierli e li present col pi galante degli inchini alla proprietaria: ma a questa cortesia poco opportuna, la signora Emilia disse un grazie asciutto asciutto, e gli volt le spalle. L'eleganza, del resto, non era il forte dei coniugi Peruzzi, e i calzoni di Ubaldino, corti per lunghi e lunghi per corti come li defin Giuseppe Giusti, sono ancora rimasti proverbiali nel repertorio delle battute spiritose dei fiorentini. L'ultimo gioved in casa Rattazzi fu alla fine di giugno del 1870 e in quella occasione Giovanni Prati fece un evviva al cuoco per un prodigioso risotto. Si capisce come questo ambiente dovesse influire sull'Evelina, intelligente, vivace, fantastica, acclamata per la sua bellezza, per lo spirito, per l'intelligenza, e gi consapevole della sua grazia, che fino da allora apparve irresistibile. E che Eva cominciasse ad essere civettina non c' dubbio. Fu proprio la Marianna Giarr che poi ebbe a raccontarlo scandalizzata, che sorprese la fanciulla davanti allo specchio a provarsi in qual modo le sarebbero stati meglio i veli da lutto, mentre era per svolgersi il funerale della mamma. E non  da dire che non soffrisse di questa morte!
Ma gi si delineava in Evelina quel carattere stranamente complicato che conserv poi e che fu il segno principale della sua personalit.
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Un altro salotto ben differente da quello della Rattazzi frequent pure l'Evelina Cattermole. Quello di Laura Beatrice Oliva e di Pasquale Stanislao Mancini.
I Mancini, come tanti altri italiani e stranieri, si erano trasferiti a Firenze con la Capitale e vi erano giunti da Torino ai primi del 1865. A Torino come a Firenze e pi tardi a Napoli e a Roma era questa la casa ospitale per eccellenza, senza preferenze ed esclusioni. A Torino gli esuli napoletani avevano trovato in quella casa accoglienze fraterne e un posto a tavola. Si dice anche di Pasquale Stanislao Mancini quello che si dice di Dumas padre, e cio che spesso non conoscesse nemmeno il nome di qualche commensale.
Mancini era nato a Castelbaronia in provincia di Avellino, nel 1817, dall'avvocato Francesco Saverio sessantenne e gi vedovo e da Maria Grazia Riola di Montefusco che aveva ventisei anni. Donna straordinaria, Maria Grazia; messa piccolissima nel monastero della Visitazione presso Benevento vi era stata educata come tutte le signorine del tempo, il che non poteva bastare per il suo vivido ingegno. E chiusa con quel vecchio marito alquanto geloso a Castelbaronia, ella trov nella ricca biblioteca di famiglia i libri, gli amici cari, che dovevano consolare la sua vita non certo felice. Ma la felicit arriv con la nascita del piccolo Pasquale Stanislao. Fu allora che, lasciati i libri da parte, ella si dedic intieramente a lui; gli dette il suo latte e segu i primi balbettii, i primi passi, e mosse la culla accompagnando il dondolo con canzoni di Paisiello e di Gluck. Forse furono le melodie cantate dalla madre in certe lunghe sere, perch il sonno arrivasse con gli angeli intorno al suo bambino, che suscitarono la passione della musica, una delle pi forti in tutta la vita del grande giureconsulto.
Fin dalla prima infanzia egli suonava il clavicembalo in un modo stupefacente, mentre il padre gl'insegnava il latino e la madre il francese e la storia. Nei momenti pi difficili della vita, sia privata che politica, Pasquale Stanislao Mancini era solito mettersi al piano, e a memoria suonare opere intiere di Donizetti, Bellini, Rossini - talvolta accennando anche il canto - e trovava in questo svago un gran riposo e una calma infinita.
Fu notata, e con un certo compiacimento dello stesso Mancini, la strana somiglianza di lui con Vincenzo Bellini, tanto che da giovane egli fu scambiato pi volte con l'autore della Norma. Ma a Castelbaronia non poteva istruirsi il piccolo Mancini e la madre dovette separarsene per mandarlo prima nel seminario di Ariano, poi a Napoli dallo zio materno, Giovanni Battista Riola, anch'egli uomo di legge.
Lontana dal figlio adorato, Maria Grazia ritorn ai libri fedeli e fu allora che si mise a scrivere quel libretto che si potrebbe definire un breviario dell'amore materno e che pi tardi la nipote Grazia Pierantoni Mancini pubblic col titolo Il Manoscritto della Nonna.
"Come si acquista la vera gloria? - concludeva Maria Grazia - Compi i tuoi doveri, figlio mio. Semina di virt il cammino della tua vita e non ti allontanare mai dagli avvertimenti che per te ho scritto;  tutto! Io ti vorrei felice, io ti vorrei (mio Dio perdona il mio eccesso) immortale sulla terra.... Io m'immagino che se un giorno tu finissi di vivere, mi agiterei nella polvere del mio sepolcro, e che le mie ossa fremerebbero".
Il libretto fu tradotto in diverse lingue e dovunque accolto con simpatia.
A Napoli viveva in quei tempi un letterato, il professore Domenico Simeone Oliva che era stato insegnante dei figli di Gioacchino Murat e in seguito, bench colpito da paralisi, teneva dei corsi di letteratura classica molto frequentati. Era sempre accompagnato da una figliuola quindicenne, bellissima, che gi conosceva il greco e il latino e recitava meravigliosamente i nostri classici anche per consolare il padre nelle sofferenze. Ella aveva nome Laura Beatrice e il giovane Pasquale Stanislao se ne innamor perdutamente. La famiglia di lui aspirava ad un matrimonio pi grandioso, ma l'amore vinse ogni ostacolo e lo sposalizio fu celebrato nel 1840. Laura Beatrice era di spirito democratico e liberale, e in questo senso influ moltissimo sulla vita del marito che divenne ben presto l'avvocato gratuito di tutti i patriotti compromessi.
Una volta all'Accademia Pontaniana Laura Beatrice, tutta vestita di nero con una gran sciarpa tricolore, disse un suo inno per la commemorazione della poetessa Giuseppina Guacci che aveva dei versi come questi:
Delle greche virtudi ammiratrice,
Lieta sentisti in core
Che un d schernite, oggi levar la fronte
Possiam d'Italia in faccia all'oppressore.
Gi dell'Adriaco mar l'alma Fenice
Accoglie d'ogni parte i nostri nati
N pi la patria invidia i tempi andati,
Che gi per lei, non pe' tiranni suoi,
Folte schiere d'eroi
La sacra terra fr di sangue rossa,
Dove stampa tuttor crudeli impronte
La fera stirpe e rea di Barbarossa.
Se fortuna manc, l'itala mano
Ben rinnov la gloria di Legnano.
Beatrice Oliva scrisse e disse questi versi al tempo dell'assedio di Venezia.
Dopo queste ed altre simili dimostrazioni, sue e del marito, egli fu avvisato di stare attento. Ma il Mancini non se ne diede per inteso; fatta amicizia col console francese, cercava continuamente - e ci riusciva - di ottenere da lui il trasporto gratuito su navi francesi di suoi amici da mettere in salvo durante quell'atroce '48 napoletano di oppressione e terrore.
Dopo il famoso 15 maggio dovette ricorrere per se stesso, oltre che per un gruppo di amici, a questo protettore il quale, fatto venire da Civitavecchia l'Ariel, lo mise in salvo a Genova, da dove pass poi a Torino.
Fu solo dopo un anno di separazione che la sposa coi bambini pot raggiungere il marito. Ma la madre Maria Grazia non volle. Rimasta vedova sarebbe potuta andare col figliuolo e la sua famiglia che l'adoravano, ma prefer ritirarsi ad Avellino col fratello per potere sorvegliare le terre e la casa gi confiscate dagli sbirri di Ferdinando II. Quando infatti, sotto un futile pretesto, la casa di Castelbaronia fu messa all'asta pubblica, Maria Grazia vestita in gramaglie - al suo passaggio tutti le fecero largo - and a riscattare la casa del figlio suo. Dodici anni stette questa nobilissima madre senza riabbracciarlo, e non pot rivederlo se non pochi anni prima della morte. Per un triste destino anche in quel momento (luglio 1863) il figlio le fu lontano.
*
Salotto vivace quello dei Mancini, dove, oltre la politica, le muse regnavano sovrane poich a Laura Beatrice, che fu detta la Corinna Italica e che fu anche buona pittrice, si univano, ed erano chi pi chi meno poeti e musicisti, le quattro figlie e i due maschi, i superstiti di dodici figli ch tanti ne ebbero i Mancini. Letterati, artisti, uomini politici s'incontravano nella casa ospitale. A Napoli e a Roma Tosti e Denza ai loro primi passi, qualche volta Cavallotti giovanissimo, un po' goffo. Fra i pittori c'era l'Esposito, fra gli scultori il Genua, figlio di contadini avellinesi che Mancini fece studiare a sue spese. Si debbono a questo scultore alcune delle non belle statue della nuova Roma. A Firenze Laura Beatrice fu condotta assai malata e la trepida speranza dei figli e del marito era che il dolce clima le avrebbe ridate le forze; ma il 17 luglio del '69 la cara donna mor nella villa Niccolini fuori di porta a San Gallo. Di lei nel 1874 fu pubblicato un volume di versi da Le Monnier col titolo Patria ed amore, canti lirici editi e postumi, con un ragionamento di Terenzio Mamiani e con cenni biografici. Anche l'Evelina Cattermole fu accolta da Laura Beatrice con la generosit di cuore che la distingueva; essa fece conoscere al suo circolo la giovanissima poetessa che recitava i suoi versi con una grazia squisita e con quella voce armoniosa che, udita una volta, non si dimenticava pi. E ben presto l'Evelina divenne amica delle quattro sorelle Mancini, Grazia, Eleonora, Rosa e Florestana. Grazia, la primogenita, era stata un po' sempre come un'altra mamma per le sorelle, e pur essendo coltissima - De Sanctis l'ebbe fra le allieve preferite - si occupava anche molto del non facile menage. Nel 1868 Grazia aveva sposato l'avvocato Augusto Pierantoni gi professore di Universit a venticinque anni e valoroso reduce del '66. Qualche tempo prima Eleonora, biondissima e placida, scrittrice lei pure di graziosi versi, aveva unito il suo destino a un Genina piemontese che aveva i suoi beni a Mezzenile presso Torino; ma rimase vedova dopo poco tempo. Rosa si marit con l'avvocato Teodorico Bonacci, che fu ministro di Grazia e Giustizia nel ministero Di Rudin, l'anno 1898. Florestana o Flora, dolce bruna, come pi tardi ebbe a chiamarla la Contessa Lara in un sonetto, aveva sposato l'ingegnere Domenico Piccoli che fu deputato di sinistra e che mor tragicamente a Pizzo Calabria il 14 marzo 1921.
Grazia Pierantoni Mancini fu delle quattro sorelle la vera scrittrice. Ha lasciato una ventina di volumi fra versi, commedie, traduzioni; ma sopratutto restano interessanti i due libri di memorie: Alla Vigilia (1858-1859) e Impressioni e ricordi (1856-1864). Mor a Roma nel 1915.
Oltre alle quattro sorelle Mancini, c'erano, come abbiamo detto, due maschi, Angelo e Francesco Saverio Eugenio, nato a Napoli il 28 maggio 1842 e terzogenito dei dodici fratelli.
Nella prefazione al volume Patria ed Amore si dice a proposito del patriottismo di Laura Beatrice:
"De' figli maschi due soli eranle rimasti: nondimeno non pure toller, ma con deliberato animo volle nel 1859 che il maggiore (Eugenio), quantunque non ancor diciottenne (essendo l'altro fanciullo), combattesse le battaglie dell'indipendenza; e nel 1866, trovandosi il minore gi pervenuto alla prima giovinezza, fu contenta che entrambi andassero ad incontrare i rinnovati pericoli; e prefer piuttosto di sentirsi schiantare il cuore, che negare l'aiuto del suo sangue alla gran madre, la quale all'uopo estremo, dimandava a tutti i suoi figli soccorso".
A Castelbaronia si conserva fra i ritratti di famiglia quello di Francesco Eugenio o Ciccillo, come lo si chiamava in casa.  in uniforme dei bersaglieri, il petto decorato di tre medaglie al valore; biondo, bello, sorridente dai grandi occhi azzurri dolci e tristi: ricco d'ingegno anche lui come tutti i Mancini, colto, bel parlatore e poeta. Alcune sue liriche sono state musicate dal Tosti e da altri maestri meridionali. Era agile, audace fino alla temerit, tiratore infallibile.
Eugenio ed Evelina s'innamorarono, e come gi era accaduto per Pasquale Stanislao e Laura Beatrice, anche questa volta non mancarono i contrasti. Ma l'amore di nuovo fu vittorioso. Il tenente Mancini, prima di partire col suo reggimento per la presa di Roma nel settembre del 1870, salutando i suoi, si fece promettere nella commozione del momento che, se fosse ritornato sano e salvo con onore, avrebbe avuto come premio il consenso all'unione coll'Evelina. Il matrimonio fu celebrato a Firenze il 5 marzo 1871.
 CAPITOLO SECONDO.
Vita coniugale di Evelina Cattermole. - Mancini a Milano. - La scapigliatura. - Prime nubi. - Giuseppe Bennati di Baylon. - La sorpresa in via Unione. - Il duello. - La morte dell'amante. - La separazione dal marito.
Gli sposi, dopo un breve soggiorno a Roma, si stabilirono a Napoli, dove Eugenio raggiunse il sesto reggimento dei bersaglieri.
L'Evelina appare felice. Vi sono lettere sue al suocero del '71, del '72, del '73 in cui lo dichiara. Dice in una:
"Eugenio  un angelo di bont e vi assicuro che mi rende la donna la pi felice della terra. Il suo carattere  divenuto assai pi mite, talch non potrei bramarlo migliore. Ve lo scrivo giacch sono sicura di farvi cosa grata".
 molto tenera con Pasquale Stanislao Mancini a cui scrive "amatissimo pap mio", prende interesse a pene intime della famiglia e chiama le cognate "sorelle".
Al suocero che, sempre generosissimo, offre del denaro nonostante molte traversie e spese avute in quei tempi, la nuora risponde:
"Siamo rimasti commossi fino alle lacrime della generosit vostra, ma abbiamo deciso, Pap mio, di non volere profittare affatto..."
E nella stessa lettera:
"Credo che facendo grandissima economia potremo andare avanti poich fra pochi giorni avremo la rendita della mia dote, ed Eugenio deve ancora ricevere 60 lire del suo stipendio arretrato; vedete che questo non  affatto un sacrificio, ma il pi semplice dei doveri. Non sapevo che zio Cesare vi avesse scritto riguardo ai nostri affari; poverino,  cos buono anche egli con noi e s'interessa tanto alla nostra casetta. Vi ripeto per quello che vi dissi pi sopra, faremo alla meglio, per non privarvi di quel denaro che in quest'anno di grandissime spese pu esservi utile".
Scrive, il 31 dicembre '71: "Domani noi saremo tutti da Alfonsina e spero che incominceremo bene l'anno."
Dopo Napoli, Eugenio Mancini pass da tenente a capitano, dal sesto all'ottavo reggimento dei bersaglieri di guarnigione a Milano, e con la sposa and ad abitare nella casa di Via S. Simone, numero 12. L'Evelina che nell'intimit era chiamata con l'abbreviativo di Lina cominci a tenere circolo musicale e letterario brillantissimo. Suonava e cantava deliziosamente. S'era in piena scapigliatura e non  da dubitare che la morale degli scapigliati, ribelle alle consuetudini, dovette avere un'influenza sull'animo e sulla vita della bella donna, i cui meravigliosi occhi molto miopi, e che forse per questo avevano un fascino maggiore, furono detti d'acciaio e di velluto. Anche certe forme esteriori, certi gusti un po' strambi, furono subitamente acquisiti dalla Lina; per esempio l'amore quasi morboso per le bestie. Due anni prima, propriamente il 25 marzo 1869, Iginio Ugo Tarchetti era morto nelle fraterne braccia di Salvatore Farina, ed  nota la passione di quel poeta per i topi bianchi che teneva anche nelle tasche della giacca; sicch non era strano il caso di vederglieli a volte passeggiare sulle braccia o sulle spalle. Parecchi anni pi tardi, quando la Lina divent la Contessa Lara, i topi bianchi furono pure la sua passione e spesso d'inverno ne portava uno nel manicotto. Col tempo, ricordando la casa di Milano, diceva che spesso dava da mangiare ad un topolino che veniva da un buco nel pavimento della sua stanza.
Ogni giorno si riceveva in casa Mancini: ufficiali, giovani signori, politici, molti letterati. Era l'epoca in cui Rovani, "maestro e donno della scapigliatura", entusiasmava i lettori della Gazzetta di Milano (ch'egli aveva battezzato "la giovane dalle cento mammelle"), con le sue appendici settimanali. Molti in quei giorni non attendevano in casa il giornale come abbonati, ma andavano a prenderlo alla tipografia in via San Pietro all'Orto numero 18, e leggevano il romanzo per la strada.
"Rovani talvolta li vedeva questi suoi appassionati lettori ed olimpicamente sorrideva di compiacenza emettendo dei sonori Mah! e dei seducenti Gentile! mentre col suo cappellino a cencio sulle ventiquattro ed il suo bastoncello stretto nell'aristocratica mano - di cui menava gran vanto - si avvicinava alla celebre liquoreria Hagy dove pur troppo lo aspettava l'assenzio, "il verde veleno" che lo affrett sulla strada della fossa precoce".
Una volta Rovani se ne stava solo e meditabondo in un angolo del caff deserto. Ad un tratto si alza e con passo felino, gli occhi spiritati, si avvicina a Costantino, il tavoleggiante, che dietro il banco mette in ordine bicchieri e bottiglie e con voce cavernosa gli declama:
Non  credibile
com' terribile
la vista orribile
d'un creditor.
Dopo di che, se ne va, lasciando l'onesto Costantino alquanto sbigottito per le facolt mentali del sciur Rovani.
Fiorivano in quei tempi, oltre la Gazzetta di Milano di Felice Cavallotti, dove Francesco Giarelli, che si pu dire il creatore della Cronaca, fece le sue prime armi, Il Gazzettino Rosa, La Perseveranza, Il Pungolo di Leone Fortis e il Corriere di Milano di Emilio Treves.
Curioso tipo di giornalista Francesco Giarelli, avvocato piacentino che non si occup mai di codici altro che per la professione di giornalista, e che scrisse, scrisse, scrisse su tanti giornali, di tante cose diverse, dalla cronaca alla politica estera ed interna, di lettere, di teatri, di scienze; a getto continuo, cambiando di giornale volta a volta che l'occasione gli si presentasse, con gran semplicit, cos, come avrebbe potuto cambiare vestito.
Scrisse anche un Re dei cuochi, nonch delle tragedie fra cui un Agesilao Milano, protagonista il soldato napoletano che in una rivista spian il fucile contro Ferdinando II.
Francesco Giarelli scrisse anche nel Monitore del droghiere; e le dieci lire ad articolo, fissate per il suo compenso, gli venivano pagate in natura: caff, zucchero, candele steariche, lucido da scarpe, pasta, riso, salsa di pomodoro; un ben di Dio, per la casa Giarelli, marito, moglie e un piccolino, costretti da una rigida economia a fare ogni giorno una cura intensiva di odiose patate in umido.
Nella Gazzetta di Milano, Francesco Giarelli prese il posto di Giulio Pinchetti, il triste poeta che l'8 di giugno del 1870 si tir un colpo di pistola, alla scrivania dove Cavallotti lo raccolse morente, dopo aver scritto questi versi:
Placata alfin ti spero, ombra di morte!
Non pi terror, non pi bugiarda speme
Al grand'atto or mi fan tremulo il ferro.
Preclusa  l'ora e la preclude il mio
Disperato dolor. Tregua ai consigli
Giovane io moro, e non per lamento
I molti d ch'anco durar potea,
Ch della vita omai nessun mistero
 a me celato, e ben mi so che tutto,
Tutto  dolor....
Intorno a Rovani, ormai celebre per i Cent'anni, La Libia d'oro, La Giovinezza di Giulio Cesare c'erano i giovani, ma pochissimi egli ne amava, fra i quali il Giarelli, Luigi Perelli che gli fu come figlio, e pi che altro per l'amicizia che lo legava al Perelli anche il ferrarese Primo Levi, giovanissimo, pallido, quasi effeminato, con una prolissa zazzera bruna, ammesso nel numero dei discepoli bench il Rovani lo chiamasse non senza diffidenza un "intellettuale".
Primo Levi, avanti di essere critico musicale della Ragione, scriveva di mode con svariati pseudonimi femminili. Poi and a Roma direttore della Riforma crispina. Amministratore ne fu l'amico inseparabile Luigi Perelli. Lo pseudonimo di Primo Levi fu poi L'Italico.
Rovani aveva amori e odii. Odio per Monti e amore per Foscolo. Per nei momenti di cattivo umore alzava i pugni contro il ritratto del poeta prediletto appeso alla parete vicino alla scrivania e con parole niente affatto parlamentari gli rimproverava di essere rosso di pelo.
*
Di Emilio Praga la Contessa Lara conserv sempre fra le cose pi care un libro con una dedica calda d'ammirazione. Di questo amaro eppur tanto dolce poeta fantastico, che molto dovette soffrire, parecchi hanno parlato e discusso, tra gli altri Piero Nardi, nel suo bello studio sulla scapigliatura; ma nessuno, ch'io mi sappia, ha ancora intuito tutto il dramma intimo di quella vita che l'eccesso di fantasia sconvolse e travolse.
Moveva alle prime battaglie Arrigo Boito; Cletto Arrighi cre il teatro milanese ed era gi stato l'animatore di quel periodico umoristico L'uomo di pietra non molto ben visto durante la dominazione austriaca; e con loro erano Ferdinando Fontana e Carlo Dossi e Luigi della Beffa, riduttore di romanzi a forti tinte in drammi da arena, e Tullo Massarani e Felice Cameroni dagli infiniti pseudonimi, tutti schierati e in guardia contro la consorteria dei tre F: cio Ferrari, Filippi e Fortis.
Felice Cameroni - nessuno come lui conosceva allora la letteratura francese - fu detto il precursore del verismo. Nella strenna del Gazzettino Rosa del 1872 egli cos si descrive:
"Per cogliermi in flagrante ridicolaggine di adulazione, mi s'impone l'obbligo di tratteggiare il mio profilo: Cipperimerli!
"Sono il pi brutto, il pi spostato ed il pi rozzo fra i perduti. Per essere amato da una donna, dovrei possedere almeno cinquantamila lire di rendita. Per farmi subire da un uomo  necessario almeno un semestre d'intimit. Non credo punto in Dio, spero pochissimo nella societ. La scienza mi affascina, ma non mi sento abbastanza paziente per istudiarla. L'arte mi abbaglia, ma mi manca il coraggio per impararla. Odio l'azzurro (egli infatti si firmava talvolta Kyaneofobo) eppure trovo noioso il diletto dei sensi. Mi credo un positivista, eppure propugno un ideale che non si realizzer mai. E sbraito di seguir sempre e null'altro se non la logica la pi rigorosa.
"In filosofia prediligo il materialismo di Bchner, in politica la repubblica sociale, in letteratura gli aforismi di Victor Hugo ed i paradossi della scapigliatura.
"Preferisco Meyerbeer a Verdi, Courbet a Raffaello, il Colosseo a San Pietro, un appartamento in via Rivoli ad una villa a Sorrento, una cena da Bohmes ad un'orgia fra provocanti cocottes. Subirei con minor dolore un discorso parlamentare sul bilancio anzich una festa da ballo od una conversazione con una bella signora.
"Mi credono un brutto originale ed ho la certezza di esserlo. Mi d ai nervi il convenzionalismo sotto qualunque maschera, compresi i "madrigali" del Gazzettino.
"Segni particolari: abuso del paradosso e delle citazioni in lingua francese. Nei rapporti sociali sono goffamente selvatico. Atta-Troll (altro pseudonimo del Cameroni) in cappello a tuba. Ho la pretesa di essere un giovane grave e riesco invece pesante."
Fra i pittori Ranzoni, Tranquillo Cremona e Conconi passavano per rivoluzionari come gli scultori Giuseppe Grandi (celebre con Cremona per le gare a chi faceva pi epigrammi e pi salaci) e Pietro Magni l'autore della Leggitrice e del monumento a Leonardo da Vinci che si trova in Piazza della Scala a Milano e bevitore fra i pi accreditati. L'opera del Magni suscit una infinit di polemiche nei caff; ognuno voleva dire la sua, e Rovani, caso strano, taceva, della qual cosa il Magni era alquanto turbato. Ma nonostante le replicate richieste dello scultore, lo scrittore seguitava a star zitto. Una volta per alle insistenze del Magni, il Rovani che si trovava con lui e altri due amici al caff si fa portare una bottiglia di vino, che mette nel mezzo a quattro bicchieri ed esclama:
- Ecco il tuo monumento. On liter in quater.
Le risate furono omeriche, meno s'intende che da parte di Magni.
Del resto Rovani si divertiva a dire che la fama del Magni l'aveva fatta lui, proprio lui, sicuro. Un giorno egli va nello studio dell'amico mentre scolpisce un San Pietro. A Rovani non piace e con la franchezza abituale lo dice all'autore, il quale vuole frantumare il lavoro. Ma Rovani lo trattiene e gli propone:
- Schiacciagli il naso.
- A chi?
- A San Pietro.
- A San Pietro?
- Sicuro, cos diventa Socrate.
Magni lo guard allibito e non rispose. Ma pi tardi dovette ripensare al consiglio poich il naso di San Pietro venne riformato a dovere e ne riusc un Socrate che la critica accolse benevolmente e che  abbastanza noto.
*
I coniugi Mancini facevano vita brillante e spensierata. Raffaello Barbiera nel Salotto della Contessa Maffei cos ci descrive la Lina:
"....Scrittrice giovanissima questa, lieve nel passo e sottile come silfo, magnifica nello sguardo, ammaliatrice nel sorriso. Quando entra nella chiesa 
....un profano
di testo sviamento,
come l'Aleardi canta di un'altra dea terrena. Quando si presenta in un palco alla Scala, i canocchiali s'appuntano verso di lei.
"Quando arriva nel salotto Maffei col suo abito di velo rosso trasparente, i crocchi tacciono, ognuno l'ammira.  una poetessa, sposa felice Evelina Cattermole. Viene nel salotto talvolta accompagnata dal marito...."
Dai Mancini si giocava; Eugenio ebbe sempre una predilezione per il giuoco. Si faceva musica, si cantava, si dicevano versi. La poetica della cos detta scapigliatura lombarda era ispirata all'individualismo passionale, esasperato, in aperta rivolta con la morale borghese della societ contemporanea: del byronismo filtrato attraverso De Musset, Baudelaire, Heine, quest'ultimo conosciuto in Italia attraverso le traduzioni del Maffei e del Varese.
In un suo studio su Verga, il Cesareo osserva:
"I motivi preferiti consistono nell'accesa esaltazione della colpa commessa per un delirio del sentimento, nella nostalgia lacrimosa ed inutile dell'innocenza, della bont, della famiglia, delle cose umili e pure, nell'avversione alla virt senza eroismo, considerata come vile bigotteria, e dunque all'obbedienza a' parenti, alla fedelt nel matrimonio, alla temperanza, alla parsimonia e cos via seguitando. Alfredo De Musset aveva scritto fra gli altri:
Mais je hais les cafards et la race hypocrite
Des tartufes des moeurs, comdiens insolents
Qui mettent leurs vertus en mettant leurs gants blancs.
E Ferdinando Fontana ripeteva per tutti:
Il labbro che ti predica
L'azzurro e la morale
Beve, nell'ombra, al lurido
Nappo del baccanale:
Le donne oneste mostrano
Nudo a' teatri il seno...."
Imbevuta di questa letteratura che zampillava, si pu dire, da torno a lei, maturata all'inebriante tepore di quest'atmosfera di vizio estetico, si capisce come la signora Lina potesse assimilarne il corrosivo scetticismo morale; per quanto non sia giusto considerare la scapigliatura dal solo lato peggiore. Essa era pure un'arte di rivolta contro l'Italia grigia e bigotta, e il progenitore di questa mentalit era stato il Foscolo. Questa ribellione alle convenzioni sociali, questa tendenza ad affermare ad ogni modo i diritti dell'anima al di sopra di qualunque altra esigenza umana, rappresentava una forma di reazione che ne precorreva forse altre pi vitali e feconde.
In casa Mancini erano assidui il capitano Emilio Ranza, bella figura di soldato e di democratico, espertissimo nella scienza delle armi; molto colto e legato da fraterno affetto a Felice Cavallotti. Addetto alla dodicesima compagnia dell'ottavo reggimento bersaglieri, e quindi sotto gli ordini del Ranza che la comandava, c'era un tenente svedese Axel Wimnel mandato dal suo governo a studiare l'ordinamento dei nostri bersaglieri. Anch'egli frequentava Casa Mancini insieme a Eugenio Torelli-Violler, napoletano, noto per la sua imperturbabile calma nei momenti pi difficili della vita, oltre che per aver diretto per parecchio tempo La Lombardia e per aver fondato il 4 marzo del 1876 il Corriere della Sera. Il Torelli era anche stato segretario di Alessandro Dumas padre, quando segu Garibaldi nella spedizione di Sicilia. Pasquale Stanislao Mancini aveva pregato l'ex-onorevole e avvocato Pier Andrea Curti di andare a trovare la nuora che egli amava teneramente e il Curti vi si recava spesso e parlava volentieri di letteratura con la signora, consolandosi cos delle amarezze politiche. Era stato deputato con Rattazzi e gli rest fedelissimo anche quando divent impopolare, specie a Milano, e questa devozione metteva anche il Curti sotto una luce poco simpatica in taluni ambienti dai quali seppe ritirarsi in buon ordine, dandosi tutto alla letteratura storica. Fu autore di due libri, su Pompei e Livia Augusta. Nella Voce del Popolo, diretta da Giarelli e da Luigi Fontana, anche questo suicida, faceva le cronache letterarie e teatrali firmando Tibicen. Un altro frequentatore della casa Mancini fu un giovane veneziano impiegato al Banco di Napoli. Era biondo, bellissimo, elegante. Si chiamava Giuseppe Bennati di Baylon.
*
Pasquale Stanislao e Laura Beatrice Mancini avevano democraticamente abolito i loro titoli nobiliari, non cos i figli che portarono il titolo di conte e la nuora che inaugur le sue carte da visita con tanto di "Contessa Evelina Mancini dei Marchesi di Fusignano". Sembrarono, e furono per qualche tempo, una coppia felice Eugenio e la Lina, ma poi il marito cominci a trascurare la giovane sposa. Lo attiravano, fuori di casa, il giuoco e le donne di teatro. Troppo spesso fu udito dire agli amici: - Tenete compagnia a mia moglie, io esco. - La Lina che era veramente innamorata del marito e gelosissima soffriva di questo abbandono e scriveva:
DI SERA
Ed eccomi qui sola a udire ancora
Il lieve brontolo de' tizzi ardenti;
Eccomi ad aspettarlo:  uscito or ora
Canticchiando co 'l sigaro tra i denti.
Gravi faccende lo chiamavan fuora:
Gli amici, a 'l giuoco de le carte intenti
Od un soprano che di vezzi infiora
d'una storpiata melodia gli accenti.
E per questo riman da me diviso
Fin che la mezzanotte o il tocco suona
A l'orologio d'una chiesa accanto.
Poi torna allegro, m'accarezza il viso,
E mi domanda se son stata buona,
Senza nemmeno sospettar che ho pianto.
Dolore dunque, a cui seguirono scene e minacce reciproche; e mentre il marito pi si distaccava, i corteggiatori si facevano pi assidui. Dopo le scenate tornava la pace, ma per poco perch la Lina aveva la coscienza di essere bella, giovane, elegante, intelligente e mal sopportava d'essere trascurata; e molti di quegli stati d'animo ella descriveva con tutta la passione del suo cuore deluso:
GUERRA
I.
Seduti insiem ne la poltrona istessa,
Abbracciati siam l vicino al fuoco:
Si parla de i cavalli o pur de 'l cuoco,
De 'l tempo, d'una donna o de la messa.
Una donna! Modista o principessa,
Il soggetto  scabroso; e a poco a poco
Io mi cruccio, m'esalto e i santi invoco:
"Perch'egli manca ad ogni sua promessa.
Perch'egli l'ama quella donna,  certo,
Se n'ha un mucchio di fogli e di ritratti,
A dispetto di quanto io n'ho sofferto!
E mi far morir.... Ma, tanto, basta,
Noi per vivere insiem non siamo adatti!..."
Io piango, ei sgrida; e la giornata  guasta.
PACE
II.
Ei stuzzica la legna de 'l camino,
Con un piglio di sdegno e d'importanza;
Io m'aggiro in silenzio per la stanza
Co 'l fazzoletto in mano e il capo chino.
Or apro un libro accanto a un tavolino,
Ora su 'l pianoforte una romanza;
Poi m'appoggio a 'l balcone, e in lontananza
Spingo lo sguardo, e penso al mio destino,
Penso che il mondo  vasto e ch'io son sola:
Ch'altro nido non vo' che le sue braccia
Ed altra fede che la sua parola,
E allor mi corre un brivido le vene,
E me gli accosto, e gli susurro in faccia:
Lo sai, Dio mio! ti voglio troppo bene!
Ecco come in quel troppo c' gi il tormento della rivolta e il dramma che si matura. Prima di tradire suo marito, ella passa attraverso acute fasi di combattimento: non le sembra che egli meriti il bene che gli vuole, la personalit oppressa si ribella al suo disamore.
Quando il capitano  punito con gli arresti la Lina in cuor suo ne  molto, molto felice, e lo dichiara con spirito grazioso.
ARRESTI
Arresti di rigore. Egli ha mancato
Non mi ricordo a qual regolamento,
Ma con la disciplina de 'l soldato
Nessun fa, non c' Cristi, a suo talento.
Ed eccolo qui in casa sequestrato:
Addio cavalli, addio divertimento!
E forse in nulla, chi lo sa? sfumato
D'un capriccio il segreto abboccamento.
Tacito e grave ei legge: io, gli occhi mesti
Gli lascio addosso e di crucciarmi fingo
Co 'l suo malvagio superior scortese.
Ma  tutto una commedia. O santi arresti!
Per farmelo pi serio e casalingo
Ci vorrebbero almen due volte a 'l mese.
*
Dopo molti pianti e preghiere, non prese in considerazione dal marito, la Lina fin col cedere alla tenerezza che le dimostrava Giuseppe Bennati di Baylon della cui assiduit verso la signora tutti si erano avvisti. Il marito, essendo grandissimo amico del Bennati da molti anni ed avendo piena fiducia in lui, come nella moglie, ebbe qualche sospetto e si mise a pedinarla. Egli la mattina dalle cinque alle sei andava in Piazza d'Armi, e la moglie usciva poco dopo di lui. Anzi essa stessa glielo disse:
- Esco, non so che fare in casa, mi piace girare di mattina presto. Vado in chiesa.
La Lina fu sempre religiosa, bench a modo suo, vale a dire senza una scrupolosa osservanza dei precetti.
Il capitano Mancini seguitava a indagare ma non gli era riuscito ancora di sapere dove la moglie si recasse, sebbene avesse gi conosciuta la strada, che non era Via Solferino 7, dove abitava il Bennati, ma Via Unione. E quando i suoi sospetti erano quasi divenuti certezza, una mattina, incontrando il Bennati, scese da cavallo e con grande lealt e, infinita pena gli disse del dubbio che lo assillava.
Bennati divenne pallido, ma si riprese subito.
- No, no, sul mio onore, ti assicuro che ti amo come un fratello, lo sai, e per tua moglie ho una calda, devota ammirazione, nulla pi. Sarebbe la pi grande infamia tradire l'ospitalit e l'amicizia.... vivi sereno, tranquillo.
Uguali assicurazioni gli fece la moglie; ma egli pur sforzandosi, pur volendo credere, era torturato dal dubbio atroce, continuo, implacabile.
Fu in quei giorni che qualcuno intese dire al Bennati:
- Io sono perduto.
Aveva lottato disperatamente per mantenere il proposito di non tradire l'amico fraterno, ma la passione lo travolse; ed ora ne vedeva tutto l'abisso. Mancini, un po' perch si alzava presto per andare in Piazza d'Armi, un po' perch la notte era sempre pi preso dal giuoco, soleva dormire nel pomeriggio; la Lina e il Bennati ne approfittavano per incontrarsi in Via Unione al numero uno. La cameriera della signora, Giuseppina Dones di ventiquattro anni, era a parte del segreto e aveva l'ordine, appena il capitano si svegliasse, di correre ad avvertire la padrona, poich la distanza fra una casa e l'altra era brevissima. Per la Dones strideva a questa incombenza: si disse che era segretamente innamorata del capitano e odiava la moglie considerandola come la fortunata rivale e come la sposa indegna che tradiva l'uomo degno, secondo lei, di essere adorato in ginocchio.
S'era alla met del maggio 1875, e pochi giorni prima del fatto che andiamo narrando la Lina era stata ammiratissima ad un gran ballo dato alla Societ del Giardino.
Mancini si svegli quel pomeriggio del sabato 22 maggio e chiese della moglie alla cameriera; questa gli rispose con un sogghigno sinistro.
Egli le fu addosso, la scosse, l'afferr alla gola, la costrinse a dire tutto, tutto quello che sapeva. E la cameriera parl: s, la padrona, era l'amante del signor Cavalier Bennati da un po' di tempo. Credeva che il signor capitano lo sapesse come lo sapevano tutti. Ora lei doveva andare in Via Unione al numero uno: saliva una scala, faceva tre colpi cos a una porta, le aprivano; entrava per rivestire la signora, ecco tutto.... ma credeva, credeva proprio che il signor capitano sapesse....
Egli liber la donna dalla stretta e and ad un mobile nella camera, dove teneva il revolver; non lo trov. Sparito. Era in divisa, ma inerme, e corse in Via Unione; fece di volo affannando la scala, picchi tre volte con le nocche alla porta e attese in agguato. Sent Bennati che canterellando veniva ad aprirgli. Vedendo Mancini cacci un urlo e fece per tornare sui suoi passi, ma Eugenio lo tenne fermo. Allora l'amante grid:
- Lina, porta il revolver!
L'arma che Mancini non aveva trovata in casa era stata presa dalla moglie e portata all'amante per difesa contro di lui.
L'urto fra i due fu terribile. La moglie accorse alla chiamata dell'amico e porse il revolver a Bennati che lo impugn. In quell'istante accorsero i portinai, le guardie di pubblica sicurezza, i carabinieri, una folla di gente che divise i rivali; e mentre il Bennati era protetto dai carabinieri, Mancini gli disse: "Fra un'ora ci rivedremo".
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Giuseppe Bennati part la sera stessa per Belluno, per sistemare alcuni affari personali; nel medesimo tempo il capitano Mancini mand l'ordinanza dall'avvocato Pier Andrea Curti con la preghiera di andare subito da lui per una grande sciagura. Il Curti si rec in casa dell'amico e lo trov in uno stato deplorevole e in preda a convulsioni. Telegraf immediatamente a Pasquale Stanislao Mancini il quale, malato d'artrite, non pot muoversi da Roma e preg il Curti di rappresentarlo in tutto e per tutto. Contemporaneamente il Curti, che era amico tanto del Mancini quanto del Bennati, scrisse al cognato di questo a Firenze, cavalier Parodi, perch avvertisse il padre dell'accaduto.
Il giorno dopo continuarono le crisi del Mancini che pi volte tent di gettarsi dalla finestra. La Lina, chiusa dal giorno prima nella camera da letto, si ostinava a non prendere cibo, a non vedere nessuno. Il buon Curti a furia di insistenze fu ricevuto e dopo alcune dolci rimostranze, poich insistere ancora sul fatto compiuto che ella stessa gi deplorava sarebbe stato ingeneroso, la consigli e la preg a non volersi lasciar deperire. Ma la signora assicurava che il solo, il peggiore tormento, era di sentire le smanie e il dolore del marito. Arrivarono intanto alcuni ufficiali del reggimento di Mancini e dissero che il Bennati aveva accettato la sfida che il Mancini gli aveva gettata il giorno 22, e che comunque partito si teneva a disposizione. Allora Mancini insist perch Bennati fosse subito richiamato affinch il duello si facesse al pi presto, perch quello stato di cose era insostenibile. Intanto l'avvocato Curti condusse con dolce violenza a casa sua il Mancini per tenerlo sott'occhi, consolarlo, e nello stesso tempo evitare alla moglie il tormento di quelle grida, di quei singhiozzi.
La scenata era avvenuta il sabato e Bennati ritorn a Milano il mercoled 26. Anche qui fu di mezzo Pier Andrea Curti, che regol certe partite di comune interesse esistenti fra i due rivali; e come il Mancini era andato ad abitare dal Curti, Bennati non rientr a casa sua in via Solferino al numero sette ma and dal signor Borg, in via Carlo Cattaneo al numero uno.
Si  detto che fra Bennati e Mancini ci erano stati interessi comuni, come certe cambiali che avevano la firma di tutti e due; questo imped di andare sul terreno entro le ventiquattro ore dalla provocazione come  di uso. Allora si costitu un giur d'onore composto dall'avvocato Pier Andrea Curti, presidente, dal capitano barone Carlo Weichlim, dal tenente conte Paolo Negri del decimo reggimento cavalleria, dal tenente Cesare Ricotti dell'ottavo bersaglieri, dal tenente barone Rechrein, pure dell'ottavo bersaglieri, e dall'aggregato svedese Axel Wimnel, il quale pur considerate le circostanze per le quali era giuocoforza differire la partita d'onore, anche perch il Bennati non aveva ancora potuto trovare n padrini, n testimoni, assolveva d'ogni responsabilit per il ritardo tanto il Mancini quanto il Bennati. Quest'ultimo, per mezzo dell'amico John Borg, fece sapere a Mancini che avrebbe accettato tutte le sue condizioni senza discussione.
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L'arma designata fu la pistola di misura da duello; il terreno, scelto dai tenenti Negri e Wimnel, nel bosco di pini a sud-ovest di Senaghino, vicino a Bollate presso Milano, a cinquecento metri circa da una fornace: scegliendo il posto si procur che i duellanti si trovassero in pari condizioni sia rispetto alla luce, sia rispetto al terreno. La distanza, trenta metri con barriera centrale ad intervallo di dieci metri. Il giorno fissato, il 27 maggio alle 63/4 pomeridiane. Era la festa del Corpus Domini. Fu concessa la facolt agli avversari, dopo il segnale avanti dato dal direttore dello scontro, di avanzare, fermarsi, puntare e sparare a volont. Mancando il fuoco in causa della capsula la si poteva cambiare. Gli avversari, occorrendo, avrebbero potuto servirsi della mano sinistra; lo scontro non si riterrebbe finito se non dietro ordine dei padrini, previa decisione dei medici che dichiarassero per ferita gravissima l'assoluta impossibilit di proseguire. I due avversari s'impegnarono di non dichiarare i nomi dei secondi, medici, padrini, testimoni ed altri presenti alla partita.
Bennati, fermo in ci che spontaneamente aveva promesso, non sollev nessuna eccezione alle condizioni proposte, accettandole senza riserva. Soltanto si limit a far conoscere ai rappresentanti di Mancini la sua grande difficolt nel procurarsi i secondi; poich essendosi rivolto a molti suoi amici, chi per un motivo, chi per l'altro essi non avevano accettato l'incarico. Il giorno del duello Bennati giunse all'appuntamento solamente col tenente Alberto Reyneri il quale aveva accettato d'accompagnarlo come testimonio, dietro preghiera scritta di Mancini affinch non ci fossero ancora dei ritardi. Allora fu pregato il Wimnel di fare da secondo testimone del Bennati insieme al Reyneri.
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Verso le quattro del pomeriggio una carrozza a due cavalli della Societ Anonima Omnibus di Milano usciva dalla rimessa. Fu detto al vetturino che la guidava: "Ti dirigerai al Sempione, dove poco dopo troverai tre persone una delle quali ti presenter un pezzo di carta triangolare come questo. Le persone saliranno in carrozza e tu andrai dove ti sar ordinato di andare". Il vetturino part. A cento passi oltre il Sempione gli si present un individuo con un pezzo di carta simile a quello che gli avevano mostrato e, dopo pochi altri, due signori giunsero in un brumm, discesero, e tutti e tre montarono nella carrozza a due cavalli ordinando di andare verso Bollate. Essi erano i capitani Mancini, Mandrini e Ranza.
Un'altra vettura, sempre della stessa societ, era andata a prendere il capitano medico Enrico Barocchini in via Solferino 40; dopo in via San Giuseppe al tredici prese l'avvocato Curti, e in capo alla via Cusani fece salire il tenente medico Gaetano Pironti che attendeva. Questa vettura arriv a Senaghino, e il conte Negri che gi vi era andato a cavallo insegn la strada che conduce alla fornace, avvertendo di andarvi proprio vicino ad aspettare l'altra carrozza che conduceva Mancini, Mandrini e Ranza. Questa vettura, durante la strada, s'era fermata all'albergo Mandelli, dove i signori bevvero e offrirono del vino anche al vetturale. Erano allegri. Mancini vestiva in borghese, di lana chiara. Tutti del resto, eccetto il Negri, erano in borghese. Sulla porta della sua abitazione nel cortile dell'osteria c'era una donna, certa Maria Restelli. Eugenio le si avvicin e, scorti nell'interno i bachi sui cannicci, chiese di andarli a vedere; la donna lo fece passare: ne usc scherzando, dopo di che rimontarono in vettura andando a raggiungere gli altri alla fornace, dove poco dopo arriv, terza e ultima, la carrozza con Giuseppe Bennati accompagnato dal Reyneri. Tutti si avviarono al bosco di pini, in una radura detta la Prevosta.
Come era stabilito, i padrini disposero i duellanti alla distanza di trenta metri l'uno dall'altro con facolt a ciascuno di avanzare fino a dieci metri per modo che la distanza minima fosse appunto tale. Il Ranza aveva procurato le pistole perfettamente sconosciute agli avversari; e sul terreno furono tolte da un involto con lo stemma del Wimnel, che le aveva suggellate in casa sua, dove le aveva portate il tenente Ricotti. Il tenente Negri le caric. Fu lasciata alla sorte l'assegnazione del posto ai duellanti. Ranza porse la pistola a Mancini, Wimnel a Bennati. Il segnale fu dato dal Reyneri, anche lui designato a ci dalla sorte. Gli avversari si fissarono per oltre un minuto, poi il capitano Mancini avanz in due riprese di cinque passi ciascuna e visto che il Bennati perdurava nell'inazione abbass lentamente l'arma, quasi ad avvertire l'avversario di fare lo stesso; quindi col massimo sangue freddo esplose il suo colpo. Il Bennati era rimasto fermo al suo posto, con pari sangue freddo e pure con la pistola appuntata verso Mancini, ma non tir. Fece un semigiro a destra in atto di contorcersi, pieg le ginocchia e cadde a terra sul fianco ferito, mandando un lungo lamento. Erano le sette e un quarto. Il Curti, che era andato al duello come amico di tutti e due, s'inginocchi per far posare sul ginocchio la testa di Bennati. Accorsero i medici, il dottor Barocchini e il dottor Pironti, uno capitano e l'altro tenente, poich per quanto il Barocchini avesse cercato non era riuscito a trovare un medico borghese che volesse con lui assistere al duello.
Il proiettile aveva ferito il Bennati fra la sesta e la settima costola con lesione del fegato. Medicato, fasciato, gli si misero delle compresse per evitare l'emorragia.
Fu mandata a prendere una delle vetture che erano rimaste alla fornace, e ci fu gran difficolt a farla passare nel bosco. Si dovettero staccare i cavalli e farla girare a forza di braccia. Tutti aiutarono il cocchiere. Quando la carrozza fu pronta il dottor Barocchini e il tenente Negri sollevarono il Bennati alle spalle mentre il dottor Pironti gli sorreggeva i piedi, e lo adagiarono nella vettura che and al passo, fermandosi ogni poco per fare odorare dei sali al ferito o per dargli da bere perch si sentiva bruciare dalla sete. La strada era incomoda, malagevole, e ogni scossa era un tormento per Bennati, che non potendo reggere a proseguire il viaggio per Milano come era desiderio di Curti, volle essere condotto in qualunque posto, purch fosse il pi vicino. Dopo lungo tempo arrivarono a Bollate e, d'accordo col medico condotto che fu subito cercato, fu deciso di ricoverare il ferito, in casa di un certo Frigerio, in una stanza al primo piano. Il Negri alla fornace aveva abbandonato il ferito ai medici e, raggiunta l'ordinanza che teneva i cavalli e il Wimnel, si avvi con loro verso Milano, venendo dal ponte sul torrente dove  la strada per Senago. Si fermarono all'osteria e bevvero in fretta un litro di vino nero. Negri, come s' detto, era in divisa, il Wimnel portava un surtout, il cappello a cilindro, e gli occhiali. Erano allegri. Si congratularono con l'ostessa perch in paese avevano fatto una bella festa del Corpus Domini, ma aggiunsero che loro ne avevano fatta una migliore poco distante da Bollate, senza indicare con precisione il luogo e non spiegandosi sul genere della festa cui alludevano. Rimontarono sui bei cavalli di mantello rossiccio e presero la contrada Maggiore che conduceva a Milano.
Curti aveva telegrafato da Milano avvertendo dell'accaduto i padri Bennati e Mancini e col Reyneri aspett fino verso la mezzanotte fuori porta Sempione qualcuno che portasse notizie del ferito. Le portarono gravissime il Negri e il Wimnel. Intanto furono mandati da Milano al Bennati altri due medici, il dottor Bertolani e Tibaldi che estrassero il proiettile al ferito. Mancini era rimasto impressionato, disfatto.
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Il giorno dopo il duello la polizia accorse al letto del Bennati: egli parlava a stento per la gravit della ferita; dichiar, per non compromettere alcuno, che da qualche giorno aveva dei forti dispiaceri di cuore, e che si era deciso ad uccidersi per togliersi da tutte le pene. Aveva affittato un calesse senza neppure prendere il numero e si era fatto condurre a caso per la campagna tutto solo. Era sceso forse fra Bollate e Senago dove senza che nessuno lo vedesse si era ferito con una pistola carica a palla alla parte destra del costato. Era dolente di non essere morto subito. Egli solo era la causa della sua ferita; tanto era vero quello che diceva che in precedenza aveva scritto una lettera al Procuratore del Re di Milano, con la quale lo informava del suo proposito. Non sapeva proprio che cosa fosse avvenuto della pistola con la quale si era ferito perch l'aveva abbandonata nel bosco. Dopo aveva perduto i sensi e si era trovato in quella camera....
Ecco la lettera che infatti il Bennati aveva scritto al Procuratore del Re di Milano:
"In seguito a gravi dispiaceri sofferti in questi ultimi giorni, sono venuto nella determinazione di por fine ai miei giorni.
"A scanso di qualunque equivoca interpretazione della mia morte, faccio questa dichiarazione che in fede firmo
G. BENNATI DI BAYLON.
Milano, 27 maggio 1875".
Fra terrore e speranza per la salvezza di Bennati si arriv al giorno 6 di giugno, e parve che lo stato generale fosse molto migliore. Aveva trascorsa la notte pi quieta delle precedenti e la febbre era alquanto diminuita. Ai medici s'era aggiunto anche il professore Grerini e si stabil di trasportare il malato a Milano, nella casa di salute dell'Angelo in Corso Porta Nuova. Cos fu fatto. Ma nella notte le cose peggiorarono: il vaneggiamento cominci, implacabile, straziante, seguto da continua depressione. Si manifest la polmonite e il giorno sette verso le ore dodici, egli cessava di vivere nelle braccia del padre. La dichiarazione di morte fu fatta per pleuropneumonite traumatica. La madre del Bennati impazz dal dolore.
Eugenio Mancini, colpito da tante sventure, bench uomo molto energico, era abbattutissimo. Tuttavia all'annunzio che gli fu dato della morte del Bennati, disse soltanto:
"Me ne duole, ma era necessario."
Dopo l'autopsia ordinata dal Tribunale il cadavere del Bennati fu ricomposto nel feretro, e alle sei e mezza pomeridiane del giorno nove ebbero luogo i funerali. Precedeva il convoglio funebre un corpo di musica. Ai lati del carro erano il direttore del Banco di Napoli, l'avvocato Curti e due parenti del Bennati. Seguivano col padre, amici e conoscenti. L'assoluzione alla salma fu data nella chiesa di San Marco. Al cimitero pronunziarono discorsi l'avvocato Pier Andrea Curti e un certo signor Lucca intimo amico del Bennati. Quando la folla era per andarsene si udirono delle grida femminili provenienti da vicino alla tomba del Bennati. La cameriera dei Mancini, Giuseppina Dones, aveva ingoiato dell'acido solforico.
La giovane donna, non bella, ma piacente, era stata addirittura sconvolta per la morte del Bennati. "Credete, diceva, io fui messa alle strette dal padrone, ebbi spavento e credevo che sapesse tutto."
Lasciata la casa Mancini cerc un altro servizio, ma non le fu possibile combinare quando si seppe da quale casa veniva. La colse allora una grande disperazione. Si fece condurre in una carrozza alla chiesa di San Tommaso, stette in preghiera pi di mezz'ora e di l si fece condurre alla chiesa di San Marco, giungendovi mentre entrava la bara. Assistette alla funzione e segu il corteo al cimitero dove si avvelen.
Supplicava chi la raccolse e la condusse all'ospedale, che la lasciassero morire.
Ma non mor: rest ustionata, poi rimase sempre in uno stato pietoso dl prostrazione morale e di melanconia.
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A Milano intanto, per confortare Eugenio Mancini subito dopo il duello, era giunto Teodorico Bonacci, il cognato, col quale furono subito presi gli accordi per la separazione legale. I coniugi furono come d'uso ascoltati separatamente eppoi insieme dal Tribunale Civile e Correzionale e si trovarono in perfetto accordo perch la separazione avvenisse.
Ecco i patti della separazione, patti che, per quanto sottoscritti, furono poi violati dall'una parte e dall'altra senza che per questo nascessero controversie.
"1. - La signora Evelina Cattermole s'allontaner immediatamente da Milano e si recher presso suo padre in Firenze ove si obbliga di fissare la sua stabile dimora.
2. - Se mai dovesse allontanarsi momentaneamente da Firenze ella s'impegna di non recarsi a Roma n in altro luogo dove potesse risorgere l'occasione degli attuali dispiaceri.
3 - La signora Evelina s'impegna inoltre di non fare pi uso del cognome del marito e di tenere una condotta onorata.
4. - Il signor capitano Mancini rinuncia in corrispettivo e non altrimenti ad ogni suo diritto sui frutti dotali che rilascia interamente a beneficio della signora Evelina rimettendole all'uopo l'opportuno mandato di procura per la riscossione non pi tardi d'oggi.
5. - Lo stesso capitano Mancini consente inoltre per lo stesso titolo di aggiungere ai frutti della dote la somma di L. 1600 - Lire milleseicento - o per meglio dire lire milleduecento - ripetesi L. 1200 - che saranno rimesse alla signora Evelina di tre mesi in tre mesi in via anticipata, cio lire trecento ogni trimestre a datare da oggi.
6  -  formalmente riservata ogni ragione ed azione in qualunque sede che possa competere all'uno o all'altro dei coniugi in caso di inosservanza delle soprascritte condizioni.
Letto, confermato, sottoscritto ecc.
F.to FRANCESCO EUGENIO MANCINI
" EVELINA CATTERMOLE
" CARIZZONI, Presidente
" SARTORIO, V. C. "
La sera stessa la Lina partiva per Firenze.
*
Nell'attesa del processo contro Mancini imputato di omicidio commesso in duello, e previsto dagli art. 588 e 589 del C. P. egli, date le condizioni di spirito e di salute, ottenne una licenza e si rec a Roma dal padre, preceduto da una lettera dell'avvocato Pier Andrea Curti che lo consigliava ad usare di tutta la sua autorit e del suo senno per calmare il figliuolo. Il processo ebbe luogo il 30 luglio al Tribunale Correzionale, e per quanto si sapesse che il dibattito sarebbe stato a porte chiuse, una gran folla si accalc nel loggiato del Palazzo di Giustizia. Presiedeva il cavaliere De Ponti e rappresentava il P. M. il sostituto procuratore cavaliere Sighele. La difesa era rappresentata dall'avvocato Pierantoni deputato e cognato dell'imputato e dall'avvocato Napoleone Perelli. Mancini molto cavallerescamente espresse il voto che si avessero tutti i riguardi verso la persona che fu la causa principale di tante sciagure.
Il processo si svolse il 30 a porte chiuse e il 31 il pubblico, che sempre stazionava nei pressi del tribunale, fu ammesso ad ascoltare il Cavalier Sighele, P. M., che cos parl, secondo il resoconto della Lombardia:
"Il capitano Mancini aveva un amico, l'amico lo trad e la sposa macchi la bianca veste nuziale: ecco i fatti che trascinarono sul banco dell'accusa un valoroso soldato. Il ventidue maggio l'accusato sorprendeva in flagrante adulterio la sposa coll'amico; io accetto il racconto del fatto quale fu esposto dall'accusato in ogni suo particolare; egli fu vittima della pi atroce ingiuria che possa esser fatta ad un uomo. Mancini sfida immediatamente il Bennati. Lo scontro fu ritardato specialmente perch Bennati non trovava n testimoni n medici. Finalmente il duello ebbe luogo a condizioni gravissime, ed al Bennati tocc il colpo che lo trasse a morte. Mi preme di rettificare due erronee credenze: i medici prestarono ogni cura possibile al ferito. Bennati aveva l'intenzione di lottare seriamente, se mostrava di essere esperto delle leggi di cavalleria, se pi ancora alla mattina del duello addestravasi al tiro al bersaglio."
Il rappresentante del P. M. biasima poi il pregiudizio del duello, qualificando la sfida del Mancini una folle generosit. Egli che aveva saputo vincersi al momento dell'oltraggio, non doveva assurdamente vendicarsi esponendo la propria vita. Gli uomini che come il Mancini hanno fregiato il petto di medaglie al valore militare non possono essere tacciati di vilt: ad essi spetta il coraggio civile di combattere il pregiudizio del duello. Quando il deputato Morelli interpell il ministro Ricotti intorno alla triste condizione fatta agli ufficiali dal regolamento di disciplina su tale materia, gli fu risposto che era soggetto a Consiglio di disciplina soltanto chi era sospetto di pusillanimit. Questo non era il caso.
Il P. M. ammettendo tutte le circostanze attenuanti chiede l'applicazione della pena a tre mesi di confino e lire cinquantuna di multa.
Dopo le difese degli avvocati Napoleone Perelli e Pierantoni il Tribunale pronunci sentenza di assoluzione che fu accolta da applausi vivissimi.
Commentano i cronisti del tempo: "Un'assoluzione in Tribunale che ha fatto chiasso."
*
Il padre Cattermole, ebbe la notizia del duello Bennati-Mancini in modo brutale. Era all'Istituto Tecnico, e un collega, che il Cattermole aveva beneficato in mille modi, e gli aveva fatto ottenere l il posto d'insegnante, entr nella stanza dove il Cattermole era con altri colleghi e disse sventolando un giornale:
- Guardi guardi le belle prodezze della sua figlia Eva!
Cattermole afferr il giornale, lesse e fu colto da deliquio. Lo portarono a casa quasi morente. Poi si riprese, ma non mai bene, come prima.
Quest'episodio lo ricorda suor Elena Cattermole.
 CAPITOLO TERZO.
Firenze. - Suor Elena. - Mario e Giselda Rapisardi. - La morte della nonna. - Il Fieramosca. - Isabella Gabardi Rossi e Giuseppe Giusti. - Gabardo Gabardi. - Mario Foresi. - Due poesie per l'albo di una signora.
Evelina Cattermole, come le fu imposto dall'atto di separazione coniugale, part per Firenze la sera del 2 giugno 1875, ed  facile immaginare il suo stato d'ambascia. A Firenze non pot stabilirsi col padre che abitava in via del Maglio 14, poich intanto egli si era creata una nuova famiglia unendosi a Clementina Lazzeri ed aveva avuto altri tre figli, Esterina, Enrico e Fausto, quest'ultimo morto bambino.
Ma, nonostante il divieto di muoversi da Firenze, quando seppe che il Bennati era morto, riprese il treno e and a piangere sulla tomba di lui, a pregare, e fu l che si recise i capelli per attorcigliarli a veli neri e a ghirlande di cui orn la dimora ultima del suo povero amore.
Intanto la piet di un amico comune a lei e al Bennati, volle deporre nelle mani della infelicissima gli ultimi oggetti che gli avevano appartenuto: la camicia di tela insanguinata e forata che portava al momento dello scontro, il proiettile che l'aveva ucciso, una ciocca di capelli tagliati sul cadavere, e una lettera che egli le aveva scritto poche ore prima di recarsi al duello. Nella lettera fra l'altro c'era questa frase: "Fra un'ora sar sul terreno. Mi sono voluto aggiustare sulla fronte quella ciocca di capelli che piace a te e che a lui fa tanta rabbia".
Queste reliquie la contessa Lara le tenne sempre nella sua camera in uno scrigno quattrocentesco, considerandole come sacre, insieme a una miniatura del Bennati, bello, dai tratti delicati somiglianti molto a De Musset. Sulla cornice della miniatura aveva fatto incidere: "Muor giovane colui che al cielo  caro".
Vi fu anche un periodo di tempo, in cui ella, certo abusivamente, ma come se ci la legasse ancor pi alla memoria dell'amore infelice, si firmava Lina di Baylon.
Triste e sola ella gir a Firenze per camere ammobiliate pi o meno squallide, e fu in una di queste stanze in via della Scala che un'amica la sorprese una sera a cenare a un angolo della tavola, senza tovaglia, con un po' di carciofi fritti comprati da lei stessa in una rosticceria.
Abit anche in via Ricasoli e in via Cavour, in una casa di propriet della nonna materna; ma siccome c'era necessit di economia e di lavoro, quella grande casa fu affittata, e la Lina con la nonna prese un quartierino in via Del Porcellana 14, compr dei mobili e vi si stabil risoluta a vivere in silenzio, per scrivere, ricevere qualche caro amico rimastole, e ritrovare la fede di cristiana che da tempo l'aveva abbandonata. Fu in questo periodo che si dette con slancio alle pratiche religiose. Da allora, e per molti anni le fu devota ed affezionata la cameriera Rosina, la quale in seguito soleva dire talvolta a proposito dell'amore che la sua padrona aveva per gli animali:
- Peccato! vuol tanto bene alle bestie e fa tanto soffrire gli uomini!
E Agatina, la sarta, soleva chiamarla: "quella sciaguratina". Ma tutti, pur giudicandola, le volevano bene, perch la bont impulsiva, gli slanci generosi e la grande bellezza di fascinatrice, facevano dimenticare errori e follie.
Ebbe piet sconfinata per le altrui sofferenze e non di rado si trov a non avere denaro per provvedere al suo pranzo, mentre aveva vuotato tutta la sua borsa a chi le aveva chiesto l'elemosina. Forse per questo carattere semplice, buono, caritatevole, appassionato, graziosamente infantile, in contrasto con la vita irregolare, ella molto si rammaricava; e soffriva che tante persone a Firenze, dopo lo scandalo milanese, ostentassero di non riconoscerla o la trattassero con grande riserbo e freddezza se costrette ad avvicinarla. Ma a poco a poco anche i pi rigidi s'inchinarono dinanzi all'ingegno di questa bella donna, che aveva preso intanto a pubblicare poesie ed articoli; parecchie case le furono aperte e vi fu desiderata. Fra le altre la casa di un generale che aveva famiglia numerosissima. Quando la Lina entrava era il sole, la gioia che entrava con lei; e la buona moglie del generale fu costretta a dirle una volta presso a poco cos: "Ti prego, ti prego, cara Lina, non ti far pi vedere; marito, figli grandi, figli piccoli, parentado, servi, amici di casa, tutti tutti sono innamorati di te; come si pu andare avanti cos?"
E la Lina rideva con la voce d'oro socchiudendo gli occhi che scintillando ridevano pi della bella bocca. Avvicinandola, conoscendola, si perdonava tutto, perch tutto era naturale in lei. Invitata ad un ballo, non vi si recava mai finch la mezzanotte non fosse battuta da un pezzo, quando cio le danzatrici erano stanche, i fiori non pi freschi, le chiome non pi in ordine, i vestiti sgualciti. L'Evelina compariva allora, riposata, fresca, originalmente elegante, col suo bel sorriso, suscitando invidia fra le signore e delirio fra gli uomini, che da quel momento non avevano sguardi che per lei e si disputavano l'onore di un giro di valzer o di una quadriglia. Spesso portava un'antica parure di turchesi che intonava molto bene col biancore della scollatura e con l'oro pallido dei capelli. Al polso destro aveva, saldato e inamovibile, un braccialetto fatto di scarabei d'argento, mentre in alto del braccio, pure saldata, ma invisibile perch la moda di allora esigeva la piccola manica anche nelle vesti da sera, aveva una lastra d'oro, di quelle dette alla schiava.
Amava e vedeva talvolta i fratellini, Enrico, Esterina e Fausto che mor piccino e che rievoc con questi semplici versi:
RICORDO D'APRILE
Ritorna il mio pensiero
A 'l pallido bambino
Che una sera d'aprile
Fu portato la gi ne 'l cimitero.
Intanto la sorella e il fratellino
Giuocan co 'l suo fucile,
Battono il suo tamburo,
Ed i guerrieri sgorbiano
ch'egli tracci su 'l muro.
E per la sorella Esterina, in Parvula, canter:
Ella ha cinque anni soli,
Ed a cinque anni  triste il monastero:
Le fanno invidia i voli
De le vaganti rondini
Ed esprime con l'occhio il suo pensiero.
V' un grand'orto fiorito,
Pien di ciliege, per le bimbe fatto;
Ma inutile:  proibito
D'avvicinarsi a gli alberi,
Di far le corse e di scherzar co 'l gatto.
Son buone e pie le suore,
Ma chiuse in neri veli e senza baci;
E a tenerla due ore
Ferma, a imparare a leggere
L'alfabeto e a cucir, sono capaci.
In un nastro di seta
L'un sopra l'altro storti punti mette;
Allor che dice: zeta
Tocca un emme coll'indice;
Poi, per guardarsi il grembiulino smette.
E prega: "Ave Maria,
Dateci il nostro pane cotidiano...."
- No, no, bambina mia,
Tu confondi.... - Ma gli angeli
Come fanno a sentir tanto lontano? -
E cos la svogliata
Sbaglia le sue lezioni e le sue preci.
Io mi son ricordata
De' viaggi dell'anima
A cinque anni, e ho pensato: anch'io li feci.
Non la sgridate. Anch'io
Prima di camminar tra fango e sassi
De 'l compito in oblo,
A caccia de le lucciole
Volsi pe' i campi i vagabondi passi.
E domande e preghiere
Confondo anch'oggi, e molte volte ho pianto
Ne le solinghe sere,
Pensando io pur che gli angeli
Non odon forse, e son lontani tanto!
Come differente dalla sorella l'Esterina per chi molti anni pi tardi la vide normalista alla scuola Massimina Rosellini di Firenze! Vi andava accompagnata dalle suore, ripresa dalle suore al termine delle lezioni. Bruna, slanciata, con degli occhi smisuratamente grandi, umidi, tristi, che parevano illuminare il pallore caldo. E quanti capelli ondulati, stretti in grosse trecce avvolte in crocchia sulla nuca, ma tanti che era sorprendente come potesse reggerne il peso. Si diceva che l'Esterina avesse confidato a un'amica di essere tanto stanca della vita - a vent'anni! - e che, appena finiti gli studi, sarebbe entrata in convento per non uscirne. Mantenne la promessa. Pi tardi la si vedeva in certi pomeriggi invernali su per la Costa San Giorgio o per Giramontino accompagnata da una suora vecchia, gi suora anch'essa, non pi Esterina ma Suor Elena francescana. Il velo nero copriva la bella testa di Suor Elena, non pi appesantita dai capelli prolissi, e il volto, ancor pi pallido, spiccava sul soggolo di tela bianca.
Passavano silenziose le suore, fra siepi aride, fra muri alti, dove anche d'inverno s'affacciano talvolta piccoli bocci striminziti dal freddo, di quelle commoventi roselline di ogni mese che a primavera erompono con una grazia settecentesca di tinte rosee e di lucidi verdi.
*
Un giorno, nell'estate del 1875, Mario Rapisardi che abitava in quel tempo a Firenze con la moglie Giselda Fojanesi, tornando a casa tutto entusiasmato disse:
- Ho incontrato la pi bella donna del mondo. Bionda, elegantissima, tutta ravvolta di veli neri con una collana di grosse perle nere che le cade in pi file sui ginocchi. L'ho seguta, fino a che  entrata in via del Maglio 14. Chi sar mai?
- Ah! - rispose la moglie -  l'Evelina Cattermole. Chi non la conosce almeno di vista? E in via del Maglio 14 ci sta suo padre.
Il giorno dopo Rapisardi mand per il tramite di Pietro Fanfani un suo volume di versi, Le ricordanze, alla dama vestita di veli neri, la quale rispose lusingata e commossa. Fu cos che si conobbero e furono amici, e amiche divennero subito la Giselda e l'Evelina perch fu proprio lei a insistere presso Rapisardi per essere presentata alla moglie.
Bella, la signora Giselda, bruna, dai grandi occhi vivaci, alta, sottile, elegante, piena di spirito e d'arguzia; cos ce la rappresenta la Contessa Lara in questo sonetto:
GISELDA
Ne 'l mio cammin cui tante hanno affollato
Varie figure che ritrar vorrei,
Non ho la mente n il pensier posato
Su figurina che somigli a lei.
Tutta moderna. Il volto incipriato,
I fianchi stretti da un grembiule, i bei
Capelli in treccie, il fascino celato
Ne lo splendor de i neri occhioni ebrei;
Il garbo egual con che traccia un bozzetto
E fa de i panni da stirar la lista,
Ordina un pranzo o un abito in merletto,
Formano insieme un tale accordo strano
Di donnina da casa e dama e artista
Che a disegnarla ci si prova invano.
L'intimit fra i coniugi Rapisardi e la Lina diviene fraterna, tanto che nelle lettere a Mario ella chiamer Giselda la mia sorellina d'affetto e la madre di lei, la signora Teresa, la mia mamma adottiva.
Poteva arrivare dai suoi amici, con le braccia cariche di fiori, oppure con un gran pacco di pesce fresco scelto e comprato da lei stessa al mercato e con molta grazia andare in cucina a preparare per il desco comune un saporito cacciucco alla livornese.
Nel maggio del 1924 un periodico di Catania, L'Endimione, pubblic alcune lettere della Contessa Lara a Mario Rapisardi a cura del dottor Alfio Tomaselli, secondo cui queste lettere provano che la Contessa Lara fu l'amante del Rapisardi eppoi gli fu infedele.
Ora, in base alle confidenze di Rapisardi stesso a un amico, e alle dichiarazioni della stessa Lina a molte persone fatte in tempi differenti e all'insaputa l'una dell'altra, proprio le stesse lettere che il dottor Tomaselli riproduce provano il contrario. Sono lettere non di una amante ma di una amica che permetteva a un uomo allora celebre una confidenza eccessiva certo, ma sempre nei limiti dell'amicizia; eccone alcune fra le pi significative che devono essere dell'anno fra il 1875 e il 1879, poich allora Mario Rapisardi fu diverse volte a Firenze; ma secondo la sua abitudine, la Lina raramente metteva la data alle sue lettere e si contentava d'indicare il giorno senz'altro:
"Caro Mario,
"Mi pare che la mia povera vecchierella stia leggermente meglio. Il dottore non  venuto perch si trova in campagna. La mamma ha riposato lungo tratto la notte e mi sembra un buon segno. Non vi pare? Non so quando dirvi di venire perch sono sempre accanto al letto della mamma che ha bisogno di assistenza continua. Scusatemi dunque se rimando la vostra gentilissima e buona visita a un giorno meno faticoso e meno triste. Abbraccio Giselda cara e la mamma e saluto voi con la pi amichevole stretta di mano.
LINA".
Ovvero:
"Carissimo Mario,
"Favoritemi sabato mattina alle 9. Sono dolente oltre ogni dire di non potervi vedere prima, ma non  colpa mia. Ho un mondo di cose da fare e di gente da vedere stamane, poi parto per lass per restarvi fino a sabato mattina. Vi saluto con tutto l'affetto e abbraccio Giselda.
LINA".
Altre lettere:
"Carissimo Mario,
"Una lettera che trovai ieri a casa, mi obbliga ad assentarmi quest'oggi per tutto il giorno. Domani mattina vi far a questa stessa ora tenere una parola colla quale v'indicher il momento in cui potr ricevervi in giornata. Scusatemi, ve ne prego, perch proprio non  colpa mia, ma d'una infinit di circostanze avverse.
"Vi stringo la mano.
LINA".
"Caro Mario,
"Ieri tornai con molte noie e malanni e mi misi a letto da dove non mi potei pi muovere. Oggi sto un pochino meglio. Non venite perch ho la sarta in casa per tutto il giorno e non ho per conseguenza un momento di libert. Domattina verr io da Giselda, ed allora fisseremo in qual giorno mi favorirete. Intanto grazie di tutto, proprio con tutta l'anima. Vogliatemi bene e dite a Giselda che pensi un poco a me anche lei. Alla povera mamma tante cose. Come sta?
"Addio, vi stringo la mano.
LINA".
"Caro Mario,
"Potete favorirmi tra l'una e mezza e le due? Spero di s e v'aspetto. Sto un pochino meglio, ma naturalmente debole, stanca, triste.
LINA".
"Caro Mario,
"Ho passato una notte d'inferno e soffro disperatamente tanto che nessuno entra nella mia camera. Grido di continuo, ma passer. Domattina vi mander un bigliettino avvertendovi a quale ora potrete vedermi in giornata. Per le 9 no. Sono fuori di me dal male. Vi stringo affettuosamente la mano. Vostra
LINA".
"Caro Mario,
"V'avevo scritto a casa per dirvi di venire dopo le 3 da me, perch prima viene il dottore. Con mia meraviglia Giulio mi riport la lettera raccontandomi che a casa vostra gli hanno detto che siete al Nord. Figuratevi come io stia in pena, temendo che sia accaduto qualche fatto doloroso nella vostra famiglia. E Giselda dov'? Dio mio, non mi par vero di arrivare alle 3, per sapere qualche cosa dal vostro labbro. Se poteste scrivermi intanto un rigo, ve ne sarei grata per tutta la vita.
"Scusate l'indiscrezione, che per non  tale, ma  il vivo interesse e l'affetto profondo che io vi porto.
"Vi stringo le mani e vi dico addio, a pi tardi.
LINA".
Ecco un biglietto a matita, che la Lina, dopo un'operazione subita, scrive al suo amico; fu operata e curata dal Dott. Luigi Billi, marito della Marianna Giarr:
"Carissimo Mario,
"Voglio che le prime parole che posso scrivere siano per voi. Vi portino esse il pi caldo ringraziamento per tutte le vostre premure d'amico e di fratello che mi hanno tanto commossa. Io vado lentissimamente migliorando, ma il chirurgo che oper ieri sulla mia povera carne proib assolutamente che mi si facesse parlare con alcuno. Figuratevi che mi svengo ad ogni istante, tanto sono sfinita dalle atroci sofferenze e dalla quantit grande di sangue perduto nel taglio. La fatica immensa che io duro nello scrivere queste parole storte vi provi che vi voglio bene. Il mazzolino se lo prese il barbaro che mi port il biglietto. Grazie lo stesso a voi, sentitissime. Appena sar in grado di dire una parola ve ne avvertir e verrete a trovarmi. Grazie dei versi pieni di luce e di profumo per quell'afflitta madre. Dunque non siete tornato in famiglia? Povera Giselda e povera mamma! Me ne duole assai per loro. Salutatele, e voi scusate questa letterina scucita e prendetevi una affettuosa stretta di mano.
LINA".
Come dice lo stesso Tomaselli a settembre il Rapisardi part per Catania e di qui chiese notizie della salute alla Lina che gli rispose con questo telegramma:
"18 settembre 1879. - Grazie infinite carissime manifestazioni amicizia, sto meglio, riceverete lettere. Mille saluti affettuosi
LINA".
Il lettore che ha scorso queste lettere pu ben giudicare quale veramente fosse il sentimento della Lina verso Rapisardi, dopo quattro anni dacch si conoscevano. Amicizia affettuosa era la sua; egli invece sentiva amore torbido, assillante; la stessa Lina lo esortava ad essere calmo per non tormentare se stesso, la Giselda e la madre di lei. E il Rapisardi scriveva disperatamente per la bella donna:
Io, perch giunga a lei, perch dei cari
Labbri udir mai dolce una voce io possa,
Varcherei monti e boschi, abissi e mari,
Calpesterei dei miei morti la fossa!
Ecco ancora una lettera della Lina a Rapisardi che, di nuovo a Firenze con la moglie abitava al Viale Principe Amedeo, numero 4, piano secondo. La lettera  del 26 agosto 1882:
"Caro Mario mio,
"Il diavolo mette sempre la coda in tutte le mie cose. Ieri, sentendomi cos male, avevo deciso di non recarmi a Carmignano. Ma stamani ho avuto una lettera della signora Fedeli dove mi si annunzia che alle quattro la sua carrozza sar a prendermi qui. Per chi potevo io farla avvisata e pregarla di non incomodarsi?
"Or ora sono scesa in strada per venire costass da voi, ma ha cominciato a piovere a dirotto. Se aspetto un poco non faccio pi a tempo a venire qua per le quattro.
"Ve lo ripeto: ogni mio progetto  sviato. Fortuna che so dal caro biglietto di Giselda che voi state meglio assai quest'oggi; e fortuna che io star assente un giorno solo, domani; altrimenti sarei venuta a malgrado di tutte le piogge e di tutti quelli che mi aspettassero.
"Vi stringo la mano ed abbraccio la mia sorellina d'affetto e la mia mamma adottiva, salutandovi fino a luned, giorno in cui m'invito da me cost tra voi a fare un po' di festa al cuore.
"Vostrissima sempre
LINA".
Il giorno 28 si sarebbe festeggiato infatti il compleanno della signora Giselda. Intanto Rapisardi ha scritto per la Lina parecchi versi nei quali non fa che lamentarsi della freddezza e dell'indifferenza di lei, magari accusandola di crudelt, secondo il costume di tutti i poeti incompresi in amore dal Petrarca in poi; ma non mai la Lina ne scrisse per lui, eccettuata la poesia A un amico che non mi scriveva da un pezzo, e l'altra che s'intitola: Ultima festa nel volume Versi in risposta a quella che egli le	aveva mandato accompagnandola col dono di un pugnale sulla cui lama era incisa la parola Pax; questi versi della Lina sono fra i non molti di tutta la sua opera dove non si parli d'amore.
ULTIMA FESTA
Ad un amico che mi regalava un pugnale
con sopra inciso il motto: Pax.
Non vedo pi davanti agli occhi lassi
L'aurea danza de' sogni e il ciel sereno;
Ne 'l sentier buio, a rallentarmi i passi,
Non v'ha sirena che mi canti in seno.
Fredde, siccome d'invernale aurora,
Scorron de 'l tempo mio l'ore solinghe,
E un incredulo riso il labbro sfiora
Dinanzi a 'l giuoco de le altrui lusinghe.
Amico, vedi, quella testa bianca
Che sotto il lume su 'l lavor si piega?
 l'ava mia, la vecchierella stanca,
Che, quando impreco, m'accarezza e prega.
E se appoggio a 'l suo pi le chiome bionde,
Con parole d'amor strane e leggiadre
Ella ricorda e in un pensier confonde
L'infanzia mia, l'infanzia di mia madre.
Sacra testa canuta! E verr giorno
Che posi anch'essa in qualche angolo ignoto;
Ed io, nata ad amar, guardando attorno,
Tutto avr visto dileguar nel vuoto.
Diffusi allor ne la mia chiusa stanza
Nembi di fiori da 'l profumo acuto,
In un canto a la gloria e a la speranza
Volger a 'l mondo un ultimo saluto.
E secura in pensar che Dio perdona
Molto a chi molto lacrim d'amore,
De 'l tuo pugnale io premer la buona
Lama che scenda a darmi pace a 'l core.
Per dimostrare come ella avesse amicizia non solo per Rapisardi ma anche per la moglie e come da lei ne fosse ricambiata teneramente, baster leggere il sonetto Viaggio (a Giselda) in cui esprime il dolore per l'amica che parte:
Ella parte fra poco, e il quartierino
Che in fondo de i Viali abita adesso,
Pien de 'l suo gusto capriccioso e fino,
In questi giorni non par pi lo stesso.
L uno scialle di pizzo, un mandolino,
Mucchi di libri, qualche guanto smesso,
Bottiglie vuote di spumante vino,
Rado bevute e motteggiando spesso;
Qui una gonnella a falpal di raso,
Pi gi la gabbia d'un uccello morto,
E, senza piante, rovesciato un vaso.
Io tutto guardo, e tacita rimango,
Lei sta l in piedi co 'l visetto smorto,
Poi mi si butta fra le braccia: io piango.
*
Come si sa, Mario Rapisardi aveva l'abitudine di tener copia di tutte le lettere che spediva e si deve a questa singolare previdenza se oggi possiamo leggerne alcune dirette alla Lina.
"Milano, ottobre 1876.
"Carolina cambia cambia....
"L'ho sentita or ora, proprio nel momento che finisco di leggere la vostra lettera.  strano! Mi pare impossibile che voi non siate qui. C' tanto di voi in questo benedetto paese! A ogni svolto di cantonata dico fra me: ora incontrer la mia Linuccia! Ci sono tante che vestono come voi. Ma che! nessuna, nessuna vi somiglia. E questo mi piace. Se ci fosse una donna che osasse somigliarvi anche poco, anche da lontano, io vi vorrei meno bene. Stamane verso le sei, Milano era tutta avvolta nella nebbia. Il Duomo era meraviglioso; le sue fantastiche guglie si confondevano col cielo. Quante volte l'avrete vedute cos e vi sar parso di volare, malinconica Peri, sostenuta dalle ali di un angelo o dell'amore, e d'immergervi nella infinita volutt della luce, e sparire in un raggio di sole!
"Io vi ho dinanzi a questo eterno conquistatore dell'anima che si chiama l'Amore. Ho inclinato la fronte dinanzi a lui, e ho ripetuto piangendo il tuo nome".
La Lina aveva scritto a Rapisardi, sapendo che doveva andare a Milano, di portare per lei delle rose al cimitero sulla tomba del povero Bennati, e nella stessa lettera, abissi del cuore umano, gli scriveva pure di comprarle in un negozio di Via Monte Napoleone una scatola di quella polvere dorata con cui usava incipriarsi i capelli.
Rapisardi si rec infatti al cimitero, e si rec pure nel negozio acquistando due scatole di polvere dorata. Egli era molto felice di poter soddisfare tutti i desideri della piccola amica, di qualunque genere fossero.
"Com' bella la piccola tomba, la casa modesta del tuo povero amore! Come si deve dormir bene laggi sotto la fredda lapide nera, sotto la pianticella d'edera che abbraccia amorosamente la croce, sotto le ghirlande baciate dalle tue labbra, sotto i fiori bagnati dalle tue lagrime!
"Ci sono tornato stamane prestissimo, sono entrato nell'asilo del sonno insieme alla folla spensierata dei manovali e ho sussurrato il tuo nome a tutti i poveri morti. Il sole dava il primo raggio alle tombe, gli uccelletti il loro primo saluto. Quanta luce, quanta armonia, quanta vita l, nella fossa misteriosa dell'eternit!
"Mi sono sdraiato sull'erba verde, bagnata di lagrime e di rugiada; ho guardato a uno a uno i santi ricordi appesi dintorno all'altare dell'amor tuo; ho baciato un brano di velo nero che tu certo hai legato a una delle catene che serrano tutto il mondo della tua vita; mi son provato di leggere certe cifre misteriose segnate in caratteri rossi sull'asfalto della lapide.... Chi pu leggere le cifre misteriose della morte?
"Ho scritto sull'orlo queste tue parole:
Egli era un eroe
Era un fanciullo, e un santo."
Pu sembrare strano ch'egli le dia del tu, mentre essa gli d sempre del voi e cos continuer per parecchi anni. Ci non toglie che i rapporti fra la Lina e Rapisardi fossero quelli che abbiamo detto, come altre prove verranno a rendere sempre pi evidente. Se poi le lettere che abbiamo riprodotte devono considerarsi come lettere di amore con "inviti e convegni furtivi" non c' da meravigliare che venissero attribuiti a questa donna non solo il Rapisardi, ma dozzine di amanti. Egli era perdutamente innamorato, ed essa gli fu indulgente, affettuosa, perfin tenera, accett che le rivedesse il volume Versi, permise che le desse del tu, e accondiscese pi tardi a ricambiarglielo, cosa non rara fra scrittore e scrittrice legati da una forte simpatia e dalla vita comune del giornale e del libro.
*
Un grande affetto la Lina ebbe per la nonna, e quando il 2 novembre 1880 la cara vecchierella muore,  un grande schianto per lei che si vede ormai sola nella vita e scrive versi molto commossi, come Stanza chiusa in cui tentata dal dolore rientra nelle camere dove la nonna non  pi, e ha l'illusione di rivederla pallida, negli atteggiamenti usati, ma si riscuote dal sogno:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
In questa dolce illusione assorta,
Io guardo e aspetto tacita, tremante,
Ma poi fuggo gridando:  morta!  morta!
Anche il sonetto Il rosario della Nonna  uno dei pi spontanei e sentiti:
Bigotta no: lo spaventevol senso
Me poco turba di future pene:
Amo gli effluvi de le algose arene
Pi che il mistico odor de 'l sacro incenso.
E se de 'l vero il desiderio intenso
Mi tragge fuor de le vulgari scene,
Pi che in chiesa su cime alte e serene
Iddio mi parla il suo linguaggio immenso.
Pure da quando la mia santa  morta,
Ho a 'l collo il suo rosario e una medaglia
Come altra dama un ricco vezzo porta.
N di ghigni il pietoso animo cura
Ch in questa de la vita aspra battaglia
Con l'amuleto mio pugno secura.
Appena la nonna mor la Contessa Lara scrisse alla signora Agrippina Bottini, sua diletta e fedele amica:
"Pina mia cara,
"Dolce sorella mia, quale sventura! L'ultimo stame che ancor teneva la mia esistenza dolorosa.... Oh, Dio quanto mi sento male! Non ho neppure la forza di reggere la penna; dai miei occhi bruciati per il lungo pianto cadono continue lacrime cocenti, e tu ne vedi le tracce sulla carta; ogni lacrima  una goccia di sangue, che cola dal mio cuore!"
Questo era per lei un dolore atroce e si chiedeva quale mai spaventoso peccato avesse commesso, e se non avesse espiato abbastanza per essere, ancora percossa cos. In alcuni momenti si sentiva vacillare, la fede non le dava pi conforto e desiderava morire per trovare la pace che invano cercava da anni, e credeva che solo la morte gliela potesse dare. La nonna soleva chiamarla figlia, ed essa che aveva perduto prestissimo la madre, aveva in quell'affetto ritrovata davvero un'altra mamma.
Nello stile del tempo la lettera a Pina Bottini continua:
"Ella  morta, Pina mia, e il mio cuore si  infranto! Gli ultimi istanti furono molto penosi. Per tutto il tempo che dur la sua triste agonia, rimasi inginocchiata presso il capezzale; piangente e quasi fuori di me la supplicavo a non lasciarmi, ad avere piet di sua figlia infelice e sventurata. Ella mi pose una mano sul capo e lev al cielo gli occhi ormai spenti; le sue labbra si agitarono; mormorava benedicendomi una preghiera per la salvezza della mia anima, e mi confidava al buon Dio affinch mi proteggesse ora che restavo senza appoggio e senza guida. Poi, debolmente, mi attir a s, e toltosi un medaglione raffigurante l'immagine della Vergine Addolorata me lo pose al collo sorridendomi, poi reclin il capo. Il mio cuore in quel momento ebbe uno schianto. Mi chinai su quella bocca adorata per deporre e ricevere un bacio. Ahim, fu l'ultimo, come l'ultima era stata la sua preghiera. Ella spir fra le mie braccia sempre sorridendomi. Il suo volto  atteggiato a suprema e dolce beatitudine: i suoi occhi sbarrati mi fissano! Ah nonna, madre mia adorata, perch non mi parli? perch non mi chiami col dolce nome che eri solita rivolgermi? Non vedi che la figlia tua in ginocchio t'implora? Tu sei morta! Mi hai abbandonata,  vero, ma il sacro tesoro che mi hai posto al collo non mi lascer giammai; nelle battaglie dolorose della vita, lo premer sul cuore e le mie labbra, allora, mormoreranno la santa preghiera che tu m'insegnasti bambina. Che la tua anima santa goda eternamente le dolcezze del Paradiso. Madre adorata, veglia sopra di me.
"Questa sera, Pina mia, la porteranno al Camposanto! Potessi almeno seguirla anch'io nella tomba e dormire con Lei il sonno eterno.
"Non posso pi reggere alla disperazione: due volte mi sono svenuta nello scriverti questa lettera, che ti mando bagnata di lacrime e piena del mio dolore.
"Forse nel vostro amore potrei avere un po' di conforto; ma neanche ci mi  dato provare: lo strazio deve essere intero e crudele.
"Pina mia cara, ti stringo al mio cuore addolorato e ti bacio con tutta l'anima afflitta.
La tua LINA".
*
Nel 1881 nacque a Firenze, diretto da Gaetano Malenotti, il quotidiano Fieramosca, di cui la Lina fu collaboratrice. Il Fieramosca, per essere pi esatti, sorse col nome di Fra Diavolo, ma la contessa Isabella Gabardi Rossi, poetessa e patriotta, insist e ottenne che il nome fantasioso venisse cambiato in quello battagliero ed eroico di Fieramosca.
Essa era la fiorentina assai bella che fra il 1834 e il 1840 fu molto cara al Giusti, e ne ebbe i versi All'amica lontana; si parl anche di matrimonio fra i due, ma il Giusti era povero e la Rossi abituata all'agiatezza, cos che un giorno il senso pratico prevalse sull'amore e la poetessa ebbe a scrivere all'amico poeta:
Amica ti sar fino alla morte
Ma giammai diverr la tua consorte.
Molti anni pi tardi scrisse al Ghivizzani, biografo del Giusti queste parole:
"Studiandolo trovai che il mio non si fondeva mai col suo cuore, mentre il mio intelletto rispondeva sempre al suo..."
La Isabella Rossi spos poi il conte Olivo Gabardi Brocchi di Carpi, che ella aveva in una lirica salutato "poeta del duolo" per le sue Leggende storiche italiane scritte in ottave fra il 1837 e il 1843. L'Isabella, ardente italiana di vasta cultura classica, scrisse molti versi sentimentali e visse dal 1808 al 1893. Ebbe corrispondenza vastissima con le personalit pi in vista del suo tempo, e il figlio Gabardo Gabardi, poeta anch'egli e giornalista arguto e vivace, ne pubblic un interessante epistolario in due volumi intitolato Mia madre, i suoi tempi, i suoi amici.
Gabardo Gabardi fu buon amico della Lina Cattermole, a cui, come confessava egli stesso da vecchio, aveva fatto una corte spietata; il ricordo della donna gentile, intelligente, fine, mordace, gli rimase sempre caro. C' un suo grazioso sonetto dedicato a lei, a cui la Lina rispose per le rime, ma non senza amarezza.
Dice Gabardo Gabardi:
A CHI SO IO
Amo il tuo riso scettico e argentino,
Amo quel gelo che ti sta negli occhi,
La posa indifferente e il viperino
Scherno che opponi a 'l plauso de gli sciocchi.
Vorrei fare il patito a te vicino,
Esser deriso; e in mezzo a' tuoi balocchi
Rappresentar la parte del cretino,
Fin che ad altri, per turno, essa non tocchi.
T'ho visto in chiesa l'altro giorno: stavi
Inginocchiata ai piedi d'un altare.
Cercai d'indovinar perch pregavi.
Poi ripensando agli usi tuoi cangianti,
Ho capito che, tanto per mutare,
Ti divertivi a canzonare i santi.
Risponde la contessa per "Chi so io"
Amico, me la folla degli sciocchi
Giudichi in varie guise stravaganti,
E scopra fuoco o gel dentro quest'occhi
Dov' il ricordo de i versati pianti.
Maligno nome a 'l mio sorriso tocchi,
Birichino, gli  ver, ma co' galanti;
E quando ad un altar piego i ginocchi,
Ben si proclami ch'io canzono i santi.
Troppo arcano, pe 'l vulgo,  questo caro
Sentimento de 'l ciel, questa mia fede
Di gentildonna e insiem di marinaro;
N crucciarmi io saprei: ma tu, se male
Non vuoi ritrarre almen quel che si vede,
Torna meglio a studiar l'originale.
Un altro buon amico della Lara fu Mario Foresi. Interrogato sulla strana donna, dice che vi sono due argomenti validi in sua difesa per chi la conobbe. Il suo intelletto sorgivo, nonostante una cultura limitata, e il cuore ardentissimo. L'uno le cre il sogno di un uomo ideale; l'altro la indomabile bramosia d'incarnarlo. La ricerca dell'uomo ideale sempre delusa e non mai convinta, ne fece agli occhi del volgo una dissoluta, mentre in lei non fu soltanto vizio e non fu mai cupidigia o avidit.
Quando Foresi giovanissimo pubblic il Canzoniere la contessa Lara ne parl in un articolo sul Fieramosca con molto calore. Incuriosita di questo poeta volle visitarne lo studio a Firenze, mentre egli si trovava all'Isola d'Elba, sua abituale dimora estiva. Una indiscrezione con la complicit del domestico?  probabile:
"Qua un cavalletto con una bella testina a guazzo, bionda o bruna, secondo il capriccio, donna o Madonna, secondo il culto.... del quarto d'ora; l sul pianoforte delle carte di musica sparpagliate, sul tavolo cartelle bislunghe formicolanti: ispirazioni, cassature, un po' di tutto. Lo provano i lampi di genio che sfolgorano a tratto a tratto nel suo volume di versi.
"Non mi limitai allo studio, girai la casa storica dei Doni, dalle pareti coperte di quadri di pregio.
"- Vede? - mi diceva il buon Giannino Testi, isolano anche lui, ma pi a posto in cantina e nella scuderia che dinanzi a capolavori dell'arte - so che quello l  un Sarto, questo qui un Rosa. C' un Botticelli, ma non so dove. - Insomma del Botticelli ricordava integro il nome.
"Vidi la bella libreria; scesi in giardino, lo percorsi fino al Mercurio, la votiva statua erettavi da Orazio Fenzi banchiere (invano, ch questo e quella caddero); sedei sotto un tasso annoso sulla panchina dove pi tardi quando conobbi di persona l'autore del Canzoniere, lessi alcuni miei versi.... sfoghi da poeta a poeta."
*
Per meglio chiarire l'articolo della contessa Lara diremo che Giannino Testi fu pi che domestico factotum di Mario Foresi e restava guardia di casa in assenza della famiglia. Badava al cavallo da sella, e lo portava a passeggio e sorvegliava l'antica cantina padronale di propria produzione che pi tardi Mario Foresi soppresse. E siccome al Testi piaceva il vino, la contessa Lara fece il bisticcio su Botticelli.
Mario Foresi possedeva in Corso de' Tintori a Firenze un palazzo edificato sulla fine del quattrocento da un Angelo Doni che spos la Maddalena Strozzi i cui ritratti dipinti proprio in quel palazzo da Raffaello sono oggi nella galleria Palatina. Dai Doni il palazzo pass alla famiglia Fenzi, arricchita nel periodo napoleonico. Orazio Fenzi di Emanuele fece erigere nel giardino la colossale statua di Mercurio a cui ha accennato la contessa Lara. Poi i Fenzi andarono in rovina, e il palazzo dei Doni, gi pieno di libri e cose d'arte, quando pass a Mario Foresi, fu da lui ancora accresciuto e abbellito. Lo dette poi in dote all'unica figlia e oggi  il palazzo Foresi-Manzoni. L abit D'Annunzio appena uscito dal Collegio Cicognini e l pens e scrisse il Primo vere. Pi tardi egli ebbe a scrivere: "Io non ho mai dimenticato la bella casa ospitale, in quel Corso de' Tintori che  una fra le molte strade della mia melanconia."
Mario Foresi si acquist poi a Firenze una casa, o romitorio, come lui la chiama, dove abita con due ancelle fedeli. La raccolta d'arte e i libri don al Municipio dell'Elba fondando la Foresiana, pinacoteca e biblioteca, consegnata al Sindaco di Portoferraio il 21 settembre 1924.
Nella Foresiana c' una bella raccolta di autografi; ma quando abitava al Corso dei Tintori chi sa quali amici intimi di Foresi gli sottrassero dalla biblioteca una cartelletta con lettere del Guerrazzi, del D'Annunzio, del Rossini e altre. Certo, dice melanconicamente il poeta, "i ladri aspettano la mia morte per metter fuori la refurtiva".
*
In uno studio nella Rassegna Nazionale Mario Foresi dice della contessa Lara:
"La nota lepida della contessa Lara, ve la do come una cosa rara, come un esempio unico.
"Si sa come la musa di lei fosse sempre romantica, passionale, malinconica.... Anche quando ella sorride o inneggia alla joie de vivre, c' sempre un sospiro dietro il suo sorriso.
"La cosa unica dunque?
"Si tratta di una o due lirichette apparentemente frivole e scherzevoli che pure nascondono il loro sospiro, il loro spirito di larga morale a illustrare le quali giova ch'io premetta una particolare notizia.
"Durante quel periodo di tempo che la bionda Eva dimor a Firenze in via del Porcellana le fu consueta certa Corinna Benvenuti, una non pi acerba ragazza che si era divisa dalla sorella e venuta via da Bologna a Firenze; piena di spirito, mobile, benevolmente loquace, informata di tutto come una gazzetta. Dir, per non farne la biografia, che i suoi pregi erano bilanciati da un opportunismo, da un'accortezza nel tirare ogni acqua al suo molino che a momenti ella mal dissimulava. Non che non fosse servizievole e compiacente altrui; ma, a ogni caso occorreva che ci non le scomodasse troppo n la deviasse dalla sua linea. Di che l'arguta scrittrice la proverbiava talvolta con molto spirito.
"Vengo ai noccioli. L'amica irrequieta aveva, s'intende, lasciato un albo alla contessa Lara, assillandola perch le ci scrivesse dei versi; e finalmente i versi furono buttati gi in un momento di buon umore sull'albo, dal quale oggi li trafugo e trascrivo.
"Scommetterei che alla Benvenuti non andarono molto a genio e che nel leggerli torse un po' la bocca; ma ringrazi quand mme. Il nome dell'autrice era ormai ben noto.
"A me poi sembrano degni di un'antologia. Il primo vispo sonettino in ottonari dice:
- Addio - disse - o Garisenda -
la minor torre sorella;
e part. Di nobil tenda
si mun e cinse gonnella.
Non c' caso che ora penda
e che stia; va dritta e snella;
ma prosegue la leggenda
a chiamarla l'Asinella.
Quella  l sempre a Bologna
muta immobile che sogna;
questa invece, a pi non posso
gira, fiuta, raglia, scova.
Chi la cerca non la trova;
a chi l'evita, va addosso.
"La seconda lirica  pi fine. C' del Catullo, c' del Chiabrera, e c' dell'abate Piron. Sentite:
 la Corinna
un uccellino dalla lieve penna;
cinguetta e trilla e nel trillar tentenna
il capino in qua e in l quasi la ninna-
nanna cantasse. Mai non chiede un grano,
ma poi si secca
a stare invano
sopra una stecca;
e se non becca,
fa una cilecca,
sbatte le aline e vola via lontano.
 la Corinna
un pesciolino dall'argentea pinna;
s astuta che non v' rete n pesca
n pescator che a trarla a s riesca.
Intorno all'esca
gira e rigira,
ma se a lungo qualcosa da mangiare
nessun le tira,
scodinzola un pochino e poi scompare".
Abbiamo riportate queste due poesie con le parole di Mario Foresi, pur non essendo mai stati convinti che appartenessero alla Contessa Lara. Ella pu essere ironica, non mai cos pungente; e formalmente sono troppo perfette, per appartenere al primo periodo lirico della poetessa, non solo, ma non si trova traccia, in tutta la sua opera, di quelle forme metriche. Espressi questi dubbi a Mario Foresi, egli ha risposto cos:
"La Corinna Benvenuti abitava in vicinanza della Cattermole in Via del Porcellana, e mi assillava perch le ottenessi dalla Lara alcuni versi da album. Non volli dar seccature. D'altronde la scrittrice in quel tempo lasci Firenze per Roma. Cos scrissi io quegli epigrammetti che firmai - per la Contessa Lara - la quale, confessandole io la cosa, ne rise, e volle copia dello scherzo che le trascrissi mentre ero a Roma".
 CAPITOLO QUARTO.
Angelo Sommaruga e la Farfalla. - Carducci e la Cronaca Bizantina. - Pietro Sbarbaro e le Forche Caudine. - Sommaruga lancia la Contessa Lara col volume Versi. - Bambola di Norimberga. - Alcuni poeti scrivono per la poetessa. - Una edizione inedita di "Donna Clara" del D'Annunzio. - La Contessa Lara all'isola d'Elba. - Scissura fra la poetessa e Mario Rapisardi.
Angelo Sommaruga, l'editore che doveva "lanciare" la Contessa Lara, fu l'arbitro delle fortune poetiche d'allora, personaggio dominante di una cronaca letteraria fervida e bizzarra quanto altra mai. Nato a Milano da famiglia di agiati negozianti che avevano il loro traffico di legname in Via Cerva al numero 40, fin da ragazzo mostr invece passione grandissima per i libri. Studente di scuola tecnica verso il 1873-1874 pubblicava un giornaletto intitolato Miscellanea che era un vero castigo di Dio per i professori; e le ire non erano del tutto ingiustificate. Lo pubblicava insieme a Gaetano Moretti che lasci poi le velleit letterarie per l'architettura e ricostru il campanile di Venezia. Il giornaletto si vendeva in una cartoleria di Via Bergamini e si stampava in quella tipografia Gareffi a Porta Romana che stampava pure la rivista politica Il libero Pensiero, di Mauro Mauri, un propugnatore, fra altre cose, dell'emancipazione della donna, oggi dimenticato.
In seguito Angelo Sommaruga and a Cagliari impiegato nell'amministrazione di certe miniere. Ivi il 27 febbraio 1876, dette il volo alla Farfalla, bimensile ad otto pagine, stampato nella tipografia del Corriere di Sardegna.
Dal suo profilo, pubblicato nella Farfalla riprendiamo i tratti pi salienti.
" uno fra i piloti dell'yacht farfallino. Due antenne smisurate per gambe: per bocca un'ampia tromba assorbente.  la piovra dell'alato sodalizio. Nato sul Naviglio, sono a lui affidate le sorti del Coleottero Cagliaritano. Ha la pletora del sentimento. Bisogna compatirlo: non ha ancora varcato il capo delle tempeste: i vent'anni. Ama l'arte, il moscato e la repubblica. Ama perdutamente le donne. E le donne lo esecrano perch non arrivano alla sua maniera letteraria. Scrive rapido, nervoso, a sbalzi.  affetto da lineettite acuta. Una parola ed una lineetta: un inciso e due quadratoni: un periodo e sette traits-d'union. Se i compositori lo vorrebbero morto, quando scrive troppo presto, le virgole gli farebbero volentieri da becchino: perch egli le trascura, il malvagio. Ha denti visibilissimi, e non fa l'avvocato. Ha idee grandiose e non  professore. La Farfalla  stata una divinazione ed il mago  stato Falena".
Falena altri non era che Sommaruga, il quale firmava talvolta cos i suoi articoli intitolati Succiate farfalline. Talvolta erano anche firmati Farfalla.
La Farfalla bimensile usc per l'ultima volta a Cagliari il 9 settembre 1877, dopo di che si trasfer a Milano, dove comparve come settimanale il 30 settembre dello stesso anno. Portava una bella testata di Tranquillo Cremona, amene caricature di Tommaso Bianco, e vantava una collaborazione variatissima di Giarelli, Felice Cameroni, Cesario Testa, Cletto Arrighi, Ferdinando Fontana, corrispondente parigino, Primo Levi, Ragusa Moleti, Domenico Milelli e Paolo Valera, il "terribile Paolino" come era chiamato in redazione, l'autore di Milano Sconosciuta e degli Scamiciati. Fu un trionfo. Se ne vendettero fino a 3000 copie, cifra enorme per quei tempi. Il giornale era anche battagliero e Raffaello Barbiera pot permettersi il lusso di attaccarvi Tommaso Salvini.
Felice Cavallotti vi scrisse i suoi sfoghi poetici, a proposito dei quali Depretis disse:
- Come uomo politico  detestabile ma come poeta non c' proprio da dirci niente!
Donde si vede che in fatto di letteratura Depretis era di manica larga. Fra i pi assidui alla Farfalla era il pittore Vespasiano Bignami, colto ed arguto, che si firmava Vespa. Ma se la Farfalla si vendeva, e recava al suo padrone molto denaro, questo dalle sue mani bucate scivolava colla stessa facilit con cui era arrivato, e ai primi del 1882 si fu nell'impossibilit di proseguire. Angelo Sommaruga ritorn alle miniere della Sardegna, e la Farfalla, nell'aprile dello stesso anno riprese le pubblicazioni con altra direzione ed altri collaboratori.
*
Ma poteva restare inattivo in Sardegna Angelo Sommaruga? Impossibile! Ed ebbe una idea grandiosa: Roma. Andare a Roma, conquistare Roma. Che ne pensava Carducci? Sommaruga gli espose il suo programma di editore, di giornalista e Carducci gli rispose s, che cominciasse, subito subito.
E, per cominciare, il novello editore chiese a Carducci di pubblicare immediatamente la polemica fra lui e Rocco De Zerbi a proposito di Tibullo, ma l'affare non fu concluso perch Carducci gi s'era impegnato con casa Treves.
Ci non pertanto la casa editrice Sommaruga riusc a pubblicare per primo libro Confessioni e battaglie e subito dopo Terra Vergine e Canto novo di d'Annunzio.
Carducci soleva dire che Sommaruga lo faceva lavorare a macchina. Il 27 agosto del 1887 (quando Angiolino, come anche Carducci lo chiamava, era in America) gli scriveva da Courmayeur: ".... scrivo non molto, avendo molto da fare per la Istruzione e non avendo pi alle costole Lei".
Carducci, che per i pi passava per acre, burbero, duro, era nell'intimit un fanciullone che rideva per nulla. Le forti antipatie potevano renderlo inesorabile, ma era pronto al riso con ingenua allegria. Per quindici sere, di seguito a Roma, in casa Sommaruga, continu a divertirsi un mondo, giocando "all'oca" con Anton Giulio Barrili, felice, quando poteva gridare:
- Barrili nel pozzo!
Nei quattro anni che dur, la Cronaca Bizantina, sotto la direzione di Sommaruga, fu un campo aperto alle pi vivaci polemiche, non ultima quella famosa fra Scarfoglio e Cavallotti.
Uscito il a ira, Sommaruga temeva che nessuno osasse criticare Carducci; e siccome, da intelligente editore, sapeva che anche la critica ostile giovava alla diffusione degli autori, sulla copertina della Cronaca Bizantina faceva riportare tutti i giudizi, buoni o cattivi che fossero; and dal Bonghi, che come moderato non poteva certo amare il Carducci di quel tempo e gli disse:
- Mi faccia lei l'articolo per la Domenica Letteraria sul a ira.
Il Bonghi rimase sbalordito.
- A me, lei lo chiede? A me, lei? L'editore? Ma sa che io non potrei che dirne male?
- Gli  appunto per questo che sono venuto da lei.
E nella Domenica Letteraria l'articolo di Bonghi comparve come certo Sommaruga lo aveva desiderato. Carducci boll, ma era incerto se replicare. Ne valeva la pena?
Sicuro che valeva la pena. E ci pens Angiolino che, messe accanto a carta e a calamaio due bottiglie di vecchio Barolo e una certa quantit di biscotti, chiuse a chiave in una stanza il Carducci, senza di che probabilmente la polemica con Bonghi non sarebbe stata scritta, come non furono mai scritte quattro novelle a cui Carducci pens, di cui comunic perfino i temi al suo amico, senza che poi mai si decidesse a metterle al mondo.
Tanta parte della vita del Carducci  legata a quella del Sommaruga. Questi, che ora vive a Parigi ma di tanto in tanto viene a Milano, vi pu raccontare come il Carducci rifacesse una prima volta a Bologna, mentre lui, Sommaruga e Luigi Lodi lo aspettavano girando su e gi sotto i portici, quasi tutte le Ragioni metriche e come avvenisse che per un errore di stampa il sesto sonetto, ultima terzina, subisse un mutamento casuale poi rimato. Dove era nel manoscritto:
Marat vede ne l'aria oscura torme
D'uomini coi pugnali erti passando,
E piove sangue donde son passati
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
venne invece fuori nella stampa:
Marat vede nell'aria oscure torme, ecc. ecc.
A Carducci lo sbaglio piacque e lo lasci cos.
*
Il braccio destro di Sommaruga era Cesario Testa, letterato di valore e gran latinista, grande amico di Carducci e di Pascoli. Fu lui che trov il titolo alla Cronaca Bizantina. Contemporanei approssimativamente a questa e ad altre pubblicazioni minori, uscivano il Nabab e le Forche Caudine, sempre di Sommaruga che stampava i giornali nelle tipografie Centenari e Perino, e i libri in gran parte presso il Landi di Firenze. Il Landi era un artista nel suo genere, dirigeva la rivista L'Arte della Stampa, dove era lui a dare il la ad ogni movimento di novit e di ricerca: fu il relatore per la stampa all'Esposizione di Torino nel 1884 e pubblic Il manuale del tipografo.
Il Nabab era diretto da Enrico Panzacchi e vi scrivevano Giustino Ferri, G. A. Cesareo allora giovanissimo, Arturo Colautti, Alfredo Oriani, Carlo Del Balzo, la Contessa Lara e molti altri. Segretario di redazione era Tullo Fornioni.
Le Forche Caudine erano compilate da Pietro Sbarbaro, uomo d'ingegno e di larga cultura, un vero tipo di ribelle esaltato, professore di filosofia all'universit pavese. Il Ministero della Pubblica Istruzione, retto allora da Guido Baccelli, aveva deciso di pubblicare una prolusione dello Sbarbaro ed era stata preventivata una certa somma per questo scopo. Ma la prolusione fu dall'autore talmente allungata che la spesa sarebbe stata per lo meno il triplo, alla qual cosa Guido Baccelli cred di non poter aderire. Apriti cielo. Sbarbaro scrisse una petizione al Sottosegretario all'Istruzione con epiteti e frasi che restarono celebri. Dopo di che fu destituito. Sommaruga comprese che il professore perseguitato e iracondo era l'uomo che ci voleva per lui e gli fond le Forche Caudine, bisettimanale che ebbe una tiratura di quarantamila copie; e Baccelli, Pierantoni, Mancini, Minghetti, tutti gli uomini politici del tempo e anche alcune loro donne, vi furono attaccati con calunnie veramente nefande; Sbarbaro ce l'aveva a morte coi ministri del re. E i processi di diffamazione piovvero, e i sequestri furono infiniti; una volta si giunse ad averne cinque in un sol giorno, finch lo Sbarbaro fu arrestato. Sommaruga pi per solidariet con Sbarbaro che per altro motivo continu le Forche Caudine dirigendole egli medesimo, finch dopo un mese egli stesso fu arrestato e rimase in carcere sei mesi. Di tutti gli amici, della gente da lui beneficata, sostenuta, messa avanti letterariamente, gli rimasero fedeli Barrili che gli scriveva da Genova, Carducci, Cesareo e la Contessa Lara che andarono a visitarlo in carcere.
Dopo il carcere, e prima del processo in appello, Sommaruga ripar all'estero, e passando per Bologna alle tre di notte trov il Carducci che l'aspettava alla stazione per dargli il saluto di un cuore fedele.
Nel 1910 Eduardo Scarfoglio, nella prefazione per una nuova edizione al libro di Don Chisciotte, cos parla del periodo sommarughiano:
"Esso fu il prodotto necessario dell'incontro, o, se meglio vi piace, dello scontro di due elementi radicalmente opposti e apparentemente inconciliabili: la cultura della scuola e della biblioteca, e il bluff. Un quarto di secolo prima ch'essa diventasse Europea la legge comune del commercio e la ragione prima del successo, Angelo Sommaruga, che non ancora conosceva l'America, ebbe la divinazione della rclame impudente e insolente, che turba e quasi spaventa il pubblico, che tiene il suo sistema nervoso in uno stato di eccitazione perenne, che lo suggestiona e s'impone alla sua volont. Per Angelo Sommaruga l'editore non era l'impresario d'una scuola letteraria, ma il produttore d'una merce, il cui cmpito si riduce a spacciarne la maggior quantit possibile. Ecco tutta la psicologia sommarughiana, psicologia che ha ora invaso tutto il campo della libreria e del giornalismo, ma che venticinque anni fa pareva cosa esecrabile e quasi criminale. Se egli avesse trovato in istato di sciopero la piccola letteratura mercantile derivata dalla putrefazione del romanticismo, avrebbe probabilmente fatto una grossa fortuna e sarebbe commendatore e Senatore del Regno, ma essa era accaparrata dagli editori del Nord, e il nuovo venuto dovette orientar la sua barca verso la terra meno adatta ad essere fecondata dal suo genio americano".
*
La Lina mand il manoscritto dei Versi al Sommaruga, firmandolo Contessa Lara. L'editore cap subito il valore della poetessa, di cui gli piacque anche lo pseudonimo, e la giudic senza chieder consigli ad altri come faceva per ogni manoscritto che gli pervenisse. Le offr il venticinque per cento sul prezzo di copertina. Si rec a Firenze dalla Lina, in via del Porcellana, per la firma del contratto. Essendosi annunziato il Sommaruga, la Contessa Lara disdisse una visita che Mario Rapisardi le aveva promessa per lo stesso giorno; donde collera del poeta e broncio alla bella amica, con cui dovette essere proprio la signora Rapisardi a rappacificarlo. La Contessa Lara si rec poi a Roma e combin, nell'attesa che il volume uscisse, altre pubblicazioni nei periodici sommarughiani. Non scrisse per mai nella Cronaca Bizantina, ma spesso nel Nabab.
Una volta lasciando Roma scrive a Sommaruga:
"Luned sera.
"Caro Sommaruga,
"Il telegramma che io aspettavo da Napoli sospende la mia gita laggi. Torno dunque invece a Firenze dove spero vedervi a giorni. Avvisatemi un giorno avanti del vostro arrivo. Dopo domani avrete i versi da illustrarli come abbiamo combinato. Vi ricordo intanto tutte le vostre promesse d'oggi. Vedremo se avrete altrettanta memoria quanta avete cortesia. Vi sono gratissima della preziosa conoscenza che mi avete fatto fare quest'oggi della Matilde Serao, alla quale scrivo una parola prima di mettermi in treno. Stornellando alla toscana direi di lei:
Tre cose non si possono scordare
L'ingegno, gli occhi e le manine rare.
"A proposito di mani, stringo la vostra e vi dico addio.
CONTESSA LARA".
Quando il volume Versi esce nella graziosa, elegante edizione di Sommaruga, il successo  clamoroso di critica e di vendita. Alcuni, fra cui il critico del Corriere della Sera, sospettano che quello pseudonimo byroniano sia una nuova trovata di Lorenzo Stecchetti. Questo errore d modo al poeta di scrivere una lettera aperta a Ferdinando Martini, direttore de La Domenica letteraria (11 febbraio 1883) dove fa sfoggio del suo solito spirito, non sempre di buon gusto.
La Contessa Lara ha la sua celebrit e l'editore la esorta a polemizzare coi critici perch si faccia sempre pi chiasso intorno al volume. Ma la poetessa non ne vuol sapere e gli risponde con fierezza cos:
"7 febbraio '83.
"Gentilissimo Sommaruga,
"Ho riso del marron fatto dal Corriere della Sera. Mandatemi, ve ne prego, quel numero in cui esso attribuisce a Stecchetti la paternit del mio volume. Si dica pure sul conto mio e de' miei versi ci che si vuole; io non risponder. Non intendo di far questo onore a tanti che non hanno quello di conoscermi. Vi ricordate quanto vi dissi appunto su questo argomento il giorno che Vi vendei il manoscritto? La risposta a' miei critici sta nell'ultimo sonetto che chiude il libro. Se poi, per esempio, a una bestia suina qualunque (lasciamo stare il povero somaro che raglia omelie) saltasse in testa di affermare che io faccio de' versi troppo lunghi, padrone, ma penser che deve averli tirati credendoli elastici come la sua coscienza - volevo dire come la sua cotenna. Se poi una casta donnetta mi cantasse che la mia posizione  strana,  anormale, padronissima; penser che  meglio, assai meglio non aver seco un marito che aver quello d'un'altra.
"Ma rispondere con una polemica giammai. M' troppo sacro il mio decoro. Non me ne parlate dunque pi - e Dio ve ne renda merito.
"Al Fortis ho spedito oggi direttamente quattro de' miei nuovi sonetti - e ci soltanto perch non si perdesse tanto tempo a farli viaggiare tutta l'Italia. E il mio ritratto fatto da Mario Rapisardi quando si pubblicher cost? Se non  subito, rimandatemelo perch ho un giornale che fa fuoco e fiamma per averlo.
"Spero che, come avete riprodotto l'articolo del Martire che martirizza i miei versi con quella prosa scellerata, riprodurrete pure quanto ne scrissero l'Illustrazione, il Bellini di Catania, la Gazzetta Italiana (Stiavelli) e il Pungolo della Domenica. Lo spero per me, ed anche un po' per Voi perch  interesse nostro comune che il libro vada. A proposito il pacco postale non mi  giunto - ma ve ne ringrazio anticipatamente.
"Vi stringo la mano e v'auguro fortuna,
CONTESSA LARA".
Ed ecco la risposta anticipata ai critici cui accenna la Contessa Lara nella lettera precedente.
I MIEI VERSI
Peggio che al vento, se n'andran dispersi
L gi tra 'l fango de' l'oscura via,
Risa, baci, sospir fatti armonia,
Fatti profumo in questi fogli tersi.
Qualche somaro che il sentier traversi
Li calcher ragliando un'omelia;
E Tizio ghigner: La poesia
Sta ne' fogli di banca, e non ne' versi.
La casta dama che fin dietro i letti
Bianchi de' bimbi i frolli amanti cela,
Scandalizzar faranno i miei sonetti.
Io sempre, ricca d'alti sensi il core,
Avr ne 'l canto che il pensier rivela
Culto la verit, nume l'amore.
I sonetti spediti al Fortis a cui la Contessa Lara accenna nella lettera erano per il Pungolo della Domenica che egli dirigeva a Milano.
Ecco un foglietto scritto su tutte e due le pagine e con sovrapposta la scrittura in tutti e due i sensi.  diretto al Sommaruga.
"Ho letto l'articolo della Serao sul Fracassa e mi sento cos poco bambola di Norimberga che ho riso di cuore. Quell'articolo  pieno di contradizioni, di malignit tutte femminili delle quali non avrei creduta capace la Serao che ha dello spirito. Quanta differenza dal modo in cui io l'ho giudicata e da quello in cui essa giudica me! Pazienza. A proposito del nostro volume, il Landi non me ne ha mandate che 28 copie delle quali 9 su carta distinta, mentre voi me ne avete promesso 50. Avvertitelo d'esser pi esatto, ve ne prego. Rapisardi mi dice che ne mandiate un paio di dozzine al libraio Giannotta a Catania dove sono ricercatissime.
"Chi  l'altiero fanciul che passa? E di qual sonetto parlate? Nel mio sonetto Capodanno (di cui non mi fate parola) non vi sono altieri fanciulli. Aspetto la lunga lettera in segno di pace.
LINA".
"P.S. Ricevo in questo momento il vostro telegramma a cui rispondo col dirvi che ho spedito a Roma una lettera dove vi ringraziavo il 14 corrente - giorno in cui sono tornata a Firenze dopo un'assenza di molti giorni. Mi meraviglio che non abbiate avuto quella mia lettera e mi dispiace immensamente d'aver fatto contro mia voglia cattiva figura con voi. Perdonatemi.
"Gentilissimo Sommaruga,
"Eccovi i martelliani di Rapisardi da pubblicare sulla Domenica letteraria a condizione per che io stessa ne corregga le bozze. Ricordatevi che la suddetta condizione  sine qua non. Aspetto dunque e intanto vi stringo la mano.
CONTESSA LARA."
I martelliani di Rapisardi di cui la Contessa Lara doveva correggere le bozze s'intitolano Ritratto. Il ritratto  naturalmente della poetessa e termina dicendo:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Io quando ascolto i suoi versi, o nobil signora,
Sento s, ch' una maga, ma ch' una donna ancora;
Sento ch'ella ama, piange, ricorda, oblia, perdona;
Ch' capace di tutto, perfin d'essere buona.
*
Altri poeti cantarono per questa nuova poetessa in versi pi o meno originali. Gi fino dal 1876 Ferdinando Fontana, aveva scritto A una donna intelligente, poesia che ha delle frasi come il puro caolino e l'amoroso battito che fanno veramente sorridere, ma che ha una certa semplice ingenuit che non dispiace, per esempio nelle strofe:
Strano connubio, donna e intelligenza!
I sogni che s'incarnano
Nella gentil parvenza!
Strano connubio! Intelligenza e donna!
Lucifero che cela il ghigno orrendo
Sotto un pallido volto di Madonna!
Una bionda e leggiadra testolina,
Un gingillo da por sovra un guanciale,
Che scruta ed indovina
Il cupo abisso del Bene e del Male?
Strano connubio!... Donna e intelligenza!...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Quand'io lessi i tuoi versi,
prosegue:
Ho pensato alla gioia
Immensa e alla sventura
Di chi pu amarti, o bella creatura!
Io vorrei che alla mia donna adorata
Mormorasse un mortal detti d'amore,
Perch'io potessi trafiggergli il cuore
O morir di sua mano;
Ma, ginocchioni, il ciel supplicherei
Che tenesse lontano
Dal suo capo gentile
Il pi spietato dei rivali miei,
Il Pensier, che solleva
Il tristo tentatore
Che un d fe' perder Eva
E poi distrusse ogni sogno d'amore.
E s'io t'amassi, ti verrei dinanzi
Colle lacrime agli occhi e il viso bianco,
E, come un pellegrin d'affanni stanco,
Singhiozzando ai tuoi pie' mi getterei
E, baciandoli, o donna, io ti direi:
Di non udir quaggi che la mia voce,
E d'esser sorda alle meldi arcane
Che vibrano nel tuo capo adorato;
Perch'io temo, che il sol della dimane
Ti risvegli pi fredda all'amor mio;
Perch'io temo che i baci del pensiero
(Funestissimo Iddio)
Ti tolgano per sempre ai baci miei!
Questo, o donna, piangendo, io ti direi.
E se tu volgerai, dolcezza mia,
Quasi ammalata, le pupille al cielo
Ov'abita il tuo Nume, io, soffocando
Nel profondo del cor la gelosia,
Afferrer la balza del tuo velo
Per tenerti qui in terra.... o per morire,
Se a quella reggia d'oro
Poeta e donna, tu vorrai salire.
Agosto 1876.
Anonima giunse alla Contessa Lara una poesia che fu male attribuita al D'Annunzio allora giovanissimo. Essa portava, invece del titolo, i primi due versi di un componimento della Contessa Lara intitolato Ora d'oblio e incluso nella sua seconda raccolta: E ancora versi.
"Mio fanciullo, accarezzami,
Un'ora  nostra"
Dinanzi al mare placido,
sotto l'azzurro limpido e giocondo,
fra queste olenti zgare
me pure avviva un dolce oblio del mondo.
Profumi di salsedine
agresti fiati aleggian da ogni dove;
mentre li aspiro, i muscoli,
una gagliarda giovent commuove.
Di volutt ecco l'attimo,
fra gli oleandri, mormora la brezza;
e tu dici al mio orecchio:
Un'ora  nostra, vieni, m'accarezza.
S, quest'ora ineffabile
insiem deliberem, quest'ora breve;
s, di carezze innumeri
recinger le spalle tue di neve.
Non vo' cercar nell'intimo
del cor quai trame tu nasconda e quante,
se alle mie labbra cupide
tutta porgi la carne palpitante.
Non vo' saper se fervido
fu pi di me l'ultimo amante o meno,
n se domani o in seguito
sotto altre labbra fremer il tuo seno.
De' baci d'ier non serbano
orma gli uberi tuoi bianchi e procaci
come quei d'una vergine
anzi sussultano a' novelli baci.
Doman.... Che importa?... Immemori
ci desteremo, immemori e lontani!
Tu con incesso languido
migrerai per altr'oasi domani;
nell'immensa lascivia
io, saziato il deso che oggi m'india
proseguir il mio tramite
neppur pensando che tu fosti mia.
Questa poesia fu dunque prima attribuita al D'Annunzio, poi al poeta calabrese Domenico Milelli che dopo la pubblicazione di Versi della Contessa Lara aveva composto una specie di canzoniere in risposta a quel libro collo pseudonimo "Conte di Lara". Si seppe poi che l'anonimo altri non era che Mario Foresi il quale si era divertito a stuzzicare la curiosit della bella amica. A Foresi piacevano tali scherzi e rest memorabile quello dei sonetti ch'egli fabbric e gabell per petrarcheschi inediti, riuscendo a farsi giuoco anche di qualche erudito, quando si celebr nel '906 il sesto centenario del poeta.
Ma non vi possono essere dubbi sulla paternit dannunziana di una redazione molto diversa di quella apparsa nel volume l'Isotteo e la Chimera. Essa era serbata autografa fra le carte della Contessa Lara. La poesia  molto pi licenziosa di quella che il poeta poi prescelse, e tale che non crediamo opportuno scriverla per intero.
A Donna Evelina Cattermole Gabriel.
Sta Lady Phoebe Cynicythere
su 'l damascato letto ampio e profondo:
splende la nudit, nell'ombra, e il biondo
capo sorride da l'origliere.
Erto su l'esili zampe il levriere
di Scozia le lambisce il sen rotondo
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Tralasciamo le tre quartine successive.
Or s'io vi guardo, mia passione,
nella nitida faccia liliale,
e s'io vi bacio il sen freddo, mi sale
d'un tratto agli occhi la visione
del favoloso letto scarlatto
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Si tratta evidentemente d'uno de' soliti esercizi di nudo sul gusto di Francia, che allora il D'Annunzio si compiaceva imitare. Egli forse don quell'esemplare alla poetessa, nella prima redazione, poi, stampando il volume, mond, ripul (in tutti i sensi), e tolse la dedica.
*
Gabardo Gabardi in Mia Madre, i suoi tempi, i suoi anici, dice:
"Nel 1884 la fama della Contessa Lara brillava di tutto il suo splendore. Accolta con trasporto nel cenacolo sommarughiano che copriva in quei giorni delle sue grandi ali tutta la giovane letteratura italiana, la bella e capricciosa poetessa si era subito imposta all'attenzione del pubblico e della stampa sotto un aspetto nuovo e assai migliore di quello che - qualche anno prima - aveva richiamato sopra di lei la morbosa curiosit dei dilettanti di scandali. Il talento, anzi, era stato per lei una vera riabilitazione....
"Fu verso la fine di novembre che la Contessa Lara, mi chiese che la presentassi a mia madre.... Conoscevo troppo bene il cuore di questa. Sapevo benissimo come le sue massime s'ispirassero sempre a quelle del Vangelo, fra le quali - a lettere d'oro - sta scritta la sentenza di Cristo: - Chi  di voi senza peccato scagli la prima pietra. - Non ebbi quindi la menoma difficolt ad avvicinare fra loro le due donne d'ingegno superiore, e il colloquio desiderato dalla Contessa Lara ebbe luogo il l dicembre in mia casa. Io vi assistetti e non lo dimenticher mai. La "veterana" accolse con schietta benevolenza la giovane "recluta" che alle sue prime armi nel campo della poesia si era gi dimostrata s valorosa ed ardita. Parlarono a lungo d'ideali, di ricordi, di speranze; l'arte antica e l'arte nuova si fusero in un mirabile accordo.... E le due interlocutrici si lasciarono pienamente soddisfatte l'una dell'altra".
L'indomani la Lara inviava alla contessa Isabella un sonetto che il Gabardi dice inedito, ma che si trova invece nel libro E ancora versi.
VESPERO
Un paesaggio, ricco di contrasti, grandioso.
Su 'l tramonto arancione si disegnan le fronde
Nere de li alti frassini, come un pizzo costoso
Su d'un broccato d'oro che per met nasconde.
Tra i giunchi e ne le pozze de 'l terren paludoso
Trasparenze di luce, riflessi e macchie bionde;
E ne 'l cielo fantastico, pesante, burrascoso,
Nuvole accavallate come viluppi d'onde.
Ne la mezz'ombra un portico dove un vecchio villano
Curvo spinge l'aratro. L'ora  solenne. Sembra
Quasi d'udir la squilla d'un campanil lontano.
E spicca d'una donna la figura sottile,
Da pittoreschi cenci mal coperte le membra,
Dietro un branco di pecore che ritorna all'ovile.
Il sonetto  accompagnato dalla seguente lettera
"Illustre Signora,
"Ho letto e riletto con crescente piacere i di Lei stupendi classici versi che, ringraziandola, Le restituisco.
"Vorrei, come solevano i Romani, segnare con lapillo bianco la felice giornata d'ieri, che mi procur l'alto onore e l'intima dolcezza di conoscere una donna e una dama come Lei.
"Ella oggi aggradisca benignamente i sensi della mia gratitudine per la Sua bont verso di me e mi permetto di sottoscrivermi con devozione
Sua EVELINA MANCINI
DI FUSIGNANO
CONTESSA LARA".
*
Dopo una visita di alcuni giorni che la Contessa Lara fece a Mario Foresi nella sua villa all'isola d'Elba, gli scrisse da Roma:
"Giorni indimenticabili. Contrariamente a quello che avviene a chi trascorse un periodo di godimento, essi, nella mia memoria, nella mia nostalgia si sono raddoppiati di lunghezza. Al periodo agitato, inquieto, pieno di dolci e successive commozioni che vissi sarebbero occorse due settimane e pi.
"Quelle levatacce nell'alba rugiadosa e profumata, quell'ebrezza di aria satura di rosmarino, di lentisco, d'issopo e di salsedine; quelle gite a sommo dei promontorii; quel ricamare con una barchetta tutti i meandri che concludono il Capo Stella o le alture granitiche di Fonza o di Capo ai Pini, penetrando nelle grotte fantastiche, pensando e sognando su le anse recondite cosparse di ghiaiette multicolori; i tuffi temerarii in mezzo al golfo; le psche con la traina; le tramaglie tirate su al tramonto o al chiaro di luna piene di guizzi argentei, i cacciucchi sotto l'ombrello del pino secolare memorabile.... tuttoci costituiva una vita cos intensa per me ch'io m'aspettavo da un momento all'altro qualche schianto...."
Ma lasciamo dire a Mario Foresi:
"La mattina in cui la cara ospite si accomiat, perch accompagnandola alla sua cavalcatura stupivo della costei taciturnit, ella sospir:
- Lascio l'Isola con rammarico.
- Tanto meglio, - soggiunsi - ci tornerete presto.
-  che, vedete, le separazioni sono tutte dolorose, anche se brevi e se si lasci il peggio per il meglio. Ogni addio ha in se stesso un'idea vaga dell'ultimo; e pu esserlo.
- Avrete una incantevole traversata, - feci io, quasi per deviarla - striscerete nell'acqua come sulla conchiglia di Afrodite, come in un sogno.
- S, come in un sogno - ripet.
"Infatti il cielo era sereno e vibrante, il golfo immobile; alitava un s lieve maestraletto che lo specchio del mare non ne era menomamente turbato. Ma non si rasserenava, lei. A un tratto scatt in questa bizzarra domanda:
- Che cosa potrei mandarvi da Roma?
- Le vostre notizie, le notizie del vostro viaggio, signora.
- Siate buono, non divagate. Sento che avr il bisogno imperioso di mandarvi qualche cosa per il rimpianto che prover di questo mio non breve soggiorno; non fosse che una corona, con la solita medaglia di San Pietro....
- Oh, no - interruppi allora. - Le corone, non gi i malinconici rosari di San Pietro, ma corone intessute di rose fragranti, serbatele per l'oro della vostra splendida testa, amica mia.
- Ma io avr bisogno di mandarvi qualche cosa, per unirci il mio spirito e tornar qui con essa. Per esempio....
- Mandatemi allora una maglia da bagno - conclusi. - Non voglio contradirvi.
Ella inarc le sopracciglia e mi fiss i suoi begli occhioni azzurri in faccia.
La scelta forse, le parve strana. Io proseguii:
- A patto per che le vostre dita ricamino sul petto....
- Il vostro nome? Quello del vostro golfo?
- No; promettetemi che ci scriverete quello che desidero.
- Sia pure. Ve lo prometto.
- Ebbene; questa parola: Affoga.
- Oh! - scatt l'ospite come perplessa e un po' adirata. Poi, a un tratto si rasseren. Sorrise e mi tese la mano.
- Va bene.
"E dopo una stretta, posando lievemente il piede sulla palma del fattore balz in sella, e via ridendo verso il Collereciso.
"Son certo che quello scatto, le valse a nascondere un po' di stizza.... un po' di commozione.... Chi sa!
"Di l a una settimana, la mattina appunto dell'ottavario, mi fu consegnata una scatola schiacciata.... Ci voleva poco a figurarselo: proveniva da Roma. Infatti c'era la maglia accuratamente piegata. La maglia che ostentava la sua dicitura sull'azzurro cupo del petto, a traverso una bella fila di bottoni madreperlacei.
"Nel pomeriggio scesi alla spiaggia e mi recai la scatola nella stanza da bagno. Il mare era un po' agitato dal maestrale. Benissimo - pensavo svolgendo la maglia - porter laggi al largo la mia sfida insensata. Ma nel girarla per infilarci il capo che vedo? La dicitura proseguiva e girava dietro il tergo come una fascia tutelare.... Affoga ogni inquietudine nel tuo bel golfo.
"Brava. Ripiegai di nuovo la maglia nella scatola come se fosse un amuleto, ma appunto per questo, l'augurio gentile come un parago tenuto fuori d'acqua non resse. Le inquietudini della mia vita non cessarono nel mio golfo; s'incalzarono sempre. Tuttavia non sono affogato.
"Ella invece, la cara ospite, naufrag per davvero nel mare magno della vita civile, letteraria e passionale. Una donna con quel cuore, della sua attivit febbrile e di tanto ingegno; afflitta da un sistema nervoso ultrasensibile commosse l'Italia con la sua tragica fine.
"....Eppure si poteva pensare che ella non dovesse farne una diversa. La morte strana, violenta, inaspettata, sembrava un epilogo naturale della sua vita irrequieta, del suo temperamento quasi elettrico, del suo correre spensierato attraverso le folle e gli ostacoli.
"Era in lei tal noncuranza della realt e del presente, tale ansia del poi, tale assorbimento nel suo sogno, che pareva fremere sempre di aspettazione, come una corda di arpa che vibri dopo toccata.
"Doman?... Che importa?,.. Immemori
ci desteremo, immemori e lontani!
Tu con incesso languido
migrerai per altr'oasi domani.
"Non era volubilit la sua; ma piuttosto un bisogno irrefrenabile di celerit, di vivere a doppio. Presentiva ella la caducit della sua primavera? E il suo romanticismo, e il suo facile fantasticare erano soffusi da un fine sentimento di poesia che la rendeva affascinante come una fata. Per giunta, un fervore di altruismo, di bont, di far bene anche a chi non gliene faceva davano a quella creatura un prestigio incredibile di dominazione."
*
La Lina nel 1884 and a Napoli. Era il tempo del colera e della visita di Re Umberto con Depretis. Federigo Verdinois stava scrivendo un articolo per il Corriere del Mattino sulle memorabili parole di Depretis Bisogna sventrare Napoli! quando gli si annunzi una signora che desiderava parlargli. "Non fo a tempo ad avvertire che non ci sono. La signora  l, immobile sulla soglia. Una figura eterea, un viluppo, o piuttosto una nube diafana e lieve di veli neri, dai quali emerge un pallore luminoso di viso melanconico e di braccia marmoree che reggono un gran mazzo di fiori di campo. La testa, un po' reclinata a sinistra sotto un ampio cappello anche nero,  di alabastro, coronata di oro fine. Pare una visione. Mi alzo ammirato, le vo incontro, ho quasi paura che si dilegui.  la Contessa Lara, la conoscevo solo di fama. Veniva da Portici, cos mi disse, dove aveva raccolto quei fiori sulla zolla recente di un suo caro. In quei giorni non si discorreva che di morti. Mi offriva di mandare suoi scritti per la parte letteraria del giornale, libera palestra aperta a tutti gl'ingegni; vi scrivevano Bovio, Rapisardi, Bersezio, Cant, la marchesa Colombi, Neera, Di Giacomo, Spinola, Misasi e cento altri. Accettai naturalmente e si convenne anche sul compenso, ma di scritti non me ne mand che due soli: una fantasia in prosa dal titolo Elegia araba, e il bellissimo sonetto Dopo la caccia".
Fu ispirata da quel viaggio a Napoli una lirica della Contessa Lara su Re Umberto e la visita ai colerosi, inclusa nel volume: E ancora versi.
*
Rapisardi aveva certo contribuito alla fortuna della Contessa Lara, sia correggendole i versi, sia raccomandandone la pubblicazione a direttori di giornali. C' una lettera, nell'epistolario Tomaselli, assai interessante che il poeta diresse a Ferdinando Martini, dalla quale si vede come si desse anche pensiero degli interessi pratici della sua amica.
"Catania, ottobre 1880.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
"mi prendo la libert di mandarLe due sonetti della signora Evelina Cattermole Mancini, che a me sembrano bellissimi per verit gentile di sentimento ed elegante schiettezza di forme. Se alla S. V. parr che io non mi inganni e li vorr accogliere nel suo pregiato giornale, io potr di quando in quando mandarle altri componimenti della stessa autrice, il cui ingegno poetico potentissimo, finora rimasto quasi all'ombra, merita, a me sembra, tutti gli incoraggiamenti possibili perch metta presto in luce quei fiori e quei frutti delicatissimi di cui lo credo capace.
"Nel caso che accettasse il regalo di questi due primi saggi, desidererei sapere se V. S. sarebbe disposta a ricompensare l'autrice degli scritti che sarei per mandarle.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Uno dei sonetti mandati dal Rapisardi al Martini  il quadretto Sulla porta, poi raccolto in Versi. Il giornale  il Fanfulla della Domenica che Ferdinando Martini dirigeva.
*
Verso la fine del 1883 Rapisardi e la moglie si separarono dopo dodici anni di matrimonio infelice, e la signora Giselda cominci la sua coraggiosa e dignitosa vita di lavoro, e di libert, senza chiedere nulla a nessuno, nemmeno al marito che per obbligo di legge avrebbe dovuto provvedere al suo sostentamento.
Nel 1884, la Contessa Lara, che dopo la morte di Bennati non aveva avuto che molti flirts e alcuni legami superficiali, era gi da parecchi mesi in relazione con un bel giovane siciliano che amava follemente e che le faceva scrivere:
SUL MARE
Io l'adoro: ei non m'ama. Qualche parola, un gesto
Brusco o annoiato a un tratto mi riconduce a questo
Malinconico vero che mascherare io tento
Con arti puerili. Ei non m'ama, lo sento.
De la linfa vitale, di quell'alito immane
Che scorre come un palpito su le terre lontane
Dove a 'l sole egli nacque, ne l'azzurro tessuto
De le sue tenui vene nulla ancora ha fremuto;
N son fiamme in quell'anima; ma de 'l mio foco istesso,
Nobil, pallido, a sprazzi lo colpisce un riflesso
Che tutto intorno illumina vagamente.... E son ore
Che cantano i miei sogni ne 'l vuoto de 'l suo core,
Come note che suonano dentro un cavo strumento
Accompagnando strofe che si perdono a 'l vento;
Ore in che un desiderio d'ebbrezza sovrumana
Mi fa, pari a 'l grand'ospite de 'l convito di Cana,
Cambiare in generoso vin ch'animi la festa
La ghiaccia coppa insipida che l'amor suo m'appresta;
Ore che a lui, fanciullo, come a novo ideale,
Che nessun uom concreta, porgo l'indomit'ale
De 'l mio pensier, de 'l libero mio pensiero errabondo;
E stretta a quella splendida chimera io scordo il mondo,
Spazio per cieli immensi, valico immensi abissi....
Poi mi trovo guardandolo trista con li occhi fissi....
E piango.
Egli, talvolta, con un fresco sorriso
Scherza co' miei capelli, mi parla accosto a 'l viso;
Si stende come un giovane gatto in amor su 'l letto
E il guancial mi profuma co 'l suo capo; un cassetto
Fruga, e l tra disegni di recente abbozzati,
Da critico pedante, giudica i miei peccati
D'arte: discute, serio; combatte co 'l suo fino
Senso estetico; e intanto io mi cullo al divino
Suono della sua voce.... S'egli dice: Non voglio,
Come uno stel di rosa piego il mio forte orgoglio
Dinanzi a 'l suo comando. Mi piace ch'egli sia
Re che dispone ed angelo che veglia in casa mia.
Oh, tetra questa casa quand'ei non v'!...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nonostante che Mario Rapisardi sapesse, come molti, di questa relazione tormentata della poetessa, pure continuava ad esserne follemente innamorato. S'incontrarono a Napoli nell'aprile del 1884, per pochi giorni, poi la Lina se ne and e gli scrisse il 19 gennaio 1885 da Roma, cio 10 mesi dopo, asserendo di non aver ricevuto che una lettera sua. Gli prometteva di andare a visitarlo in Sicilia.
"Tu non farmi lo scettico, il sardonico per carit. Se tu sapessi quanto ho necessit di una voce veramente dolce e amica fra tanto cicalo vuoto e malvagio!
"Son qui dunque che lavoro e molto. Devo innanzi tutto pagare i miei debiti. Invece di alzar le spalle, a te que' begli occhioni dovrebbero riempirsi di lacrime. Bacio tua madre, stringo te al mio cuore e ti scongiuro di scrivermi dirigendo esattamente perch temo che parecchie mie lettere sieno andate dai Mancini. D'una di Firenze lo so.
LINA tua".
Rapisardi insisteva perch la Lina lo raggiungesse in Sicilia. Ma essa gli scrisse la lettera che segue certamente in complesso sincera, nonostante la femminile furbizia con cui, non avendo punto voglia di andare in Sicilia, profittava di certe dicerie secondo cui essa era la causa della separazione Rapisardi. La causa vera  ben nota e sarebbe stato puerile da parte della Rapisardi di andare spargendo quella voce mentre tutti sapevano i fatti. Avvalora la nostra tesi un particolare: quando la signora Rapisardi, lasciata la casa maritale, torn a Firenze, appena scesa dal treno, corse a casa della Lina (che era per assente, in viaggio) come si corre alla casa di un'amica, non di una rivale. Ci non toglie che il pettegolezzo tornasse alla Lina opportuno per liberarsi di una promessa che aveva fatto a cuor leggero ma che, a mente fredda, riteneva impossibile, anche e sopratutto perch, come da troppi segni  evidente, non sentiva amore per Rapisardi.
Ecco dunque la lettera che il Tomaselli pubblic nell'Endimione di Catania.
"No, caro e buon Mario mio, no, non ci vedremo finch a te non piaccia ancora di venire sul continente. No, quella santa donna di tua madre, non avr la fortuna d'abbracciarla; e se ella vorr benedirmi come una tenera e devota figliuola, lo far da lontano, tanto tanto lontano!
"Sino a pochi giorni fa, anzi dir sino a poche ore fa, avevo la certezza che da un momento all'altro sarei partita per la Sicilia ed avremmo passato insieme qualche settimana deliziosa. Ma ora non pu pi essere. Mi si ripete qui a Roma ci che mi si disse a Firenze: che la Giselda racconta d'essersi separata spontaneamente da te, a causa che io ero la tua amante. C' chi la compiange molto e dice ogni vituperio sul conto mio, che ho il coraggio di rovinar cos la posizione di una povera moglie! Io ho sorriso con un tal disprezzo che valeva le pi formali proteste; ma tutti i miei sorrisi non valgono una lacrima della mia vittima. Scrivendo a Marchi mi sono sfogata.... Grazie dall'anima (un'anima che non  sconoscente te lo giuro!). Grazie delle tue generose offerte. Oh come avrei accettato se non fosse per questa storia! Ma il mondo intero direbbe che Giselda ha tutte le ragioni; ch'io le ho rubato il marito, tanto ch'essa indignata ha dovuto lasciar lui, la famiglia, la sua posizione, ogni cosa per me. Oh! Giammai. Sarai tu, Mario mio, che verrai a vedermi, non  vero? Passeremo qualche altro dolcissimo giorno a Napoli o a Salerno; sul mare infine. Io son sempre qui che lavoro e non so ancora quanto ci rester! Avrai mie lettere col mio nuovo indirizzo prima ch'io parta. Probabilmente star in campagna nell'Umbria che  tanto bella nei mesi estivi.
"Vuoi che ti mandi il ms. di un mio libro di versi? Me li correggerai, non  vero? Non  vero che vuoi restare sempre il mio buon Mario di prima, di tutti i tempi?
"Mandami un fiore, mandami un ricordino, te ne prego, una bummola. Me l'avevi promesso.
"Dov' Reina? Vorrei scrivergli. Salatami affettuosamente Don Carlo.... (Ardizzoni) Ah un altro che non vedr! Baciami tua madre e ricevi gran parte del mio cuore in uno strettissimo, tristissimo abbraccio.
LINA tua".
Dopo questa lettera anche a Rapisardi cadde finalmente la benda dagli occhi, e cap che tutte le scuse le erano buone pur di non andare a Catania. Divenne furioso e scrisse brutalmente a una donna indifesa, ch'egli aveva amata e che era stata con lui certo lusinghevole per gratitudine o per piet, ma anche affettuosa, confidenziale, tenera, buona.
S.ta Maria di Ges, 24 marzo 1886.
Oh! dignitosa coscienza e netta! Se mi avessi detto: "Imbastisco il mio millesimo amore e sono a' comandi del tal dei tali" ti disprezzerei meno.
Addio.
MARIO RAPISARDI".
Ben pi dignitosa certo e sinceramente afflitta, la risposta della Lina.
"Caro Rapisardi,
Rileggete la mia ultima lettera, ponderate bene l'infamia di quella.... e vedete se mi meritavo questa vostra piccola vigliaccheria. Vi perdono di tutto cuore. Capisco i caratteri violenti ma vorrei che a scusa del vostro, domani mi giungesse una letterina affettuosa, buona, giusta. Ad ogni modo, anche se il vostro addio fosse eterno, abbiatevi il pi caro de' miei pensieri, tenero e riconoscente.
Bacio vostra madre.
LINA".
E Tomaselli commenta:
"Sempre Lei, proterva, insinuante, felina". Ah! Povera donna, diciamo noi; se  cos che si scrive la storia!
Dunque il Rapisardi conosce la Contessa Lara nel settembre del 1875, appena qualche mese dopo la separazione di lei dal marito; e arde subito d'amore. La segue, le manda un suo libro, le si fa presentare, le presenta la moglie per insistenza della stessa Lara. La signora gradisce l'affettuosa devozione dell'uomo illustre, ma non pu amarlo; gli si mostra cortese, indulgente, anche dolce, ma si stringe di schietta e fedele amicizia con Giselda, la moglie di lui. Egli le d del tu, e lei gli risponde col voi; egli prega, implora, va in collera, fa il diavolo a quattro, e lei cerca di placarlo con le buone parole, con la gentilezza dei modi, ma gli raccomanda di non contristare la moglie e la madre di questa. Ancora nel 1883 le cose sono allo stesso punto; e il Rapisardi, il quale si pu credere che in tutto questo tempo non facesse che sorvegliare la non amante amata, non sa nulla di quei mille amori che le rinfaccer l'anno dopo. Anzi  sempre pi fervido, sempre pi insistente, sempre pi avido, nonostante la debolezza della sua salute. Il Rapisardi quando sua moglie s' allontanata da lui crede finalmente che la decenne sete potr essere soddisfatta e che la Contessa Lara sar ben lieta di trovare un asilo e il vitto assicurato nella casa del poeta. Ma la Contessa Lara  uccel di bosco, vuol essere libera e lieta, non si lascia addomesticare; promette, s, di andare a Catania a visitare l'amico, non gi di dedicargli un amore che non aveva mai provato per lui nemmeno ai giorni delle prime galanterie. E allora il dignitoso poeta le rinfaccia il millesimo amore. E poich il primo era stato quello per Bennati, cosa aveva fatto Rapisardi in tutti quegli anni? Aveva assistito invidiando e fremendo al passaggio di quella carovana felice? E aveva scritto dei versi cos fiammanti di passione? E delle lettere cos roride di dolcezza? Con tutti quei Proci che l'avranno guardato, ammiccando allegramente fra loro?
No, siamo giusti. Anche fra il Rapisardi e la Contessa Lara, fu la donna che si dimostr pi leale, pi sincera, pi generosa.
 CAPITOLO QUINTO.
Nella redazione del Nabab. - Nuovo amore e nuova vita. - La famiglia degli animali. - Due lettere a Ferdinando Martini. - Le cronache nella Tribuna illustrata. - Riva Trigoso. - La clamorosa fuga di Padlewski.
La Contessa Lara, estremamente miope, teneva sempre l'occhialetto con la mano sinistra leggendo o scrivendo. Un giorno del gennaio 1885 correggeva in un ufficio di giornale le bozze di un suo articolo, e un giovanissimo collega s'era offerto galantemente di aiutarla. Ci avveniva nella redazione del Nabab, e Enrico Panzacchi che ne era il direttore esclam vedendo accostate sul tavolo di lavoro la testa bionda della signora e quella morata del giovanotto: "Che magnifico contrasto!"
Si rise, si finirono di correggere le bozze, e quando la Contessa Lara se ne and salutando il collega, lo invit ad andare a trovarla, perch una viva simpatia era sorta fra loro. Il giovane bruno - minore di dodici anni della signora - era stato subito conquistato dal fascino irresistibile di lei ed aveva provato anche una tenerezza pietosa verso quell'eroina di un fosco dramma, che ora si dibatteva in aspra lotta con la vita, sola e cos piccola, fragile, circondata di leggende strane, di simpatia e avversione, di amore e disprezzo. Gli parve buona e dolce, come una bambina un po' sperduta, e le volle subito bene con un senso di fraterna protezione e di cavalleria affettuosa.
Si rividero spesso in redazione, e siccome ella aveva bisogno di lavorare molto per provvedere al suo pane, egli, siciliano, present al Giornale di Sicilia degli articoli di lei che furono accolti con tutti gli onori; qualche volta accadeva pure che egli le indicasse i soggetti pi adatti per i lettori dell'isola. Quando la Contessa Lara and a Parma ospite d'una sua amica, la contessa degli Aschieri, scriveva al compagno rimasto in Roma
"Parma, 16 marzo '86.
"Dove vi avranno nascosto perch le mie lettere non vi giungono pi? Vi prego, una buona parola. Dopo domani sono a Milano.
aff. LINA".
E ancora:
"Milano, 17 marzo '86.
"Caro, come vi ringrazio di quella striscia di carta cos piena di cose gentili e commoventi! Iersera giunsi qui, alle cinque, stanca, affranta, malata e sopratutto triste da credere di morire. Ma di tutte queste scellerate cose non si muore, quando l'ora del riposo non  ancora suonata. A Milano ho tanto da fare e sempre cose antipatiche. Una sola cara: quella passeggiata nel deserto dei morti pi pia di tutti i pellegrinaggi a' santuari della Madonna. E pregher per voi, come mi raccomandaste. Anzi pregher per vostra madre, sar meglio. Grazie di tutto. Aveste l'articolo? Che lungaggine eh? Non mi par vero di tornare a Roma, con un simulacro di casa. Lavorer un po' meglio, mi darete dei buoni consigli, mi riparlerete del molto bene che v'ispiro non ostante tutti i miei difetti, anche quelli che mi attribuite senza che li meriti.
"Star qua tutto luned e forse marted in parte. Scrivetemi a Parma, ve ne prego tanto.
"Una strettona di mano
vostra LINA".
Dopo Parma e Milano la Contessa Lara si ferm per alcuni giorni a Firenze per affittare ammobiliato il suo quartierino di Via delle Caldaie, consegnandolo per la sorveglianza alla fedele cameriera Rosina. Ormai Roma, accentratrice, attirava anche la poetessa nella sua vita febbrile, dove c'era pi possibilit di lavoro e di guadagno. Ricominci il melanconico pellegrinaggio per camere ammobiliate, finch si stabil per parecchio tempo in Via dei Mille.
Un'altra volta gli diceva
"Caro.... V'ho aspettato fin ora ma adesso bisogna che fugga perch debbo mettere in ordine la mia camera da studente. Vi lascio queste bozze perch le rivediate; per conto mio vi ho dato uno sguardo. Stasera io pranzo a casa Bottini. Favorite venire a prendermi l verso le 8 e mezzo, cio dopo il vostro pranzo. Mille cose affettuose.
LINA".
L'amicizia col giovane bruno, che scriveva egli pure dei versi, divenne ben presto amore, e quando la Lina dov, nel 1886, andare a Firenze per affari, scrisse all'amico:
"Firenze, 3 dic. '86.
"O amor mio, amor mio, amor mio!
"Tu certo salutandomi mi lasciasti addosso i divini occhi innamorati, ma io, te lo giuro, ho lasciato l'anima mia nella tua dolce anima.... Ed  perch mi trovo senz'anima che son cos triste non  vero, mio...?
"A Firenze piove, piove, piove, e fa un freddo da Siberia. Io, non ostante il fuoco e la pelliccia tremo come un povero piccolo Ouistiti senza il compagno dolce e fido che se lo riscaldi corpo a corpo.
Piove, son sola, mi fa freddo, vieni!
"Questo verso, tu lo ricordi, era della Contessa Lara, una pazzerella, adesso  della tua mogliettina, una buona figliuola che ti adora, credilo.
"Your's for ever and something more.
LINA".
E mentre prima ai direttori di giornali e riviste che stampavano in fondo agli articoli e ai versi, alle novelle, Contessa Lara in corsivo, ella diceva: "Non scrivete in corsivo: Contessa Lara  ormai il mio nome, io non ho che quello e tutti gli altri sono dimenticati, ora per questo amore si chiamer nuovamente Lina ed anche tua moglie."
Il giovane bruno deve raggiungerla per pochi giorni a Firenze da dove andranno poi in una breve gita a Torino per una conferenza di lui; e torneranno insieme a Roma per cominciare quella vita d'amore, di lavoro, di collaborazione, di felicit che dur molti anni e che parve il porto quieto e sereno nella vita agitata della poetessa. Nell'attesa a Firenze gli scrisse:
"Firenze, 5 dic. 1886, domenica.
"Mio.... Non so se queste parole ti giungeranno a Roma ma voglio che il mio pensiero ti giunga caldo, desideroso, appassionato.
"M'ebbi stamani la tua cartolina. Ti raccomando in proposito di non servirti pi di cartoline in favor mio. Le odio.
"Ti aspetto domani, e con quale ansia tu solo al mondo puoi capirlo.
"Verr alle 7 alla stazione.
"Ti amo da perderne il senno.
Tua moglie".
A Roma la Contessa Lara and ad abitare un elegante quartierino in Piazza Montedoro, e lavor moltissimo al Corriere di Roma di Scarfoglio e della Serao, al Caffaro di Genova, al Fracassa, al Fanfulla della domenica fondato da Ferdinando Martini e diretto da Eugenio Checchi e in seguito alla Illustrazione Italiana dei Treves, al Margherita, alla Tribuna Illustrata. Scrisse in questi anni, dal 1886 al 1895, Cos , raccolta di novelle; L'innamorata, romanzo; Novelle di Natale; Una famiglia di topi; Il romanzo della bambola.
E pubblic ancora Storie d'amore e di dolore, novelle. Continuava a scrivere versi, usciti poi in volume, con prefazione di Luigi Donati, pochi mesi dopo la morte, ben ch'ella fosse d'accordo con l'editore Galli di Milano fin dal giugno '94.
Vita semplice, serena, modesta per la Contessa Lara ed il suo amico. Collaborazione nell'operosit letteraria e giornalistica. Un ristretto numero di amici si riuniva spesso nella casa dei due poeti dove si faceva della buona musica. La Lina suonava il pianoforte, il marchese Longhi, cavaliere di Malta, notevole figura dell'aristocrazia nera, il violoncello. Talvolta anche si cantava. L'artista marchese Longhi faceva alla signora una corte garbata di muta adorazione, della quale la Lina, pur essendo con lui affettuosa e gentile, sorrideva discretamente. Frequentavano la casa Arturo Graf e B. Zumbini quando erano a Roma; Angelo De Gubernatis, Peppino Turco, la contessa Elena Soderini Cotogni, la contessa degli Aschieri, lo scultore americano Mo Ezekiel, il pittore Boggiani, lo scultore Niccolini, la pittrice Anna Forti, Pierre Loti, Pierre de Nolhac, Clovis Hugues, la pittrice giapponese O'Tam Chiovara, che dipinse su un pannello dello studio della Lara una mirabile fantasia di topi bianchi e pezzati.
In un articolo pubblicato il 23 dicembre 1927 sul Messaggero, Febea a proposito della Contessa Lara e di quegli anni ci dice: "Niente di quella vita zingaresca che la leggenda della cronaca ha voluto accoppiare alla irregolarit del suo stato civile! La sua casa era ben tenuta e bene organizzata: il modesto compenso del suo gran lavoro, sempre parsimoniosamente amministrato. Chi visse in comunione di studio e di lavoro con lei per moltissimi anni, vorr testimoniare con me queste sue attitudini squisitamente femminili - e signorili - che le facevano attirare in casa ad intime riunioni, a pranzi, a cene ben serviti, scrittori ed artisti - assiduo fra tutti Luigi Capuana, che l'adorava - e distintissime signore con i loro legittimi mariti".
Riceveva anche scrittori stranieri, fra cui Pierre Loti, ogni volta che si recava a Roma. Ispirati da Madame Chrysanthme la Contessa Lara scrisse nelle sue Cronache Femminili sulla Tribuna Illustrata del 1892, questi versi che non si trovano raccolti in volume:
Ella ha interrotta l'onta
E or che dorme
A braccia aperte, muta
Sembra un'enorme
Libellula abbattuta.
Fuori dell'istoriata
Tenda a traforo
Che lista la vetrata
Di loti d'oro
Dorme pur la vallata.
Dimmi, o pace infinita
Che il sogno culla,
Che mai sogna, rapita,
La mia fanciulla,
E la valle fiorita?
*
C'era nella casa graziosa un gran terrazzo pieno di fiori che la donna gentile coltivava, e c'era un piccolo serraglio di animali domestici. Si alzava di buon mattino e indossata una semplice vestaglia quasi sempre azzurra, le sue prime cure erano per le bestie. Sul terrazzo stava una grande gabbia a forma di pagoda con una trentina fra canarini, verdoni, e bengalini, deliziosi uccelletti che hanno il canto come il suono di un piccolo bbbolo. Eppoi sul trespolo troneggiava Paolo, il pappagallo verde, chiacchierone e insolente. E c'era Isella di razza slouki, che  un incrocio di levriera e di sciacallo, la quale era stata portata da Costantinopoli da un addetto all'ambasciata francese. In un piccolo stanzino vivevano liberi una quantit di passerotti tutti col loro nome, e uno pi prepotente di tutti era chiamato dalla padrona l'assassino, e chi sa poi perch. Vivevano liberi per la casa Miss e Ilarin, i topi bianchi, i preferiti fra tutti.
Provenivano da due capostipiti battezzati da Vamba, che alla Contessa Lara ne aveva donati due discendenti, coi nomi di Ragusa e Moleti. Perch Vamba, spirito assai bizzarro, aveva avuto quell'anno l'idea di regalare agli abbonati del Capitan Fracassa una coppia di topi bianchi dividendo fra i due il doppio cognome dello scrittore palermitano Ragusa Moleti, assai noto per la sua attiva collaborazione nei giornali della capitale e per certe novelle di sapore verghiano. Nessuno si doveva occupare delle bestiole, eccettuata la signora, che cambiava l'acqua nelle vaschette, e metteva i semi di girasole per Paolo, e il crespino, come chiamano questa erbetta nella campagna romana, per gli uccelli. Isella regolarmente la sera del sabato era portata in riva al Tevere allora deserto e affidata a qualche soldato della caserma vicina che per un po' di denaro le faceva fare il bagno. Ilarin e Miss erano liberi di montare sulla spalla della signora quando scriveva e di scorrazzare a loro agio fra i libri e le carte.
Fiocco di neve, un bianco topolino
Affaccia fra le carte
Il muso aguzzo; gli occhi di rubino
Gira, e un pezzo di zucchero
Via si porta in disparte.
*
Anche Abele Damiani e l'on. Nicola Fulci, con altri parlamentari, frequentavano la Contessa Lara. Quando l'on. Di Rudin fu nominato Presidente del Consiglio, essa gli mand un telegramma di rallegramenti, e il nuovo Capo del Governo and in persona a ringraziarla nella sua casa di Via Federico Cesi, al numero 12. Questa visita, e i nomi delle persone che frequentavano la sua casa, dimostrano quanto la Contessa Lara, ora che si era rifatta una vita con la seriet del lavoro e dell'amore, fosse tenuta in considerazione e rispettata, e come fosse dovuta a ignoranza e a maldicenza convenzionale certa cronaca di gente piccola, in cui alla morte di lei si diceva che era stata sempre fatta segno al dispregio, alla diffidenza, al ridicolo.
 vero che Gandolin il quale voleva bene alla Contessa Lara e la chiamava Voce d'oro ebbe a scrivere, poco tempo prima che la signora morisse (a proposito di un avviso che la Contessa Lara fece inserire nella piccola pubblicit di un giornale per rintracciare una bestiola che le era fuggita) un articoletto equivocamente faceto che provoc l'ilarit della gente: ma chi conobbe Gandolin sa come egli facesse dello spirito a cuor leggero, senza intenzione di offendere una donna, una collega gentile, che con quell'annuncio economico aveva commesso una delle tante sue ingenuit che talvolta potevano magari rasentare il ridicolo ma non la mettevano certamente in luce disonorevole.
*
Che la Contessa Lara avesse l'idea costante di una famiglia e sopratutto di un figlio suo vediamo parecchie volte testimoniato nella corrispondenza di anni e di argomenti pi lontani.
In una lettera dice:
"Oh santa e dolce fissazione della famiglia! Oh! se il primo uomo che amai non mi avesse trascurata!..." (1889, Roma, a Agrippina Bottini).
E molto prima, alla stessa amica, da Firenze nel 1880, poco dopo la morte della nonna, aveva scritto:
"....oh la famiglia! Credi che  questa per me una fissazione santa e dolce, eppure una tal gioia mi sar per sempre negata. In questo momento, come spesso mi accade allorch mi siedo per scrivere, gli occhi stanchi si posano sulla mia bambola.
" questa l'ultima che la nonna adorata, la madre mia adottiva mi diede. L'ultima! e poi mor!

"L'ultimo tuo regalo, o nonna, posa al di sopra del mio scrittoio in una paniera colma di fiori e ai suoi lati stanno due quadrucci dell'Addolorata e della Concezione che tu mi regalasti il giorno in cui tu mi avvolgesti i capelloni biondi col nastro bianco, emblema della Cresima e del candore. Oh, giorni beati, perch s rapidi ve ne fuggiste? Ed essa, la bambola fredda ed insensibile mi guarda, mi sorride: i suoi occhi melanconici e profondi rimangono sbarrati, come privi d'espressione; e sulla fronte stanca immobili alcuni riccioli biondi, ribelli alla folta e crespata capigliatura. Ma perch non ho io la potenza di fondere questa cera? Di squarciare quel petto gelido e senza affanno per togliere i pochi stracci colorati, che tengono il posto del cuore insensibile e sostituirli col mio, con un frammento di questo cuore sanguinoso e tenero? Oh! potessi imprimere il soffio della vita a quella materia fredda e viscida e far muovere quegli occhietti buoni e dolci; aspirare da quella bocca tutta sorrisi l'alito caldo di un vero angelo. Potessi crearne un bambino mio, frutto delle mie viscere, e cogliere su quelle labbra il bacio dell'amore! Ma ella si muove: i suoi capelli che io ho cos bene inanellati e profumati, si agitano; la sua bocca si schiude in un mesto sorriso, pronunzia una parola, un nome mamma.... Oh, Dio mio abbiate compassione di me! Perdonate ad una misera creatura vostra, che solo commise un peccato d'amore: dolce e grave s, ma crudelmente espiato. Vedete, io piango, soffro e imploro una grazia, una sola che potr farmi dimenticare dolori e sventure, tutto....  vero, sono molto colpevole e non posso levare fino a Voi i miei pensieri! Ma tu, nonna adorata, madre mia santa, che dal cielo mi guardi e mi assisti, intercedi per me, e fa che le mie preci possano levarsi fino a Colui che affanna e che consola, fino a Colui che, s pietosamente elargisce a noi povere anime le sue grazie.
"Pina mia, come soffro! eppur quanto bene mi fa il tuo amore, l'affetto innocente e dolce dei nostri bambini adorati....".
Ella vuol talmente bene ai piccoli figli della sua amica, Ferruccio ed Ezio, che li chiama i nostri bambini adorati.
La piet che la Contessa Lara ebbe per gli infelici fu inesauribile. Dette sempre pi di quanto potesse, a chiunque, e si adoper per gli altri fino - certe volte - a prendersi la nomina d'importuna.
Ferdinando Martini poco prima della morte si ricord di queste mie ricerche alle quali qualche mese prima aveva contribuito con alcune notizie preziose e mi scrisse da Monsummano l'11 marzo 1928:
"....Sono chiuso in casa sotto la custodia del termosifone e per giunta costretto, com'Ella vede, a dettare per dar riposo ai miei poveri occhi.
"Nel rimettere un po' d'ordine in questi giorni tra le mie carte, ho trovate due lettere della Contessa Lara, lettere di raccomandazione per poveri artisti in miseria; se vuol vederle gliele spedir....".
Naturalmente gliele chiesi e le ebbi da lui col suo ultimo saluto. Sono lettere al Martini Ministro della Pubblica Istruzione:
"Roma, 9 maggio 1893.
"Eccellenza,
"Non domando l'onore di un'udienza dall'E. V. per non rubare qualche prezioso minuto di pi. Ma Le scrivo, fiduciosa ch'Ella ascolter benevolmente la mia calda preghiera.
"Si sa che il Ministero ha stabilita una certa somma per l'acquisto di qualche opera d'arte che figura all'Esposizione di Belle Arti.
"Ora io mi permetto di richiamare l'attenzione di V. E. sui quadri di Giuseppe Raggio, che nel catalogo sono segnati co' numeri 295, 296, 297, 298, 299; e specialmente sul 295 (Temporale con cavalli) una bellissima cosa.
"Questo pittore  un vecchio con una povera moglie pi vecchia di lui; e muore di fame. Si figuri V. E. che sovente per non potere comprare altra tela, egli dipinge sa tele gi dipinte, seppellendo cos sotto il nuovo strato di colori delle egregie opere d'arte.
" tanto miserabile, poverino, e tanto buono e pieno d'entusiasmi giovanili!
"Quello che pi lo strazia  il vedere patire la sua vecchia compagna.
"Io che conosco molto l'infelice coppia ho pensato di scrivere all'E. V. che col suo gusto artistico e col suo gran cuore pu aiutare il vecchio Raggio e acquistare un'opera veramente degna.
"Sar per me un piacere, meglio una consolazione di cui fin d'ora voglio ringraziare dall'anima V. E. confermandoLe la mia profonda devozione.
CONTESSA LARA".
(Senza data.)
"Eccellenza,
"Il biglietto cos buono e cortese di V. E. mi ha riempito il cuore di speranza per il povero vecchio Raggio.
"Non ho risposto prima a ringraziare vivamente, come oggi faccio, l'E. V. perch non volendo infastidirla con troppi miei scritti, ho atteso a ricordarLe adesso, che sarebbe il momento opportuno - perch l'Esposizione sta per chiudersi e si fanno gli acquisti - la promessa pietosa fatta da V. E.
"Additare dal Ministro - e un ministro Martini! - un'opera d'arte alla Commissione, gli  come dimostrare che S. E. desidera che quella opera venga scelta. E poi v' una somma, non  vero? di cui V. E. dispone a suo piacere senza bisogno di consultare alcuno.
"Abbia carit di quei due vecchi, Eccellenza, pensi che ne allieta gli ultimi giorni. Soffrono proprio la fame, creda; e con tanta dignit e rassegnazione. Io, proprio ho nell'E. V. la massima fiducia, e mi pare che non avr pregato invano. Consideri V. E. ch'io sono tra pochi che non Le hanno mai chiesto nulla! E mi contenti questa volta, comprando Temporale con cavalli (295).
"La ringrazio con tutto il cuore, e ho l'onore di rinnovarle i sensi di tutta la mia devozione. Di V. E.
CONTESSA LARA".
*
Sono curiose a rileggere le cronache intitolate Il salotto della Signora che la Contessa Lara scriveva regolarmente nella Tribuna Illustrata diretta da Eugenio Rubichi, pi di trent'anni or sono. Ella si occupava di arte, di poesia e moltissimo di moda. Le assidue lettrici le chiedono consigli per esempio contro i capelli che imbiancano, e lei risponde:
"Care signore, per conto mio ho veduto talvolta persone giovanissime con le chiome filettate d'argento, e certe belle signore (oh mia adorata Olga) che, cos tutte candide, sembrano tante marchese Pompadour incipriate, sono, secondo il mio gusto, deliziose a guardarsi".
L'adorata Olga  la signora Olga Ossani sposata a Luigi Lodi, la vivacissima giornalista che firmava Diego De Miranda, Carbonilla, Febea. Quest'ultimo pseudonimo  quello che la scrittrice adopera tuttavia. Fu redattrice del Fracassa, del Don Chisciotte, e collaboratrice di molti altri giornali e riviste. A poco pi di vent'anni Febea aveva gi i capelli tutti candidi, meraviglioso contrasto con la freschezza del volto gentile e dei vivaci, ridenti, luminosi occhi bruni.
E a proposito di capelli corti una certa signora Donwina chiedeva alla Contessa Lara:
"Sono amante delle mode semplici. Ora vorrei sapere: quella di portare, noi signore, i capelli corti rasati e arricciati come se ne veggono cos spesso, massime tra le inglesi,  bella,  da adottarsi? La signora Matilde Serao veggo che l'ha adottata, ed io desidererei spiegazioni perch la credo cosa molto comoda ed anche bella. Sarei lieta, se questa moda dei capelli rasati o arricciati prendesse voga tra le signore, senza che chi l'adottasse dapprima potesse passare per eccentrica".
La Contessa Lara rispondeva:
"Comincio col dichiarare assolutamente di non aver mai vista una donna co' capelli rasati tranne delle poverine che avevano sofferto qualche grave malattia, e che per conservare almeno la radice dei capelli che cadevano in abbondanza, s'eran determinate a farsi trattare da un parrucchiere come tanti coscritti. Ma fin che le chiome non avevano raggiunti due o tre dita di lunghezza, le signore portavano coraggiosamente una parrucca fatta con arte perfetta e le donne povere nella impossibilit di spendere assai, avvolgevano il capo nudo in un fazzoletto, in una sciarpa, infine si coprivano come meglio potevano.
"E appunto per conservare i propri capelli ch'ella ha naturalmente lunghi e magnifici, la mia geniale amica Matilde Serao ne tagli corte le ciocche ondulate, non dopo una malattia per fortuna, ma per una causa patologica dipendente dalla maternit. Dopo alcun tempo, per, Matilde ha lasciato tornare a crescere la sua foresta nera. Bella la capigliatura corta? Secondo me no, perch ha carattere eminentemente maschile: ci che non si addice affatto alla donna. Comoda, oh, s, molto comoda per chi non soltanto non vuole studiare le acconciature da eseguirsi, ma nemmeno ha tempo da consacrare al lisciamento dei capelli lunghi cos facili ad aggrovigliarsi, massime a letto. Le studentesse russe e tedesche, precisamente perch debbono dare tutte le ore ai libri, adottano per la maggior parte la pettinatura virile. Ma vien fatto di dire guardandole:
" - Oh, che testolina da nikilista!
"In conclusione, se gli  soltanto per comodit che la signora Donwina vorrebbe tagliarsi i capelli non lo faccia. Le insegno io una pettinatura sbrigativa ed in pari tempo artistica: la mia. Io, davvero, non ho tempo da perdere allo specchio; e perci rialzo tutti i capelli in un gran torciglione che avvolgo, su, lasciando uscire dal centro, solamente le punte ricciute. Per l'ora del pranzo, poi, si pu aggiungere da un lato del torciglione un fiore fresco, o due giri d'uno stretto nastro che s'annoda, vicino alla nuca, sotto i brevi riccioli.
"Pas plus malin que a. Ma non mutilazioni per carit;  un peccato d'estetica che la donna commette, e oltre di ci mi sembra ch'ella acquisti un aspetto che non mi va".
Chi sa cosa avrebbe detto oggi la Contessa Lara con tutte le teste femminili pi o meno alla garonne.
*
Pass parecchie estati a Riva Trigoso.
Riva Trigoso oggi  un paese come un altro qualunque, con tante fabbriche, e cantieri e fumaioli, sulla Riviera di Levante, ma allora, quando la Contessa Lara lo scopr, era un delizioso villaggio con poche case di pescatori sulla scogliera incantevole e, dietro, un bosco profondo, quasi selvaggio. Essa vi andava in compagnia del suo amico; prendevano in affitto una casa di poche stanze, una di quelle modeste ma pulitissime case d'americani (gli emigranti tornati col gruzzolo dall'America) dove ella metteva la nota personale con libri, con qualche stoffa, con ritratti, con fiori; e vivevano lieti e liberi una vita semplice, sana, magnifica, fra il mare e il bosco, ritemprandosi dell'affaticante lavoro cittadino e sognando belle fantasie per la vita e per la morte. C'era - e certo c' ancora - un grande scoglio a Riva Trigoso, solitario, a poche braccia dalla spiaggia, liscio, con la superficie piana a guisa d'uno zoccolo, e l'immaginosa poetessa sognava, quando che fosse, di essere seppellita l col suo amore, cullata eternamente dal gran coro delle acque marine. E cant Riva Trigoso.
S, lasciamoli qui, chiusi nell'ombra,
I libri, ove severi
Risognan anco i tuoi vecchi poeti:
Qui nella stanza ingombra
D'ampi scaffali neri
Che son del viver tuo l'ansie e i segreti.
Lasciamoli: e si corra al bosco, al mare.
O mare, o bosco, io chiedo
Ai vostri aliti freschi un soffio nuovo.
Stanca son di lottare
Contro chi mai non vedo:
Il mio Fato, che innanzi ognor mi trovo
Inesorabilmente. E vo' godere
Oggi, vo' un'ora sana
Tra piante auguste, in faccia al mare immenso;
A lunghi sorsi bere
Bramo l'odor ch'emana
Il pino e l'alga: odor sottile e intenso.
Ritornerem fanciulli. Io, su la riva,
Scarpe e calze di seta
Mi torr, sollevandomi la vesta,
Perch schiumante e viva
L'onda che mai s'acqueta
Da torno al corpo mio sobbalzi in festa.
Tu, sciolta qualche barca agile, intanto
Esperto al par d'un mozzo,
Col petto al vento e al sole alto la faccia
Vogherai, nell'incanto
Del marino singhiozzo
Che del tuo remo seguir la traccia;
Come la seguir la mia canzone
Gioconda ed augurale
Recata a te, tratto tratto dall'aria:
Finch, mio bruno alcione
Ebbro di maestrale
Non t'abbia ancor la sponda solitaria.
Fra le carte della Contessa Lara furono ritrovati alcuni versi, il principio certo di una lirica (anche questa su Riva Trigoso) scritto dal giovane poeta che vi andava a villeggiare con lei:
Riva Trigoso! Una cerulea baia
Ombrata dalle due rupi ond' stretta:
Gozzi e tartane su la spiaggia, e abbaia
Nella prim'alba un cane alla vedetta,
Mentre le pinte case, in lunga schiera,
Muovon ridendo verso la costiera;
Poi gradanti su su, selve montane
In ampia chiostra vanno al ciel remoto;
S'ode, a intervalli, un dondo di campane
Venir da qualche presbiterio ignoto,
E un tumulto di rondini per l'aria
Lustra su la marina solitaria.
*
La Contessa Lara aveva il motto: Al di l. A chi gliene chiese il significato rispose: "Pu essere quello di una perfetta credente, di una idealista per eccellenza o.... d'una esagerata. Prendetelo come vi pare. Tale  e rester, ve lo assicuro."
E certo si addiceva cos bene al suo carattere insofferente di limiti, e anelante verso il mistero. Ma non disdegnava andare talvolta in cucina a preparare di sua mano qualche manicaretto per rallegrare il pranzo con una piacevole improvvisata.
Come doveva brillarle nell'anima la felicit con l'amore risorto, con la fiducia nella vita e in se stessa, con la sicurezza di essere aiutata, sorretta, difesa, se poteva abbandonarsi cos alla gioia della resurrezione! se rispondendo ad un critico, che, pur essendole amico, aveva scherzosamente chiamati i suoi versi capricci in rima poteva scrivere:
Erraste, o amico: i versi miei di prima,
Que' che la dubbia vostra cortesia,
Signorili chiam capricci in rima,
Io, se accade che mai gli occhi vi fissi,
Con maraviglia dolorosa e pia
Mi vo chiedendo s'io proprio li scrissi.
Ch'or non concedo all'agile pensiero
Quell'inutile caccia d'ideale,
N ch'ei si sfreni, procelloso e fiero,
Su 'l cupo abisso affaticando l'ale.
E que' versi rinnego.
..... O fondo, o nero
Lago degli occhi suoi! Boccio carnale
Della sua bocca! O vivo, o solo, o vero
Mio splendido poema orientale!
La poetessa vuol dire con ci che i suoi nuovi versi non erano mero estetismo ma espressione di sentimento caldo e sincero. Ed  tenera e dolce, umile come una povera donnina qualunque. Una volta  successo un piccolo bisticcio fra i due, una cosa da nulla come una nuvola di primavera. Sa che fra non molte ore il suo amico ritorner dal lavoro, e la pace sar fatta, forse nemmeno ci sar pi il ricordo della disputa, ma la cara donna appassionata non pu resistere all'idea ch'egli sia in collera e gli manda una lettera al giornale, da piazza Montedoro dove allora abitava.
"Maggio, 1888.
"Da casina nostra.
"Mio adorato,
" impossibile che io stia fino a stasera con questa spina nel cuore. L'averti veduto uscire e non aver ricevuto un bacio di saluto, il mio solito bacio benedetto che mi tiene compagnia fino al tuo ritorno,  stata cosa troppo dolorosa. Mi sono fatta (si capisce!) un gran pianto - e ora sono qui ad aspettare una tua buona parola. Fammi la carit di mandarmela, non tenermi cos fino a stasera, te ne prego a mani giunte. Tu sai, io non sono come la S.... e per conseguenza non intendo di fare la direttrice. Sono cos bonaria e casalinga e semplice io, desiderosa solo di ingerirmi del mio lavoro, che tu non avrai da lagnarti di me, credilo.
"Ti copro di baci e aspetto una parolina che non vorrai certamente negarmi.
Tua moglina."
E sono di quell'epoca questi versi, semplici, spontanei, appassionati, che dicono la completa trasformazione della vita e del sentimento della poetessa, innamorata e devota.
". . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Egli, fiero ma buono,
Ei giusto nel castigo, ma giusto nel perdono,
Egli al mio corpo stanco, all'animo sgomento
Diede sicuro asilo, a una fiamma nel vento
La sua mano e un rifugio. Oh, la dolcezza nuova
Che a dire: - Ho la mia casa! - un cor di donna prova!
La tavola scolpita su cui leggo e lavoro,
Quella molle ottomana, la cornicetta d'oro
Che chiude le sembianze della mia vecchia madre,
Quel gruppo di Sassonia, cento inezie leggiadre,
Il desco ove al tramonto ambidue noi sediamo
Interrompendo il pasto per dir: - Lo sai che t'amo?
Il letto alto di trine dal padiglione azzurro
Dove il sonno mi coglie tra 'l confuso sussurro
Di commosse ali d'angioli e di sogni d'amore,
Tutto, tutto ei mi diede! Son beata, o Signore."
Quando il suo amico doveva lasciarla per andare in Sicilia dai suoi o altrove per lavoro, essa gli scriveva giornalmente lunghe tenere lettere appassionate narrandogli con minuzia tutta la sua giornata che del resto trascorreva tranquilla, quasi sempre in casa, nella redazione del Corriere di Roma, il giornale fondato da Eduardo Scarfoglio e da Matilde Serao, e di cui erano redattori, oltre la Contessa Lara, E. Boutet, G. A. Cesareo, Petrai cronista e Lyonne disegnatore.
Raramente, e perch il pranzo non fosse troppo melanconico, invitava qualche volta il buon Boutet: fu una di queste volte che Eduardo Scarfoglio disse: "Ah! ora telegrafo al vostro amico." E Matilde Serao, con una delle sue risate indimenticabili aggiunse:
- Bisogna telegrafare: Pranzo colpevole!
Salda, buona amicizia c'era fra Matilde Serao e la Contessa Lara, la quale rimase penosamente colpita una volta che la Serao e il marito furono attaccati con grande violenza dalla Cronaca Rossa. E per dare in qualche modo un compenso di consolazione alla Serao, scriveva al suo amico di fare un grande articolo su Riccardo Joanna, il bel romanzo della scrittrice che usciva in quei giorni aggiungendo: "Povera Matilde! oggi le voglio dieci volte pi bene."
Quanta generosit in lei, sempre! Aveva facilmente dimenticata la cattiva recensione che la Serao aveva fatta ai suoi Versi. Mai rancore o invidia, mai gelosia per una collega; anzi gioia del successo altrui, come di cosa sua.
Era, come molti temperamenti ultra sensibili, superstiziosa. Credeva al potere nefasto del venerd, e non si sarebbe messa in treno in quel giorno per nessun motivo. Asseriva che, quando non volle crederci, ebbe a piangere con grande amarezza. Ed era certa di sentire arrivare le buone, come le cattive notizie. Di padre scozzese, diceva anche lei, come presumono di s gli scozzesi, aveva una seconda vista. Se qualcuno sorrideva di questa asserzione se ne aveva a male. Non sapeva nemmeno lei spiegarsi il fenomeno n che nome dargli, ma so che c' - sosteneva - come sosteneva di possedere questa antiveggenza al supremo grado. Molte ore prima dell'arrivo del simun i cammelli si arrestano in mezzo al deserto fiutando l'aria, ricusano di andare innanzi e si coricano aspettando che li avvolga il sudario di sabbia. Cos succedeva a lei quando doveva coglierla una sventura, e del pari avvertiva se una allegrezza le veniva incontro.
Non usava quasi mai l'orologio; ne aveva uno brunito, grazioso, che lasciava sempre fermo; scriveva talvolta: "Debbono essere le nove perch gli strilloni vanno gridando: La Tribunaaaa.... seconda edizioneeee...." Oppure: "Capisco dalla luce incerta e grigiognola che la mattina io debbo alzarmi molto presto, alle sei e mezzo, alle sei, non so. M'alzo attendendo la posta, tua. Tutte le ore sono uguali, quando (ahim!) non ti aspetto. Ma avr la tua lettera che  in viaggio. Le vanno incontro i miei ardenti desideri: Com'arabi cammelli a una fontana, diceva presso a poco il povero Emilio Praga".
E quanto le piaceva scrivere al suo amico! S'illudeva di parlargli fitto fitto, dolcemente, e che egli le fosse vicino e carezzevole, ed era umile, devota, quasi direi senza volont; "Considerami, - gli diceva - come una ciocca dei tuoi capelli stessi: se tu domani mi dicessi: Linina, fa' i bauli perch andremo in Patagonia, io non ti domanderei n pure il perch ci andiamo, ma, dopo di averti baciato, mi metterei sorridente e tranquilla a fare i bauli. Ti piace che io sia cos?" La Contessa Lara che leggeva attentamente i giornali aveva avuto una forte impressione, nel dicembre del 1886, della fuga drammatica di Padlewsky, l'assassino del generale Seliverstoff.
Il 19 settembre, a Parigi all'Htel de Bade, sul Boulevard des Italiens alloggiava da una quindicina di giorni il generale russo Seliverstoff. Era stato aiutante di campo dello Zar, e direttore della famosa terza sezione della Cancelleria imperiale, ossia della temuta ed esecrata polizia politica dell'autocrate di tutte le Russie. Il generale - ora in riposo - si diceva che facesse la spia e sorvegliasse per conto dello Zar la condotta dei Granduchi parenti, nei loro soggiorni a Parigi. Si attribuiva a lui, recentemente, la condanna a morte di Sofia Gemsbourg. Del resto il generale stesso si vantava di aver mandato in Siberia non meno di ventimila sospetti o condannati politici.
Stanislao Padlewsky era fuggito in Francia in seguito a un complotto fallito contro lo Zar. Poteva avere trentacinque anni; grande, magro, dall'espressione scura, quasi sinistra, negli occhi brillanti, mobilissimi, inquieti. Viveva aiutato da altri nichilisti, fra cui Mendelson; in una soffitta aveva un letto di paglia, un cuscino da fiaccheraio per guanciale, un tavolo greggio e una decrepita valigia: nemmeno una sedia. L'odio di Padlewsky verso Seliverstoff era infinito perch da lui era stato colpito nella famiglia e negli affetti e lo considerava peggiore del carnefice Trapoff.
Esisteva allora un circolo cos detto franco-russo che in mancanza di pi lauti mezzi prendeva il gioved in affitto una sala: esso aveva nello statuto come scopo principale la propaganda a Parigi del genio artistico russo. Si dichiarava apolitico e aveva per motto Dio e lo Zar. L'articolo 3. dello statuto diceva che: "non saranno tollerati attacchi contro la religione e contro le autorit".
Tutto ci naturalmente non era che una finzione ben nota al generale Seliverstoff.
Questi sorvegliava Padlewsky, che era stato presentato al generale dal Conte Greppi, ex-ambasciatore italiano a Pietroburgo. Padlewsky si offr al Bernoff, gerente del circolo franco-russo, per portare personalmente a Seliverstoff l'invito a una festa da ballo. Ci and infatti, e gli spar a venti centimetri di distanza un colpo nella testa. Non fu udito nessun rumore. Quando il cameriere and per annunziare al generale che la colazione era pronta, lo trov disteso sul divano col volto insanguinato. Non riacquist pi i sensi.
Si disse subito che l'assassino doveva essere il polacco Padlewsky, ma non lo poterono arrestare bench due giorni dopo il delitto fosse stato visto in un caff vicino alla stazione del Nord mentre diceva a qualcuno: "S,  vero, sono stato io a uccidere Seliverstoff".
Frattanto il capo della polizia Garon aveva ricevuto una lettera, in cui si diceva che Padlewsky avrebbe fatto saltare il cervello a chi tentasse di prenderlo, che i nichilisti russi avevano gi condannato e giustiziato otto funzionari di polizia, e che ci voleva poco ad ucciderne un altro.
La Contessa Lara era estranea a qualunque problema politico, ma il racconto della fuga di Padlewsky la entusiasm perch veramente fu organizzata e svolta in un modo sorprendente. Il 13 dicembre L'clair pubblic una dichiarazione a firma del giornalista Giorgio Labruyre, che si vantava d'aver fatto evadere il Padlewsky aggiungendo che questi era stato indisturbato a Parigi dal 18 novembre giorno dell'assassinio, fino al 3 dicembre giorno della fuga.
Labruyre aveva immaginata la storia di un duello ch'egli doveva avere in Tirolo e lo aveva fatto annunciare sui giornali. Padlewsky, travestito e truccato, part con Labruyre la sera del 3 qualificandosi per medico. Alla stazione di Lione, Labruyre present l'omicida come suo medico a un ispettore di polizia che li raccomand tutti e due al direttore della dogana di Modane. Dopo Torino, Milano, Venezia, e i due andarono a Trieste, dove Padlewsky s'imbarc per l'America mentre Labruyre ritorn a Parigi. Fino a Modane i due erano stati accompagnati dal socialista rivoluzionario Fernand Grgoire. Tutte le spese furono sostenute dall'clair.
Il Labruyre dichiarava di aver compiuta l'impresa per dimostrare che i reporters francesi valevano quelli inglesi e americani. Lo scandalo fu enorme. Qualche giornale fra cui l'Autorit insinu che il ministro dell'interno Constant ci avesse messo lo zampino per sbarazzarsi di Padlewsky ed evitare cos un processo seccante.
Garon, capo della polizia, sosteneva che il fuggitivo non fosse Padlewsky; ma l'clair, oltre a mettere a disposizione la somma di 10 000 franchi per chi potesse provare il contrario, pubblic una dichiarazione di Labruyre che sul suo onore accertava il fatto come completamente vero.
E la Contessa Lara, in una fervida lettera al suo amico diceva: "Hai vista la fuga di Padlewsky?  stata una cosa cos cavalleresca e poco del nostro tempo che ne sono entusiasta.
"Il nichilismo  la sola idealit di questa fine di secolo, secondo me. Non ho ragione?"
 CAPITOLO SESTO.
L'opera poetica della Contessa Lara. - Dall'individualismo romantico alla seriet tranquilla e operosa. - Versi. - E ancora versi. - Nuovi versi.
L'opera pi importante della Contessa Lara  senza dubbio quella poetica, e di questa soltanto ci occuperemo, pur senza negare che il romanzo L'Innamorata, dove si narra la passione di una cavallerizza di circo, e dove certe scene come quella dell'orgia sono ben colorite e rilevate, abbia un certo interesse, e senza negare ogni pregio alle tre raccolte di novelle Cos , Storie d'amore e di dolore, Racconti di Natale, bench sieno in fondo un miscuglio di realismo alla Verga e di sentimentalismo alla De Amicis. Scrisse anche due libri per bambini: Il romanzo della bambola illustrato da quel pittore che doveva poi ucciderla e Una famiglia di topi che oggi  al settantesimo migliaio. Storiella che ha graziose osservazioni su quegli animali; lettura gradevole per la prima infanzia.
Ma anche la sua prosa interessa sopratutto per le qualit liriche che la animano; l'amore per gli animali e per gli oppressi, lo spirito di rivolta contro le menzogne sociali, la delicata sensibilit, la fantasia agilissima vi si rivelano espresse talvolta in una forma comunicativa assai grande, tanto da far dimenticare il difetto fondamentale, cio la scarsa profondit nell'osservazione e lo studio superficiale dei caratteri, pi pensati che veramente sentiti; pi assimilati involontariamente da altri autori, che creazioni complete e nuove.
Lasciamo al critico, se uno ce ne sar, l'esame dell'opera completa della Contessa Lara. Noi ci occupiamo solamente delle liriche perch la donna vi esprime con sincerit ogni sentimento della sua anima e della sua vita, sicch nei tre volumi di versi  rispecchiato interamente il suo carattere.
*
Nel primo volume che le diede fama, dopo Canti e Ghirlande di cui gi parlammo, il carattere fantastico di questa scrittrice si rivel pienamente, procurandole fra i lettori contemporanei ammiratori e adoratori, poi dileguati, finch, con eccesso uguale all'esaltazione d'allora, non rimase a ricordarla che qualche spirito melanconico e pensoso. Sorte questa di tante poetesse, compresa la nostra maggiore Gaspara Stampa.
L'impallidire della sua fortuna pu spiegarsi in parte coi suoi difetti. Essa non ebbe una vera, esclusiva, prepotente vocazione per la poesia; non la consider come l'intima sua vita o come il suo linguaggio naturale, la funzione suprema del suo spirito. La poesia non fu l'esclusiva dominatrice a cui ella fosse costretta ad obbedire con ardore e smarrimento d'estasi. Non la sent mai come una forza terribile e divina che afferri tutta l'anima e a cui bisogna piegare con umilt e con entusiasmo.
Per la Contessa Lara la poesia fu spesso un giuoco elegante, un ornamento maggiore al suo fascino di bella donna, un'arte di sedurre, o nel migliore dei casi una confidente sottomessa e discreta.
Probabilmente, senza la tragedia di Milano, la Contessa Lara sarebbe rimasta la corteggiata e raffinata signora, moglie del brillante capitano dei bersaglieri, nuora di un ministro e luminare del foro italiano, che avrebbe scritto ogni tanto dei versi da recitare nei salotti alla moda.
Poi fu anche il bisogno di guadagno che indusse la poetessa a raccogliere le sue poesie sparse e a comporne delle nuove per mettere insieme il volume che Angelo Sommaruga pubblic nel 1883.
Rileggendo questo libro sentiamo subito che sono versi di una signora mondana coi difetti e le qualit che necessariamente le s'accompagnano. Buon gusto, sentimento delicato d'arte, vivacit d'immagini, spesso spunti originali, tocchi commossi, guizzi di passione, figure e paesaggi di disegno preciso; ma in generale un tono di leggerezza graziosa, di vagabondo capriccio fantastico, di volubilit. Vampate di sentimentalismo e punte d'ironia, un non so che di superficiale e di labile: spesso manca un interesse vero, profondo, per un amore o per un dolore. In generale il tono  piano, borghese, rotto ogni tanto da uno scoppio enfatico di esaltazione romantica cos di moda a quel tempo. E pi che a poesia propriamente detta, molte volte ci troviamo di fronte ad annotazioni poetiche di una bella signora impulsiva e mutabile.
 certo significativo che fra queste poesie non ve ne sia nemmeno una ispirata alla tragica avventura che distruggendo il suo avvenire aveva spezzato la vita a Bennati di Baylon.Invece molti sonetti sono la rievocazione spesso felice della sua vita coniugale; ma la sposa non vi si mostra n seriamente innamorata del marito, n offesa o sdegnata dei tradimenti di lui; quando gli pare d'amarlo ancora, ha l'accento del momentaneo capriccio. Quando  gelosa mette il broncio come una bambina, e sembra che finisca col perdonare qualche infedelt sol perch sarebbe provinciale fare il contrario. In un sonetto  descritto un litigio fra i due:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Perch'egli l'ama quella donna,  certo,
Se n'ha un mucchio di fogli e di ritratti
A dispetto di quanto io n'ho sofferto.
Lui sgrida, lei piange. Nel seguente sonetto sono ancora in collera. Egli stuzzica la legna nel caminetto e fa il sostenuto. Lei gira per la stanza, aprendo un libro, toccando il piano, o guardando dalla finestra con melanconia:
E allor mi corre un brivido le vene
E me gli accosto, e gli sussurro in faccia,
Lo sai, Dio mio, ti voglio troppo bene!
Squisitamente femminile! Ma vi si capisce pure che la gelosia vi ha poca presa, come la passione vi ha poca seriet.
Altrove  lui che sospetta di lei, ed essa sdegna discolparsi e nervosa percuote col piede un levriere steso in terra. Egli si muove per lasciarla, ed essa lo segue, fredda, altera, silenziosa:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ma dubitosi, in atto di preghiera,
Si guardaron ne gli occhi in su la porta
E disser sottovoce: a questa sera.
Istinti, dunque, pi che sentimenti formano la vita interiore di questa fantasia; corolle lievi subito sbocciate, subito cadute, improvvisi bagliori subito spenti. Vi sono certi quadretti deliziosi, ma la grande, complessa poesia dell'amore non c'.
Per questo accade che anche degli altri amori a cui sono ispirate queste poesie, non rimane che il solo e semplice spunto, il dato lirico iniziale, quasi sempre suggestivo, penetrante, di grazia inimitabile, ma che ci lascia perplessi, direi quasi insoddisfatti.
Leggiamo per esempio il sonetto Confidenze.
A l'ombra de le zgare egli  nato
L gi l gi de 'l nostro suolo in fondo,
Da un alito cocente accarezzato,
Carezzato da 'l mar terso e profondo.
Poeta, strano, forte, innamorato,
Due sole cose gli son care a 'l mondo,
Gli son care ne i sogni: il venerato
Materno capo, ed il mio capo biondo.
Senti, se vuoi saper come avvena
Ch'ei restasse di me sire e padrone:
 un bozzetto che sa d'Andalusia.
Era di maggio un d, su l'imbrunire,
Ei mi gitt una rosa entro il balcone,
Io la raccolsi, e mi sentii morire.
 il preludio di un idillio o di un dramma? E mi sentii morire. E dopo? Amore? Passione? Angoscia, o semplicemente nulla? Spesso la Contessa Lara  cos. Uno spunto, il frammento di un poema perduto forse, e il fantasma poetico rimane all'inizio e si dilegua nel nulla. Forma d'arte anche questa s'intende, ma non piena e assoluta.
In questo primo volume c' molto il gusto del quadretto, dell'abbozzo, dello schizzo, come era di moda a quel tempo anche per opera di De Amicis, Stecchetti, Panzacchi ecc. Cos la Contessa Lara ha una serie di disegni in cui sono rappresentate con vivacit Elena, Giselda, Mascherine, o paesaggi come Cherasco, Domenica, Viaggiando, o situazioni colte in momenti di pungente ironia, forse un po' di maniera.
Pi semplici e persuasive sono le poesie dove rievoca la madre e la nonna con commosso rimpianto, o quelle che col tempo verranno pi frequenti, in cui trema la nostalgia di un amore
Casto, giocondo, tenero, sereno.
 nello sviluppo di questo germe, sempre vivo e presente nell'animo della poetessa, ch'ella trover i suoi canti migliori.
*
Il secondo volume pubblicato da Sersale a Firenze nel 1886 s'intitola E ancora versi e pu dirsi una continuazione del primo. La medesima instabile fantasia che accenna la sintesi creatrice senza avere la forza, o forse anche la pazienza, di concentrarvisi; tocchi felici e basta. Quadretti di genere anche qui, che la poetessa chiama "studi dal vero" (allora gli studi dal vero erano di gran moda) e ci tiene e lo dice:
Cos vi rivedr ne 'l mio pensiero,
Insieme ad altri ch'evocar son usa,
Belle macchiette ch'io togliea da 'l vero.
E in pochi tratti riproduce quasi sempre felicemente figure, paesaggi o stati d'animo; talvolta - forse su commissione di giornali o riviste alla poetessa gi celebre - compone dei versi di occasione come quelli sul terremoto d'Ischia o sulla visita di re Umberto ai colerosi di Napoli, che sono nel complesso assai brutti. Anche in questo secondo volume, l'accento pi commosso, pi personale e per conseguenza pi interessante,  quello dell'amore. Si tratta sempre di fugaci capricci senza reale tormento, galanteria di giuoco dove l'anima entra in piccola parte. E la poetessa in un momento di sincerit paragonandosi a bimbi crudeli dice:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Oggi le fiamme dei miei lunghi baci,
forse domani stesso,
tronchi detti mendaci
ed uno stanco amplesso....
Non maledir! Compiangimi.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
E altrove:
In quel silenzio pien di sogni, a l'ombra
Di quel nido, ti amai; scordar mi volli
Quando la vita e l'avvenir m'ingombra.
Ed or, per novo amore, ecco mi prende
Nova brama di strofe agili e folli....
L'abisso del mio cor, chi lo comprende?
Follia, sonno, ebrezza, libert, queste sono le parole romantiche con cui la poetessa sembra giustificare l'irrequietezza del suo istinto sentimentale e sensuale.  la teoria byroniana secondo cui l'amore non ha n fede n legge n responsabilit n dovere;  una cosa splendida e assurda che non rende conto di s e che basta a se stessa. Fedelt o tradimento, innocenza o colpa, generosit o infamia tutto  ugualmente posto al medesimo livello.
Nel volume E ancora versi, come nel primo, palpiti di vera poesia si trovano solamente in alcuni frammenti sulla naturale gioia della donna che si sente amata per la sua bellezza, o sul dolore dell'amante che non si sente completamente amata.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Io l'adoro: ei non m'ama. Qualche parola, un gesto
Brusco, o annoiato, a un tratto mi riconduce a questo
Malinconico vero che mascherare io tento
Con arti puerili. Ei non m'ama, lo sento.
Ella non  pi la desiderata, ma non gi si lagna che le manchi la tenerezza e la fedelt. No, ella si lagna de
La ghiaccia coppa insipida che l'amor suo m'appresta.
E che cosa desidera quando egli ritorna?
Fin che, ideale o greca forma virile, il mio
Fanciullo ancor non stringo con un'intensa brama
Di morir de' suoi baci . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Questo concetto dell'amore, cos elementare e sommario, toglie ogni profondit a questa lirica che pure  molto piaciuta probabilmente per il gusto enfatico e romantico dell'epoca. Ma la situazione  sempre la stessa confessione del desiderio senza un conflitto, senza uno svolgimento, senza una vera e propria personalit! Se la Contessa Lara non avesse avuto pi tardi una seria e vera passione, forse avrebbe dovuto smettere di scrivere versi per troppa stanchezza di s.
*
I Nuovi versi composti dopo il volume E ancora versi, e dunque fra il 1884 e il 1894, segnano un vero svolgimento ideale e morale, non soltanto nella vita ma anche nell'arte della poetessa. Materia della sua ispirazione  anche qui naturalmente l'amore. Ma quest'amore non  pi capriccio, galanteria, momentanea esaltazione della sentimentalit e della sensualit; non  la solita rosa degli arcadi, o dei petrarchisti di tutti i tempi che bisogna cogliere oggi perch domani sar appassita; non  il fugace momento nella giornata di una donna elegante la quale vuole essere pi ammirata per la sua bellezza e il suo spirito, che per l'altezza del sentimento, e vuol possedere pi il corpo che l'anima dell'uomo amato, non  l'amore pagano, l'amore-giuoco, l'amore-piacere, l'amore senza legge e senza responsabilit.
Siamo sempre,  vero, in pieno individualismo romantico, per cui l'amore  considerato al di l e al di sopra di qualunque convenzione religiosa e sociale. Infatti il nuovo amore della poetessa non  regolare e sancito dalla legge; ma essa accetta gli obblighi e i divieti d'una legge morale liberamente adottata, sicch il suo amore non  solo dei sensi ma dello spirito, bisogno di mutua tenerezza, di conforto, di fedelt. La vita in comune  seria e ordinata, anche se non per costrizione legale, per libera elezione di due esseri, per una affinit irresistibile di pensiero e di sentimento.
Di questa specie di conversione la Contessa Lara  cosciente, come si rileva dal preludio, dove parlando dei versi antecedenti dice:
Con maraviglia dolorosa e pia
Mi vo chiedendo s'io proprio li scrissi.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
E que' versi rinnego.
Qual' il nuovo contenuto, la nuova ispirazione, il nuovo accento di queste poesie?
Abbiamo la figurazione d'una donna, la quale, dopo una vita procellosa e disordinata e superficiale, con vari amori, ma senza amore, s'incontra in un uomo e se ne innamora perdutamente. Quest'uomo conosce il suo passato ma vuole dimenticarlo. Egli  pure acceso di passione, ma poich questa passione non  libertinaggio, poich ne  preso all'anima profondamente, esige che la donna corrisponda a questa seria passione con altrettanta seriet, che nella vita in comune abbia il rispetto di se stessa in quanto appartiene a lui, della casa, del lavoro disciplinato e fecondo, che sia non la semplice amante ma la compagna, l'amica, quasi la sposa di quest'uomo che per lei ha osato sfidare i pregiudizi del mondo, e che senta dunque tutti i doveri del nuovo stato.
Infatti la donna acconsente a questi patti come obbedendo a un comando interiore, un po' stupefatta, senza intendere forse il perch del suo mutamento. Infantilmente  disposta a credere ad un prodigio. Ecco, egli le ha dato una casa - il sogno di tutta la sua vita - le ha insegnato a essere seria, onesta, tranquilla, operosa, le ha risvegliato nell'anima la luce del bene, le ha legato al braccio ribelle la divina catena del dovere. Ed essa ne  felice: questa specie di redenzione la commuove; e narra la sua storia con tale umilt e verit che l'immaginazione del lettore n' come rapita, e la bella creatura di colpa e di pentimento ci appare sotto una forma di grazia dolorosa che incute rispetto.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ero sola;
Mi giungeva dal tumolo la materna parola,
Eco fievole e incerta, che i turbini improvvisi
Della vita disperdono tratto tratto; divisi
Eran da me, parenti e amici per le porte
Invincibili, oscure, solenni della Morte.
Ero sola: le voci dell'incostante mondo
Udivo or chieder rose per il mio capo biondo,
Or irridermi, fredde, con vil sarcasmo; in tanto
Io talora ho sorriso, io quasi sempre ho pianto
Lacrime che Voi solo conoscete, o Signore,
Segrete come l'ombra, acri come il dolore:
Tal che, nel mar fremente degli anni, impaurita
Il naufragio ho chiesto ultimo della vita,
Ma non la morte  giunta; giunto  lui....
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .  tale
Che in s qualcosa ei chiude di mistico e fatale,
Perch'io, quando lo fisso, sento velarmi gli occhi
Col desiderio intenso di piegare i ginocchi
Benedicendo e orando.
La gratitudine e la gioia per tale trasformazione si manifestano in voci di soave abbandono, di docile tenerezza, di sconfinato amore, e come si sente leggera, casta nell'alto silenzio notturno!
Io sollevo la fronte all'ampio cielo,
Ogni rumor per me da torno tace:
E all'infinito, con quel bianco stelo,
Ascende la sognante anima in pace.
Ella crede anche che Dio protegga il suo amore, che  desiderio di bene e sete di sacrificio.
Volar l'ore.... Chi mai numera
I miei baci e i baci suoi?
Par che Dio non lasci vivere
Nella notte altri che noi.
Se viaggia sola gli occhi di lui
. . . . . . . . . . . . . .quegli occhi
Voluttuosi imperiosi e neri
le son sempre da presso; ella  felice di sapere, di sentire
. . . . . . . . . . . . . . . . questo amore
Che ogni giorno pi cresce e si fa santo.
Tradirlo? Abbandonarlo? La sola idea la fa rabbridire. E chiamando il Signore a testimonio della propria sincerit invoca ella stessa il gastigo, se un giorno fosse capace di una tale infamia. E nulla  pi toccante della trepidazione affannosa con cui si punisce da s:
Se rispondo con debole virt, con dubbio affetto,
All'uom che sua mi fece al Vostro alto cospetto
E al pietoso cospetto de' suoi dolci parenti,
Signor, ch'io sia punita col maggior dei tormenti.
Ch'ei pi non m'ami; ch'egli mi scacci e spregi! Pura
Sorga al suo fianco, in vece, una rosea figura....
Io sparir nell'ombra nera co' falli miei....
Questa femminilit che si strazia nell'orrore e nel rimorso d'un passato colpevole, e lo depreca per sempre con minaccia cos disperata,  una delle espressioni pi originali e pi vere nella poesia d'amore di tutti i tempi. Qui non c' ombra di retorica: tutto sorge improvviso, spontaneo, di getto, e la stessa nudit della forma, senza immagini, senza ornamenti, parlata, quasi prosaica, aggiunge evidenza alla sincerit del sentimento. E la poetessa non si stanca d'esaltarsi e rassicurarsi nella certezza della propria redenzione e ne d tutto il merito a lui.
Oh, a questa femminile anima mia,
Chi cinge una tal maglia di coraggio
Ch'altra mi fa da quella ch'io fui pria?
E lo spia, lo studia, trema sempre che l'amore di lui non abbia a mancarle; ma poi si consola perch sa che egli  semplice e dritto, e altro non brama che l'amore fedele nella casa fedele.
E tu sorridi a quel che di costante
D'umile, s, ma d'intimo
T'offre la nostra vita.
Ma anche le incertezze, i dubbi, che s'accompagnano ad ogni amore, sia pur vero e sincero, sono manifestati con semplicit commovente. L'amore ha riavvicinato la poetessa a Dio: Dio ella implora perch il suo ravvedimento tocchi il cuore dell'amico, con Dio ella si confida nelle ore del pianto; piccola e pavida, ormai sentendo che la sua vita pende da quel filo di salvezza a cui s' aggrappata con ogni fibra del suo povero cuore, a Dio si rivolge per invocare la clemenza e l'aiuto:
Signor dell'ampia terra,
Signor dell'ampio cielo,
Odi: non farmi guerra,
Sono un gracile stelo,
Ed ho paura.... il cuore
S'agita e trema....
Che far se l'amore,
Se l'amor suo si scema,
Avvezza alle sue collere,
Avvezza al suo sorriso?
Che umana piet in questi due ultimi versi, dove la donna che si sente in continuo sospetto per il suo passato accetta e ama anche le collere dell'uomo amato, che sono la riprova dell'amore di lui!
Avvezza alle sue collere un verso che contiene tutto un mondo di contrasti, di pene, di gelosie: la tragedia di questo amore.
Forse una parola ch'ella s' lasciata sfuggire della sua vita di prima, un ricordo dimenticato che sorge d'improvviso, l'innocente familiarit con qualcuno scambiata per inclinazione colpevole, il desiderio mondano di piacere, di essere ammirata, scambiato per un ritorno alle vecchie abitudini, parole amare, diffidenze, ironie, scoppi di sdegno, tutto ci  evocato come da un lampo che rischiari un paesaggio notturno in quel verso pieno di lacrime. Ma la devota e dolorosa creatura non ha una parola di ribellione; all'ingiustizia dell'accusa ella risponde pianamente, con accorata energia, sicura di s e della sua nuova purezza:
Senti: s' vero che tu m'ami e molto,
Com'or sereno, or fatto cupo giuri,
Quando in petto cos m'ascondi il volto,
Io voglio, io voglio che tu ti figuri
Che ho solo te sulle mie labbra accolto
Dopo i materni baci dolci e puri.
In questo volume anche la forma  infinitamente progredita in confronto di quella un po' trascurata degli altri due. Qui, specie nelle poesie di contenuto oggettivo, vi sono scorci, trapassi, visioni pittoriche, cesellature che farebbero lieto anche un grande artista.  gi un quadro per s questo cortile al chiaro di luna.
Poi che si sveglia nel chiaror lunare
Il cortil sonnolento
E al raggio obliquo il colonnato appare
Come una luminosa arpa d'argento.
Ecco un tramonto originalissimo:
Su l'estremo orizzonte il re del giorno
La testa d'oro posa.
E ancor sul piano tremolante fluttua
La sua capigliatura luminosa.
La poetessa  ora in comunione con la natura, l'ascolta e la intende. Squisita la melanconica rassegnazione dell'ultima foglia che si stacca con un sospiro dal ramo a cui fu attaccata per tutta la stagione; ma forse  anche pi penetrante la poesia di quei fiori morti s, ma la cui anima vive nell'odor perduto che
Ecco, in un'onda gelida
Di vento, quasi un memore saluto
Mi giunge....
Di queste composizioni oggettive nell'apparenza, ma che tutte rivelano lo stato d'animo della poetessa, la pi sobria e completa  quella che s'intitola Saffo.  la Saffo della leggenda, la poetessa di Lesbo suicida per amore. Un bianco tempio sul mare, donne che gemono sommessamente presso a lei morta. Tutto intorno, divino compianto, la natura sbigottita, sembra partecipare al gran lutto della poesia:
Da' boschetti di platani e di rose
Le palombe venian battendo l'aria
Con ale ratte, ma silenziose:
L'isola ardea di lumi, solitaria.
 CAPITOLO SETTIMO.
Di nuovo sola. - Vita Italiana e De Gubernatis. - Ancora illusa e delusa. - Gli atroci tormenti. - L'ultimo idillio e il piccolo revolver. - L'insurrezione di Creta e Venizelos. - Assassinata. - La visita di Vincenzo Morello. - Febea l'amica pietosa. - La morte.
-  meglio non aver nulla che qualcosa - disse un giorno la Contessa Lara al momento di partire da Roma per Firenze, dove si recava per vendere quella casa di Via Cavour che aveva ereditata dalla nonna materna. S'era ai primi di settembre del 1894.
Quando alla morte del padre Cattermole i figli Esterina ed Enrico e la loro madre si erano trovati in condizioni economiche molto disagiate, la Lina non aveva trovato modo di venir loro in aiuto che gravando di due ipoteche questa sua casa, ipoteche che a poco a poco erano state tolte. Ma quando si tratt di concludere la vendita con la signora Bemporad, madre dell'attuale capo della casa editrice (che ha la sede proprio nello stabile di via Cavour gi propriet della Contessa Lara), l'avvocato Guido Treves, legale della signora Bemporad, mand a chiamare la signora Evelina Cattermole e le notific che fra le carte riguardanti quella casa, si trovavano due ipoteche a favore della sua matrigna. Stupore della Contessa Lara che sapeva di aver pagato perdendoci molto del suo; e che avesse pagato doveva certo risultare da qualche carta. Ma dove? Essa odiava gli affari, e questo essere costretta a pensarvi da mattina a sera, a veder gente, a correre da uno studio all'altro di legali, era cosa che la esasperava. La faccenda era andata cos: un avvocato, a cui la Contessa Lara aveva affidato i suoi interessi di Firenze, non aveva nemmeno pensato a far cassare le ipoteche gi pagate, e allora nuove spese e lungaggini e fastidio supremo della poetessa e litigi con quest'avvocato che, pur avendo trascurato fino a questo punto gli affari della sua cliente, chiese e volle ancora denaro rifiutando altrimenti di rendere le carte. Infine, per mezzo di un vecchio amico d'infanzia, Giorgio Marchi, e del notaro Norsa, la signora riusc a liberarsi dell'avvocato e consegn tutto l'incartamento a quell'altro avvocato, Guido Treves, che aveva fama di galantuomo e che era come abbiamo detto anche legale dei Bemporad.
Ma che tristezza quelle giornate fiorentine! Essa andava per le vie note cos piene di ricordi dell'infanzia e della giovinezza lieta, e dei suoi trionfi di donna e di poetessa. Ora non vi conosceva pi nessuno o quasi. Giorgio Marchi, l'amico fraterno, s'era sposato e si faceva vedere dall'amica quel tanto che bastasse solo per aiutarla in questa vendita. Anche la domenica, quando gli avvocati prendevano come tutti il giusto riposo, riposo non aveva lo spirito della Lina che lavorava all'aspro compito giornalistico. I giornali della citt annunziarono il suo passaggio, e un'anima gentile le mand una scatoletta di fiori freschi per la sua santa. Un pensiero pietoso verso la madre morta e verso di lei che la fece piangere di commozione toccando quelle rose e vainiglie, tuberose e gelsomini di Spagna. Allora and subito al cimitero ad appendere i fiori a una corona metallica sulla tomba della mamma, con lo stesso spago con cui era stata legata la scatoletta. E quante lagrime nuove e quante antiche! Chi le aveva mandato quei fiori? Non lo seppe mai, ma certo una creatura dolce e sensibile che aveva rilevato dai suoi versi l'amore ch'essa portava alla memoria della madre.
Due giovani giornalisti si presentarono un giorno al suo albergo per conoscerla, forse per intervistarla, ma ella fece rispondere che non era disposta a ricevere, che riposava. Non aveva voglia n abiti per ricevere, si sentiva vestita male, triste, come se una fascia di piombo le fosse caduta sul cuore; e chi sa, come ella stessa diceva, che cosa avrebbe pagato per essere sotterra lass con la sua mamma e non combattere pi con gli uomini e le cose.
Lo stare lontana da casa le metteva addosso una vera inquietudine, per quanto anche la casa avesse perduto gran parte del suo fascino ora che quel grande amore, durato dieci anni, si era andato trasformando in un sentimento certo pi profondo, pi calmo, pi tenero anche, ma meno appassionato e di consuetudini ormai quasi coniugali. Essa scrive al suo amico:
"Le tue piccole lettere maritali, senza entusiasmi, ma dove mi dici che senza di me sei un pesce fuor d'acqua, mi riempiono l'anima di malinconica tenerezza, e penso che al punto in cui siamo, al buio pesto, opposto della dolcissima luna di miele, se tu mi confessi di non poter vivere senza di me, proprio devi sentire in questi giorni un gran vuoto intorno. Sar per poco, spero...."
Ma con quanta convinzione essa scriveva "sar per poco?" Per piet verso il suo amico? Per illudere se stessa? Quel legame divenuto abitudine non poteva bastarle pi. Essa aveva bisogno, nonostante i suoi quarantaquattro anni, di essere sempre corteggiata, bamboleggiata, adorata come al principio dell'amore. Da un po' di tempo era cambiata di carattere. Passava dall'ironia pungente a una tristezza profonda, e talvolta aveva accessi di volubile frivolit che non sempre erano consentiti ai suoi anni. Tutto questo non sfuggiva all'amico suo che le scriveva affettuosamente ma con fermezza e certo con celata apprensione; al che la Lina replic una volta: "Alle tue serie pagine risponder con de' baci da bambola come sono. Ormai tu ibseneggi, e gi ch' la moda, ci vuol pazienza. Bambola sono e bambola resto. Morr bambola, ma almeno fosse presto. Sentirei come una gran liberazione. Io ch'ero giunta al punto d'aver quasi paura di morire, ora.... ma perch la bambola fa la tragica! Che sciocchezza!..."
*
Non era finito il settembre quando torn a Roma, dove l'aspettavano nella casa dell'amico la fida cameriera abruzzese Loreta e tutta la famigliuola degli animali pelosi e pennuti. Tutto sembrava immutato, ed era infatti tutto come prima, eccettuato il suo cuore. Ben presto il legame durato dieci anni ebbe fine. Fu lei che lo volle spezzare. E nel novembre del 1894 si trov di nuovo indifesa, in bala del destino.
Stette ancora per poco in via Federico Cesi poi, and ad abitare in piazza della Libert con non altra compagnia che le bestiole. Aveva sempre molto lavoro, ma le ore erano lente e si disperava che il tempo non passasse mai per lei. Sempre pi - forse non era che un presentimento - sentiva intenso il desiderio del grande riposo; gli occhi a furia di piangere erano divenuti pi deboli, pi stanchi. Una volta scrisse a qualcuno: "Che sorriso felice e buono farebbero le mie care amiche se potessero vedermi non soltanto in viso ma nel cuore! Creature soavi, oneste, pietose! Io non ho in cuore che il rimpianto di quello che ho lasciato e un nido di serpenti. Odio la luce del bel sole perfino, e credo che ritorcerei gli occhi pieni di disgusto se il mare, il mare magnifico che adorai mi fosse dinanzi. Come quando piange l'amore ogni cosa  nulla!" Era fuggita dal caro nido lasciando altri nel dolore e aveva nostalgia del bene perduto, e si straziava per il male che aveva fatto all'amico. Aveva voluto essere sola e aveva paura come una bambina abbandonata, e piangeva, il cuore spezzato, il pensiero annebbiato. Adoratrice di Dostojewsky, ella ne invocava l'anima in certe notti d'angoscia. "La giustizia come egli la concep - diceva -  degna di Cristo".
Verso sera andava in qualche trattoria vicina a casa per mangiare in fretta il suo umile pranzo di "operaia" solitaria. Non mangiava che per nutrirsi e per lavorare ancora, perch il sole che tramontava doveva, riapparendo la mattina dopo, trovarla ancora a tavolino. Lavorava per forza di abitudine e per mantenere i suoi impegni, ma era stordita, indifferente a tutto. Una volta un incaricato di casa Vallardi le port cento lire per certo lavoro ch'essa aveva fatto. Come trasognata gli chiese:
- Perch?
L'uomo la guard sorpreso.
-  il suo compenso, - rispose.
- Il mio compenso? E perch mi si d? A che cosa mi serve?
Ebbe una specie d'accasciamento dinanzi al denaro che le veniva di diritto, ma che le sembrava perfettamente inutile ora che aveva distrutto la sua casa. Contraddizioni del cuore umano! Poi stent a scrivere la ricevuta, soffocata, acciecata dalle lacrime. Anche nella persona e nel vestiario, a cui aveva tenuto sempre moltissimo, divenne trascurata, quasi sciatta, tanto che qualcuno che in quei tempi la incontr per la prima volta all'ufficio della Nuova rassegna di Luigi Lodi la defin vecchia, cenciosa, infarinata.
Fra le sue carte si ritrov un mezzo foglietto scritto per tutti i versi; un vero singhiozzo dell'anima: "Qualcosa deve morire in noi ogni giorno fin che non si giunga al disfacimento dell'insieme. Ma il morire soltanto cos, moralmente e intellettualmente, tutto in una volta, tutto d'un tratto le pareva mostruoso. Perch, per quali colpe remote e incognite l'aveva ella meritato? Le pareva d'essere sempre stata buona, pia, umile affettuosa. Aveva fatto l'elemosina pi spesso di quel che non poteva a tutti i poveri. Aveva rispettati i vecchi, i santi vecchi che le ricordavano la sua nonna adorata; ai bimbi aveva sorriso con mille carezze; e aveva amato le bestie con una piet singolare. Perch, dunque, Dio se la pigliava cos con lei a segno di toglierle ogni pace, ogni illusione pi puerile, dolce e devota? Mistero. Forse lo sapeva Lui, Dio, se c'era e vedeva e udiva. Avesse il Signore piet di lei, almeno come ella la aveva avuta di tanti esseri miserabili striscianti qui in terra, creati misteriosamente da Lui nell'immensit del mondo cos vasto senza che si sappia perch sia tale. Poi preg, poi rimase immobile senza pensare, forse senza capire. E un buio e un vuoto si fece nell'anima sua arcana, nel suo cuore ferito a morte. Allora chiuse gli occhi, come per dormire".
*
In quell'anno 1894 Angelo De Gubernatis aveva affidato alla Contessa Lara la rassegna della moda in Vita Italiana da lui diretta, e siccome teneva a che la riproduzione dei figurini francesi avesse una nota italiana, mand a casa della redattrice un pittore che non nomineremo, perch insieme prendessero gli accordi per illustrare la rassegna, avvertendolo di stare in guardia perch la Contessa Lara era una donna che poteva essere fatale.
Questo pittore era nato a Napoli ed aveva venticinque anni. Aveva avuto prima un impiego alle ferrovie dal quale fu esonerato per indisciplina. Poi si dette alla pittura ma con scarso talento e nessuna originalit cos che conduceva una vita molto stentata.
Era pallido, di un pallore cadaverico, di statura media, coi capelli neri e ricciuti, il viso lungo e smilzo, gli occhi piccoli, castani, cisposi.
La prima volta ch'egli and in casa della Contessa Lara, essa abitava ancora in via Federico Cesi. Era in quel periodo di tristezza e di solitudine che gi sappiamo, sent piet, e certo non soltanto piet per questo misero giovane che le parve di gran talento e molto sfortunato. Lo prese a proteggere e lo raccomand per lavoro a molte persone.
Si videro spesso. Una sera la signora comparve con una toilette giapponese e chiese:
- Voi che siete artista, fatemi la critica di questa toilette.
L'uomo osserv che il chimono non si addiceva molto alle bionde, ma, sedendole vicino, lo colp l'odore acuto dei suoi capelli e divenne pallidissimo.
La Contessa Lara gli offr del marsala.
- Dove pranzate? - gli chiese poi.
- In una piccola trattoria.
- Ebbene, dovreste venire tutte le sere a pranzare da me. Spendereste meno ed avreste la compagnia di una bella signora, - aggiunse sorridendo.
E cos fu fatto. Il pittore fra le sette e le nove, pranzava ogni sera con la Contessa Lara, pagando come un camerata la modesta parte del suo conto.
Solo nel febbraio del 1895 la loro relazione divenne intima. L'esperienza di tutta la vita non aveva insegnato nulla alla Contessa Lara: si dette completamente a questo nuovo affetto coll'illusione di trovarvi la felicit. Egli era povero, ed essa cominci con l'aiutarlo anche materialmente. I conti del pranzo non furono pi fatti. Sald una fattura di sartoria per lui e anche quella del calzolaio. Il lavoro che Angelo De Gubernatis aveva commissionato al disegnatore era riuscito banale, inelegante, e il direttore pens allora che fosse meglio riprodurre direttamente i figurini francesi. Gli rimase cos, soltanto l'ufficio di segretario di Vita Italiana e sopratutto di commesso incaricato di ogni sorta d'incombenze. Questo cmpito dur fino al novembre del 1895, quando il pittore disse di aver trovato un posto pi lucroso e dette le dimissioni. Di ci fu molto lieto il De Gubernatis anche perch dopo che il pittore-segretario aveva fatto un viaggio con la Contessa Lara, era tornato al suo ufficio svogliato e negligente, non solo, ma vestito troppo meglio di prima; il De Gubernatis sgradevolmente sorpreso, gli disse:
- Non vorrei pensare che questa vostra maggiore agiatezza abbia un'origine immorale.
Al che quegli rispose che non approfittava di nulla e di nessuno e che fra lui e la Contessa Lara vi era un conto corrente.
De Gubernatis non rest persuaso di queste dichiarazioni considerando il suo ex-redattore "come uno di quegli uomini che tengono le donne come schiave, e tanto pi credono di arrogarsi questo diritto in quanto il passato di queste disgraziate  stato vorticoso e tragico."
Il pittore si adagiava nel benessere non lavorando pi o quasi. C'era chi lavorava per lui. Essa, gelosissima, gli si era attaccata con la disperazione di chi non ha pi nessuno al mondo. Scriveva una volta ad una parente del suo amico, che abitava a Napoli:
"Io l'adoro come mai nessun uomo al mondo  stato amato. Quando egli esce di casa anche per poche ore, dopo averlo salutato dalla finestra provo come un singhiozzo che mi serra la gola. Stare senza vederlo  per me la pi grande, triste delle privazioni, perch nessuno, nemmeno Dio stesso potr rendermi quel tempo perduto."
Altra volta scrive a lui disperata perch "dopo quei baci" le ha detto:
- S sono tuo, ma domani posso non esserlo pi.
Egli abitava al piano terreno di una casa in via Porta Salaria e la Contessa Lara in piazza della Libert. Una notte egli si svegli udendo battere ai vetri della finestra, che era molto bassa. Si affacci e allo scuro scorse una figura femminile, e poco distante una vettura. Corse ad aprire il portone supponendo che fosse successo qualche disgrazia e che s'invocasse aiuto, quando vide la Contessa Lara che gli disse:
- Ho sognato che tu fossi fra le braccia di una donna e sono corsa qua.
E poich l'amico si mostrava impensierito per i pericoli a cui la donna si era esposta cos sola, in una vettura, di notte, ella trasse dal manicotto un pugnale fiorentino del trecento di quelli detti misericordie e un piccolo revolver che aveva comprato qualche mese prima.
- Avevo di che difendermi - disse.
Dopo questo fatto, anche per diminuire motivi alle reciproche scene di gelosia, andarono ad abitare insieme in via Sistina, 27; per l'uomo tenne sempre anche una camera altrove.
La donna s'illuse ancora di potere essere felice e talvolta gli diceva:
- Non occuparti di nulla, di nulla all'infuori del nostro amore, perch il resto, come dice Shakespeare,  silenzio.
Una volta uscendo da una rappresentazione della Carmen, la Contessa Lara gli disse:
- Vedi, don Jos ha ucciso. Oggi si chiamerebbe un delinquente, ebbene non lo . Esso merita piet.
- Anch'io lo credo.
- Ma tu, non faresti cos.
- No, perch tu non sei Carmen.
- Chi ama, fa cos, - replic lei.
*
La Contessa Lara, era appassionata e generosa anche nei suoi traviamenti. Dotata com'era fisicamente e intellettualmente avrebbe anche potuto peccare per denaro. Invece, se ne ebbe, lo dette ad altri con una prodigalit veramente regale, se non ne ebbe lavor senza requie. Quando la sua coscienza si risvegli, essa dovette con amaro stupore conoscere il nuovo amico nella sua volgare brutalit e dovette sentire vergogna dell'inganno in cui era caduta e prepotente il bisogno di liberarsi da quell'indegno giogo; egli si era abituato a considerare la sua amante come la schiava destinata a procurargli il necessario e il superfluo, perch, senza scrupolo n rossore, egli non solo usufruiva del suo denaro, ma sfruttava le conoscenze di lei, per ottenere aiuti e sovvenzioni che la compromettevano.
Che le scene si susseguissero sempre pi minacciose e disgustanti provocate dall'uomo che inveiva con insulti grossolani e percosse, e con sfrontata prepotenza, lo dissero numerosi testimoni fra cui un'altra cameriera della Lara, Annunziata Folchi. Una volta, nel maggio del 1896, la Contessa Lara corse affannata in terrazza dove si trovava la cameriera. La inseguiva l'amante, che raggiuntala la schiaffeggi. La Folchi s'interpose, ed egli preso un piatto di ciliege che stava su un tavolo, fece l'atto di tirarglielo addosso. Ma siccome la donna si mise a urlare disperatamente, egli lo scagli a terra con forza. La sera del medesimo giorno la ferocia di quell'uomo si rivers ancora sulla povera Lara: la spinse contro il muro e la schiaffeggi pi volte dicendo alla cameriera con aria di trionfo: "Vedi, Annunziata, come si schiaffeggiano le contesse!"
Dopo questi fatti, la Lara, avvilita ma decisa a troncare con ogni mezzo questo stato di cose, radun le robe del pittore e gliele rimand a casa sua. Ma egli ritorn, e poich la cameriera non volle aprirgli, scavalc un muro, entr in un terrazzo e di l con violenza penetr in casa da una finestra.
Era la signora naturalmente che dava alla cameriera il denaro per le spese, e una volta le disse: "Non sono mai padrona di un centesimo. Tutto per lui. Io lavoro, lavoro, lavoro, ma non arrivo....".
Egli consumava gavazzando i guadagni della donna, ed essa diceva: "Non ne posso pi, mi uccido".
La consigliarono di andare in Questura. Cos le dicevano la cameriera e qualche amico, ma la disgraziata aveva paura di vendette perch lo sfruttatore la spiava anche per via. Per liberarsi domand consiglio anche al De Gubernatis.
- Ma come? - le disse questi - eravate tanto contenta e cercavate di rappresentarlo come un gentiluomo, un artista che avrebbe potuto fare una bella carriera....
- Che volete! - rispose lei fra le lacrime -  diventato tanto esigente e.... minaccia.
De Gubernatis cerc di persuaderla a ricorrere alla Questura, ma essa non voleva ridursi ancora a questo estremo; allora le consigli di lasciare Roma, di andarsene per esempio a Firenze, dove certo aveva ancora degli amici.
Intanto era sopraggiunta l'estate del 1896 e la Lara voleva andare a villeggiare in Liguria: pensava cos di liberarsi dalla paurosa oppressione. Partendo incontr il tenente di marina Ferruccio Bottini che aveva incontrato l'ultima volta di sfuggita, tre anni prima a Roma, quando, sottotenente di vascello, era ritornato dall'America. Essa andava a Genova ed era sola; il tenente doveva raggiungere la sua nave, la Morosini, alla Spezia.
*
Sappiamo gi che fino dal 1880, quando Ferruccio ed Ezio, minore del fratello di due anni, erano fanciulli, la Contessa Lara era intima della famiglia Bottini, essendo molto cara alla signora Agrippina (Piva) e a suo marito. Era un'amicizia intima come una parentela: dopo che la famiglia Bottini lasci Roma per Livorno, la Contessa Lara ne fu ospite per ben cinque volte.
Il padre, Tommaso Bottini, cominciata la carriera militare come tamburino con Carlo Alberto, aveva fatto tutte le campagne d'Italia fino a raggiungere il grado di colonnello di fanteria, il figlio Ezio fu educato nel collegio militare a Roma, Ferruccio all'Accademia Navale di Livorno.
Quando si ritrovarono in quell'estate '96, dalla Spezia Ferruccio si rec spesso a Genova a trovare l'amica, poi fu lei che si trasfer alla Spezia dove rimase circa un mese. Gli confid naturalmente le sue apprensioni e il disgusto, e il terrore che l'amante romano le ispirava; il giovane la incoraggi a liberarsene con qualunque mezzo. Le consigli di lasciare Roma e di trasferirsi a Livorno in casa Bottini dove sarebbe stata amata, protetta, difesa come una figliuola. Il tenente era imbarcato sulla sua nave, ma spesso si vedevano la sera. Una volta passando davanti a una vetrina di armaiuolo, la Contessa Lara alla vista di un revolver brunito, cos minuscolo che pareva un giocattolo, con uno di quei suoi desideri puerili che le erano abituali esclam:
- Com' bellino! Mi piacerebbe averlo come fermacarte.
Il tenente and subito ad acquistarlo, e porgendolo all'amica esclam ridendo:
- Con questo non si ammazza nemmeno una mosca.
Da Spezia essa scriveva raramente al pittore e le lettere erano sempre pi fredde, decisa ormai a rompere ad ogni costo.
Egli vedendo che la vittima stava per sfuggirgli e che resisteva con nuova e ignota audacia alle sue minacce, covava gi atroci propositi di vendetta.
Intanto nacque e fior luminoso e gentile l'idillio che doveva consolare di un'ultima brevissima luce la vita inquieta della Contessa Lara.
Una mattina, d'improvviso la Morosini ebbe ordine di partire per ignota destinazione.
Ferruccio Bottini aveva come attendente un marinaio pugliese, rozzo, analfabeta e fedele come un cane. Al momento della partenza la Contessa Lara gli consegn un involto. Pi tardi, quando il marinaio l'apri, vi trov con suo grande stupore quaranta scudi d'argento e corse dal suo tenente.
- Che ne debbo fare? Io non li voglio. Perch me li ha dati?
E siccome non sapeva tenere la penna in mano, preg l'ufficiale di scrivere alla signora per ringraziarla e per pregarla di riprendersi quel denaro. Al che la Lara rispose con una lettera tanto affettuosa e cordiale, piena di cose poetiche sulla vita e sull'anima del marinaio che l'attendente fu costretto ad accettare il dono per non offendere la donatrice.
Lettere dolci e appassionate scriveva pure al suo amico:
"Nella stanza vicina alla mia c' un ufficiale che canta sempre: Che far senza Euridice? Questa musica mi va profonda all'anima e mi fa soffrire mentre mi chiedo: Che far senza Ferruccio?".
La Morosini and a Taranto, e di l ripart per raggiungere la flotta interalleata comandata dall'ammiraglio Canevaro nella baia di Suda.
Era il tempo dell'insurrezione di Creta. A Ferruccio Bottini, sceso alla Canea, al comando di una compagnia di sbarco, tocc di arrestare e di far condurre a bordo ben legato, Eleuterio Venizelos, capo temuto di tutti i ribelli. Dalla Canea, il tenente, sapendo quanto la sua cara donna amasse le bestie, ebbe la bizzarra idea di mandarle in dono una gazzella; dopo averla accuratamente deposta in un canestro l'affid a un tenente di vascello che ritornava in patria sull'incrociatore Vesuvio, con la raccomandazione di portarla di persona alla destinataria, il che fu fatto, e non  a dirsi con quale gioia fu accolto l'animale. Essa scrisse una lettera di ringraziamento in cui con molta arte sono decantati gl'innocenti occhi della gazzella.
*
Dopo la Spezia, in ottobre, la Contessa Lara and per qualche tempo a Portofino, dove la signorina Irene, ricevitrice della posta, ancora la ricorda ansiosa, aspettando i giornali che dovevano portarle notizie sulla insurrezione di Creta, e di qui si rec a Livorno dai Bottini, accolta con festevole affetto. Coi genitori viveva allora il figlio Ezio di ventidue anni, tenente di fanteria.
I Bottini la consigliarono di lasciar Roma per sfuggire a colui ch'essa descriveva come "un mascalzone capace di minacce e peggio".
Gli amici la confortavano invitandola a stabilirsi con loro, presso i quali avrebbe trovato pace e protezione. E cos fu deciso. Sarebbe andata a Roma per smontare la casa e avrebbe spedito tutto a Livorno.
Ezio Bottini avrebbe voluto accompagnarla ma non gli fu possibile ottenere una licenza. Il giorno prima di partire la Contessa Lara mettendo in ordine il suo baule mostr a Ezio il piccolo revolver che le aveva donato Ferruccio.
-  grazioso, vero?
- S, graziosissimo.
- Lo vuoi? Te lo regalo.
- No no, - rispose Ezio Bottini - non voglio che te ne privi perch dopo ne avresti forse rincrescimento, eppoi pu esserti utile se t'incontri con quell'uomo.  meglio che lo tieni con te.
Vago, oscuro, inconscio presentimento questo desiderio di donare il revolver, che certo sarebbe stato molto meglio se il tenente Ezio Bottini lo avesse accettato.
*
Il 21 ottobre la Lara ritorn a casa sua, e rivedendo il pittore fu con lui glaciale, fermamente decisa a lasciare Roma per spezzare il legame. Egli cominci di nuovo a perseguitarla, mostrandosi anche geloso del tenente Ferruccio Bottini che essa - non spetta a noi il compito di una indagine indiscreta - diceva di amare purissimamente. Certo questo nuovo gentile sentimento contribuiva a darle il coraggio di ribellarsi allo sfruttatore che era riuscito ancora ad estorcerle denaro e gioielli, ma nulla gli poteva bastare.
Il 23 ottobre, scriveva alla famiglia Bottini:
"Sono stata 25 ore in viaggio per una rottura di ponti e interruzione di via. Partii da Firenze ma non giunsi a Pisa, soltanto a Empoli; donde presi la via di Chiusi, Orte, ecc. Tutta la campagna allagata. Pareva di viaggiare su di una nave. Dormii (che dormire quieto!) su la tavola di marmo del buffet a Empoli dove rimasi 5 ore, al freddo, all'umido, nella solitudine. A Roma mi misi in letto e la febbre m' sopraggiunta violenta. Bisogna domandare il possibile a un organismo umano, non gi l'impossibile a me consumata ormai da troppo sentimento e troppo dolore patito nella vita e in tutte le pi difficili sue lotte".
Il 2 novembre era l'anniversario della morte della nonna e il giorno successivo scriveva a Ezio Bottini:
"Ogni anno tanto  lo strazio che provo in questo giorno che mi ammalo. Credo per che sar l'ultima volta; presto forse raggiunger l'anima santa di lei, almeno se Iddio avr di me piet negli ultimi istanti della mia vita. Oh, s, lo sento, la mia anima fragile e sensitiva non pu reggere alle continue torture che la mia esistenza le infligge".
Certo che fa rabbrividire questo presentimento della morte vicina. E ancora scriveva alla cara amica di Livorno il 15 novembre (a Pina):
"Vorrei scriverti un volume di cose intime ma debbo fare un lavoro per Treves di Milano e mi son ridotta alla porta coi sassi perch le fiere e sciagurate lotte che sto sostenendo mi accasciano e mi tolgono la volont. Dio mi protegga nella sua grande misericordia".
E pi avanti parlando di alcuni suoi progetti fra cui quello di sbrigare le faccende a Roma e tornare a Livorno:
"Se tutte queste belle cose mi riescono, morir pi tranquilla perch proprio, il riposarmi finalmente nella morte  il mio desiderio supremo".
E l'ultima lettera, di nuovo a Ezio Bottini,  del 28 novembre:
"Mi domandi se quel tale pittore di cui ti parlai a lungo a Livorno  pi tornato a importunarmi! Ezietto caro, perch ti vuoi affliggere per questo? Vorresti venire a Roma e recarmi protezione? Ma a che scopo? Certe persone si mortificano con l'indifferenza poich non son degne della nostra collera.
"Ti narrai come a costui avessi fatto del bene e molto, raccomandandolo perfino a S. E. il ministro Di Rudin, onde procurargli il mezzo di vendere le sue tele, e molto pi ancora mi sono mostrata generosa, tu lo sai. Ma questi sembra che non sia pago e mi tormenta di continuo. Certo, non avrei bisogno che altre sofferenze si aggiungessero a quelle che il mio cuore prova n che altri dolori mi togliessero le poche forze che ancor mi restano e la fiducia nell'esistenza.
"....non imprecare: chi mi fa star male, chi mi fa morire con la sua crudelt importuna, non  un rettile , te lo ripeto, una persona da trascurarsi. Dio, a volte, si serve degli uomini per punire i colpevoli. E io, senza saperlo, debbo avere terribili colpe da espiare....".
*
Quando colui ebbe a persuadersi che n le false proteste d'amore, n le gelosie ipocrite, n le preghiere, n le minacce valevano pi ad impaurire la vittima e a piegarla al suo volere, quando sent vicina la definitiva rottura decise in cuor suo ineluttabilmente la vendetta.
La domenica sera, 29 novembre, la donna gli disse in termini recisi che se non la lasciava in pace si sarebbe rivolta alla Questura.
Egli la supplic di concedergli ancora un colloquio, quello del congedo, per la sera dopo, luned 30 novembre. Gli fu accordato.
Per rendere meno frequenti le sue visite essa aveva aboliti i pasti in casa e andava in trattoria ad ore impossibili. Questa separazione di tavola fu tra i motivi principali dell'ira del pittore.
La sera del 30 novembre and dunque in Via Sistina alle 7, vi rimase fino alle 7 e mezzo, torn alle 8, e decise di aspettare in strada spiando fino alle 9, ora in cui la Lara rientr. Essa ebbe il tempo d'infilare le pantofoline e una vestaglia bianca che stava terminando di abbottonare andando dalla camera al salotto, allorch le si present il pittore. Quando fu proprio convinto che la Lara non voleva pi saperne di lui e non intendeva dargli pi del denaro, tent di prenderla dal lato del sentimento; si mostr geloso di tutti e due i fratelli Bottini; poi cominci a tentarla e la spinse a forza nella vicina camera da letto. Essa lott, si difese disperatamente (le furono trovati graffi e lividure alle braccia e alle mani) finch egli, preso dall'ira bestiale, afferr il minuscolo revolver che stava sul comodino e disse:
- Bada che ti ammazzo.
- Ammazzami. Sarai vigliacco una volta di pi.
E continu a ribellarglisi mentre egli ripeteva:
- Devi morire.
Allora essa, perduta, gli si gett in ginocchio supplicandolo:
- Per l'anima dei tuoi morti, non mi ammazzare.
Al che l'uomo sparandole addosso rispose:
- No, voglio che tu muoia.
Dopo egli pure si tir un colpo intelligente sotto l'ascella.
La vittima, comprimendosi il ventre ferito, corse scalza alla porta del salotto gridando:
- Aiuto, mi ha ammazzata.
Poi si gett sul divano dove la cameriera Linda Medici e la portinaia accorse, la trovarono sanguinante.
L'assassino s'infilava tranquillamente il paletot e si allontanava ingiungendo minacciosamente alle donne terrorizzate di non chiamare nessuno.
- Vado per il medico - disse; e usc.
*
Si rec alla farmacia Selvaggi dove si trovava un dottore:
- Ho bisogno urgente dell'opera di un chirurgo; la prego di venire con me.
Quegli lo segu. Allora gli disse il suo nome e gli confid in tutta segretezza che, preso da un momento di furore, aveva esploso un colpo di revolver contro la sua amante e, dopo, uno contro se stesso ferendosi al petto. Si mostr pentito ed agitatissimo.
Il medico trov la signora sul letto dove l'avevano trasportata le donne; disinfett la ferita, la medic: un piccolo foro annerito da residui di polvere non bruciata a dieci centimetri sopra l'ombelico sulla linea mediana del corpo. Il tragitto del proiettile aveva una direzione leggermente in basso, verso la colonna vertebrale, dove probabilmente colp rimbalzando verso sinistra poich qui c'era un'altra ferita.
Mentre spasimava, scorse nascosto nell'ombra, dietro le spalle del medico curvo su lei il feritore che osservava la medicazione. Ebbe la forza di gridare.
- Vattene, miserabile!
Il dottore medic pure la scalfittura dell'assassino, poi, date istruzioni alla portinaia e alla cameriera, si allontan dicendo che la signora versava in imminente pericolo di vita.
Non cerc aiuto per fare la laparatomia e tentare di salvare la povera donna, e neanche denunzi il fatto in questura. Perci l'autorit di P. S. lo defer poi al potere giudiziario. Ci fu allora chi sostenne, e fra gli altri il dott. Morini, che se si fosse fatta subito la laparatomia, la Contessa Lara non sarebbe morta.
Cos la moribonda rimase abbandonata tutta la notte.
*
La questura venne a sapere la notizia in un modo veramente curioso. Verso le due pomeridiane del giorno successivo, primo dicembre, passando per Piazza di Spagna, il delegato Cortesi della Questura Centrale s'incontr coi dottori Mazzoni e Rocchi a cui nella mattinata il dottor Parboni si era finalmente deciso a ricorrere. La sutura delle lesioni e la disinfezione avevano richiesta un'ora; con quei due medici erano anche i dottori Lesen e Galloni.
Il dottor Rocchi chiese al delegato:
- Vai forse dalla Contessa Lara?
- No, perche?
- Come, non sai che  stata mortalmente ferita da un disegnatore? Torniamo adesso dall'averla operata.
Il delegato si precipit in Via Sistina 27 dove apprese il fatto in tutti i suoi particolari. Fatti pochi passi in Via Condotti il dottor Mazzoni incontr Vincenzo Morello.
- Non sai?
- Che cosa?
- Hanno assassinato la Contessa Lara.
- Oh! raccontami.
Gli disse allora che l'aveva operata nella mattinata, ma che era inutile sperare. Che un miserabile la sera prima alle nove e mezzo le aveva tirato un colpo di rivoltella che le aveva lacerate le viscere.
- E ora? - chiese Morello stupefatto e addolorato.
- Ora, - rispose il prof. Mazzoni, -  sola a casa sua e aspetta la morte. Le ho lasciato un mio assistente, il dott. Morghen. Ma  questione di ore.
Morello, lasciato il Prof. Mazzoni, si precipit in Via Sistina dove trov pure il collega Evangelisti, della Tribuna.
- La Contessa Lara? - chiesero al portiere.
- Su al mezzanino.
Dalle scale superiori, mentre i giornalisti salivano, scendeva cantando una giovinetta inglese.
"Nessuno spettacolo pi triste di quello cui assistemmo - scrisse allora Vincenzo Morello sulla Tribuna - entrando in casa. In sala la donna di servizio e il cane, il gran cane danese che la Lara portava sempre con s e che ora girava da una sedia all'altra e guardava intorno a se stesso quasi istupidito; nel salotto, per terra, un mucchio di tovaglie, fazzoletti, lenzuola insanguinate, e alle pareti, tra i tanti quadretti, - un piccolo ritratto a olio di lei - nella prima giovinezza - una vera gloria di bellezza.
"- Si pu vederla? - chiedo al dottore.
"- Entri.
"Nella piccola cameretta per met occupata dal letto, spiccava sul bianco cuscino entro un'aureola di capelli biondi un volto gi esangue, profondamente incavato nelle gote e due occhi aperti, vitrei senza luce.
"- Muoio dunque? Arriver almeno fino a stasera?
"Non volendo risponderle, e farle sentire in quell'ora la mia voce, una voce d'amico che pi d'una volta aveva tentato di darle buoni consigli, passai nella sala per interrogare la persona di servizio che era stata presente alla tragedia".
Mentre Vincenzo Morello parlava con la cameriera, arriv il viceparroco di S. Andrea delle Fratte che lei stessa aveva chiesto, ed entr nella camera della moribonda.
- Mi pare difficile che possa fare una confessione, - disse dopo averla osservata.
- Muoio dunque? - ripeteva l'infelice - muoio?
"Al lato del letto era quel crocifisso di bronzo ch'ella aveva cantato in un sonetto cos dolce e buono nel primo volume delle sue poesie. E mentre il prete diceva le orazioni, a me - proseguiva Vincenzo Morello - guardando quel crocifisso, mi si ravvivava nella memoria il noto sonetto:
O bronzeo Cristo, che da canto a 'l letto
Dove sogno l'oblio dolce e profondo
De 'l viver gramo, il sanguinoso petto
Scopri ed inviti a sacro amplesso il mondo,
Non per l'eterno fuoco maledetto,
Non pe 'l Tuo cielo placido e giocondo;
Ma sol perch ne 'l Tuo pietoso aspetto
Fis mia madre l'occhio moribondo,
Qualunque sia di mia giornata il corso,
Torno ogni sera a Te: come si riede
A un amico, a un ricordo, a una speranza.
N ti domando, o Cristo, altro soccorso
Che quest'atto di cara ultima fede,
Per ogni giorno che a lottar m'avanza.
E che lotta, povera vita. Trema l'anima a pensare alla Via Crucis di questa donna nata per tutte le felicit e per tutte le fortune e caduta cinquanta volte sotto il peso della tragedia umana.
- E dove abita lui? - mi chiede qualcuno dietro le spalle....
- Non so.
- Ma pure, bisognerebbe trovare modo di saperlo - mi dice la persona che era un delegato. E allora pregai il dottore di chiederlo alla Contessa.
E mentre il prete le dava i conforti della religione, alla richiesta e ascoltando il delegato, con un soffio di voce rispose: Via Liguria 67".
*
La notizia dell'assassinio si sparse rapidamente e fu un accorrere alla casa della vittima. Febea giunse fra i primi in quella squallida giornata di dicembre ed entr in camera dove nel gran letto candido agonizzava la Contessa Lara, fiancheggiata da due guardie di P. S., e non l'abbandon pi.
Quando la morente la vide, le disse:
- Grazie. Ero qui sola! sento che me ne vado. Muoio uccisa da un mascalzone.... Stasera non ci sar pi.... No, non fu per gelosia! Ah! non me lo meritavo.
E prosegu affannosa:
- Non  per passione sai, non  per gelosia,  per denaro,  per denaro: avevamo questionato. Giuro che amo i fratelli Bottini come figli. Quando ha preso il revolver sul comodino e me lo ha spianato contro, mi sono gettata ai suoi piedi e gli ho detto che non mi ammazzasse, glie l'ho chiesto per i suoi morti. Ma lui: No, voglio che tu muoia.... E tir....
Aggiunse poi:
- Muoio come il povero Bennati  morto per me.
Intanto aveva fatto telegrafare a Livorno alla signora Bottini
"Vieni, muoio". Ma la signora Bottini giunse troppo tardi.
Nonostante le iniezioni di eccitanti il cuore era indebolito per il gran sangue perduto fino dalla sera prima. L'infiammazione gi iniziata quando fu eseguita la laparatomia, faceva prevedere irrimediabilmente la catastrofe. All'ispettore di pubblica sicurezza Paolo di Tarsia, la moribonda disse dopo essere stata operata:
- Mi raccomando alla giustizia che essa non creda che  stato per gelosia come lui dir che mi ha uccisa, ma per denaro.
Al dottor Bonaventura Lesen chiedeva insistentemente se si potesse salvarla, e a un certo punto disse:
- Per carit, dottore, che quel vigliacco non riesca a far credere di avermi colpita per amore;  stato solo per interesse che mi ha uccisa. Non cercava che denaro! denaro!
Anche al delegato Spada ripet:
- Amo che si sappia la verit! Quel birbante nulla pu dire di me che non torni a sua vergogna. Accortami di quante bassezze fosse capace, convinta che volesse vivere alle mie spalle, volli troncare.  un infame. Non credete a ci che dir, voleva sempre denaro, denaro. Ne inventer tante. Da otto mesi mi sfrutta, non posso liberarmi. Anche ieri sera voleva denaro e non volli darglielo.
Il delegato le fece osservare che essa era in pericolo di vita, che bisognava dire la verit.
-  questa che ho detta.
Il delegato insist ancora:
Ella replic:
-  la verit, lo confermo, lo giuro.
*
La morente seguiva con l'anima vigile l'agonia del suo misero corpo. Una volta, portando la mano alla fronte madida e fredda, la ritrasse con un brivido, e volgendosi verso Febea, gli occhi smarriti, disse con un soffio:
-  il sudore dell'agonia?
Ma disse ci come chiedendo ansiosa una smentita che Febea si affrett a darle. Volle persuaderla, e forse ci riusc fino all'ultimo, che il suo stato di prostrazione fosse dovuto all'effetto di ripetute iniezioni di morfina che.... non le erano mai state fatte perch inutili ormai. L'assistenza era giunta troppo tardi, dopo una intiera notte di abbandono.
E non solo Febea le ment pietosamente per illuderla sul suo vero stato; anche il sacerdote di Sant'Andrea delle Fratte, Mascolo Catelli, parl alla morente che era attaccata alla vita con umana comprensione e divina misericordia.
Poco prima di morire l'infelice consegn alla cameriera Luisa Medici una lettera diretta al tenente Ferruccio Bottini. La cameriera si affrett ad impostarla, ma quell'ultimo saluto non giunse a destinazione.
Mentre agonizzava, parecchi poveri che essa aveva sempre soccorsi vennero a picchiare alla porta domandando l'elemosina che non era mai stata negata.
Anche una fanciulla popolana si aggirava smarrita nel salotto. Interrogata perch fosse l ella narr:
- Ier l'altro verso sera entrai in chiesa e mi avviavo all'altar maggiore, quando vidi una signora che pregava singhiozzando forte e piangendo dirottamente. Eravamo sole in chiesa, e m'avvicinai per confortarla. Mi disse - "Sono tanto infelice, cara.... Pregate per me." M'inginocchiai, pregammo insieme e piangemmo insieme perch anch'io sono tanto disgraziata. E quando le dissi questo, uscendo di chiesa, m'invit a venirla a trovare che avrebbe cercato di essermi utile. E sono venuta oggi.
Allora le narrarono il fatto atroce, e la fanciulla terrificata lasci la casa dove era venuta a cercare conforto. Si disse anche che la Contessa Lara morendo perdon all'uccisore, ma come solenne sia stato il perdono, non formale voce assolutoria, ma supremo trionfo dell'anima purificata, svincolata da ogni umana passione, pochi forse sanno.
Allorch il sacerdote disse di perdonare come Cristo ha perdonato, ella ebbe come un sussulto, una ribellione in tutto il corpo che atrocemente soffriva in quell'ora. Non poteva perdonare. Il suo essere torturato si rifiutava. Poi, nell'ultima ora, quando ogni battaglia fu vinta e una grave serenit si diffuse sul volto della poverina, e le labbra si schiusero alla invocazione della mamma morta, e a una infantile preghiera in inglese, essa chiam il sacerdote e volle dirgli che aveva perdonato: perdonato col cuore all'assassino.
- Sono rassegnata a morire e perdono a tutti, aggiunse poi.
Compiuto il delitto, e dopo avere assistito a quella prima medicazione, l'uomo se n'era tornato a casa. Il mattino dopo usc per cercare di vendere alcuni suoi quadri e raggranellare del denaro, forse pensando alla fuga. Intanto si era recato in via Liguria 67 il delegato Cortesi e alla portinaia che stava sull'uscio chiese se il pittore fosse in casa.
- Eccolo l che viene - rispose la donna, e glielo indic mentre veniva verso casa, calmo in apparenza.
Si lasci arrestare tranquillamente e condurre in carcere.
*
Al capezzale della Contessa Lara si rec pure il sacerdote professore Vincenzo Boccafurni direttore della Roma Letteraria di cui essa era collaboratrice. La morente gli dett e sottoscrisse un piccolo foglio in cui lasciava quasi tutto ci che aveva al tenente Ferruccio Bottini. Incaric Boccafurni di distruggere, presente la signora Bottini, certe lettere che si trovavano nel suo studio. Il dottor Morghen, che aveva lottato contro la morte fino all'ultimo, disse piano al Boccafurni che la fine era imminente. Anche questi le parl di Dio, mentre l'altro sacerdote le somministrava l'estrema unzione. La morente incaric Boccafurni di chiedere e inviare il suo perdono anche all'amico col quale aveva vissuto dieci anni.
Mantenne perfetta conoscenza fino all'ultimo istante e prese commiato dai presenti serenamente rassegnata.
Alle sette in punto spir fra le braccia di Febea che non aveva mai cessato di sorreggerla, dicendo: Dio, dammi pace.
*
Due quadrucci di santi le furono deposti sul guanciale, e furono chiamate due suore domenicane a vegliare la salma nella notte.
 CAPITOLO OTTAVO.
Capuana e Pirandello alla casa della morta. - Quello che scrisse Matilde Serao. - Il funerale. - Manifestazioni di piet per la grande infelice. - Rose fiorentine. - Versi e beneficenza. - La Sand e Teresa Guiccioli. - Il marchese di Boissy.
Dopo che la Contessa Lara fu spirata, la casa venne presa d'assalto dai questurini. Febea, la consolatrice di quell'agonia e di quella morte, finito il compito di piet, se ne and angosciata, riflettendo che, ancor peggio di aver ferito mortalmente una supplicante in ginocchio, il delitto orrendo era stato di averla lasciata sola nella paurosa agonia. Impressionabile com'era, ammal gravemente poco tempo dopo la tragedia.
Vennero - melanconico pellegrinaggio - i colleghi della povera morta. Rubichi, Morelli, Evangelisti, Monaldi, Pirandello, Buemi, Luigi Capuana, che port e consegn alle suore un mazzo di crisantemi perch fossero, sparsi sul letto dell'assassinata. Fu deciso anche di farle un modesto funerale a spese degli amici o dell'Associazione della Stampa.
I giornali dissero anche che il senatore Pierantoni, con la moglie Grazia Mancini, si rec a salutare la salma della cognata. Ma la notizia non era vera. Grazia Pierantoni Mancini, oltre che intelligente, era anche buona e capace di comprendere con serenit l'anima umana; non fu nemica della povera Lara, e pur non vedendola mai, fu, quasi come la sorella Flora Piccoli, "la dolce bruna" cristianamente indulgente e pietosa per gli errori di lei. Ma n lei n il marito si recarono a visitare la morta.
Un deputato, incontrato nei corridoi della Camera il Pierantoni gli disse: - Lascia che ti abbracci. Sapevo del tuo gran cuore, ma la tua azione di oggi  bellissima.
Al che il Pierantoni, sinceramente rispose:
- No, pur troppo, non merito il tuo elogio.
I giornali fecero anche un gran parlare, come molto si discorse privatamente, di una visita che il maggiore Eugenio Mancini avrebbe voluto fare alla moglie morta, se qualcuno non l'avesse scacciato in malo modo dalla casa di via Sistina. Per tagliar corto a dicerie pi o meno benevoli, egli mand al Don Chisciotte la seguente lettera:
"Un giornale del mattino nel riferire con varie inesattezze la tragica fine della Contessa Lara, ha asserito che verso le 11 e mezzo della notte successiva al suo assassinio, io mi sia presentato nella casa dell'estinta e che ne sia stato respinto. Tale notizia venne amplificata da un giornale di Napoli, e credo pure da un giornale di Roma.
"Avrei vivamente desiderato che in tale luttuosa circostanza il mio nome fosse stato risparmiato, tanto pi che per tutelare la mia onorabilit fui costretto a espormi al pi estremo cimento, e che da 21 anni non avevo pi riveduta quella donna, n con essa avevo avuto i pi lontani rapporti. Ringrazio la maggior parte del giornalismo italiano che ha avuto la delicatezza di comprendere questi miei sentimenti; ma vorrei rispondere a quei pochi male informati quanto segue
"-  vero che avendo appreso alle 11 di quella notte la morte della Contessa, ho provato un irresistibile impulso di recarmi presso il suo cadavere per rivedere un'ultima volta le sembianze di una donna che in altri tempi mi fu cara, e per esprimere a quella morta una parola di carit da Lei fattami chiedere insistentemente poche ore prima di spirare.
"-  vero che per tale slancio dell'animo mio mi presentai infatti a quell'ora in via Sistina, 27; ma mi venne risposto che un ordine superiore proibiva di far visitare il cadavere da chiunque ne avesse fatto richiesta.
"Coerente al mio proposito mi recai in compagnia dell'ingegnere Pasquale Rapisardi-Rizzo, abitante in piazza Manfredo Fanti, 17, alla vicina sezione di P. S. di Trevi ove ottenni di rendere questo estremo tributo di piet alla salma di Eva Cattermole, lo che feci verso le 12 e mezza della notte stessa.
"Ringrazio della gentile ospitalit accordata alla presente e cordialmente saluto.
EUGENIO FRANCESCO MANCINI".
 interessante vedere come i giornali parlassero dell'assassinata. Nel Don Chisciotte Febea scriveva:
Mercoled, 2 dicembre.
"Davanti a questa morte, che fa rabbrividire, si pensa involontariamente al fato dell'antica tragedia greca. La dolce signora, con tanta luce di poesia nell'anima sembra piuttosto un personaggio di Eschilo. Ella  una vittima predestinata della propria sentimentalit. Ripensate un momento al suo destino. Ella aveva tutto quello che umanamente si pu ideare perch la donna trionfi nella societ: bellezza, grazia, cultura, spirito, ingegno, bont. Ella avrebbe potuto essere, senza fatica, una donna circondata dal prestigio, tra il fulgore degli omaggi pi lusinghieri, forte e sicura merc la superiorit dell'intelletto. Questa creatura invece che ha su s tutti gli attributi del successo, perisce miseramente, e non ieri perisce, per una palla di revolver, ma sempre, sempre.
"Ella ha innegabilmente nell'anima un ideale di passione senza di che non potrebbe esistere quella poesia ch' il misterioso e splendido fiore dello spirito: ma questo ideale  la sua morte continua, prima civile, poi fisica. A questo ideale fantastico che mai nulla le diede, ella ha tutto sacrificato, convenzioni sociali, famiglia, ricchezza, tutto quello che costituisce le aspirazioni, qualunque sia la condizione sua, della donna moderna; la sua esistenza anormale, in fondo, non  che un sacrifizio continuo, senza posa, senza requie, sto per dire senza speranze.
"Il fato tragico incalza.
"La sua aurora  un duello con la morte dell'amante. Ella reagisce, ella combatte: pare sia finalmente riuscita a spiccare il volo con le penne dell'ingegno: ma la fatalit ancora la inchioda in lotta col mondo e con se stessa aggrappata a una passione suprema come un naufrago a una tavola. Questo sostegno ancora le sfugge, e l'infelice tuttavia nuota disperatamente nel pelago oscuro e s'illude anche una volta d'aver trovato un rifugio: e invece questo rifugio  ancora il tormento,  il dramma che prosegue,  la catastrofe,  la morte.
"E tra il dramma che prorompe al principio della sua esistenza e la tragedia che feroce precipita su lei, quale genialit spontanea d'intelligenza e quale faticoso martirio di lavoro! Poich ella nata col senso vivo, potente della poesia in s, improvvisava da bambina: negli anni suoi migliori e pi maturi, forse colla stessa incoscienza, componeva delle liriche, e alcune di quelle liriche sgorgatele pi direttamente dall'anima in una breve parentesi di serenit erano veramente belle. C'era dentro di loro, una intonazione personale, originale, che si svolgeva in una gentile musicalit di strofa.
"Ella fu, poetando, la pi schietta delle scrittrici. Almeno cos fu da principio, quando ebbe lena per conservare pi limpida la natura sua. Dopo rimase come schiacciata sotto a un peso a cui non poteva reggere quel corpo gracile. Ella volle guadagnarsi la vita, guadagnarsela colla dura professione del giornalismo, mal retribuito, insidiato, sospettato. In una decina d'anni quella povera donna ha scritto centinaia e centinaia d'articoli, per tutti i giornali, su tutti gli argomenti, chiedendo lavoro a quanti poteva incontrare, non mercanteggiando mai, rassegnata a quel che le era dato, pur di vivere. Ma appunto in quell'eccesso di produzione, in quello sforzo pi che virile, la sua gentile spontaneit di un tempo si andava sperdendo, come nell'incoscienza affettuosa del temperamento poteva indebolirsi e smarrirsi la fierezza della donna.
"Eppure, in questa lotta inumana, senza requie, ella ha sempre portato un gran cuore, un insieme di debolezze delicate che il volgo giudica male perch non riesce ad apprezzarle: in mezzo a tutti gli errori del sentimento che sono fatali, ella porta un grande, un continuo, ostinato e nobile disinteresse. Avrebbe potuto facilmente essere una creatura trionfatrice o corrotta, e invece  una martire:  una vinta.
"Un cristiano direbbe:
"- Molto le deve essere perdonato perch ha molto amato.
"Un socratico:
"- Molto ha da perdonare agli altri costei che ha tanto amato."
*
Anche Matilde Serao esprimeva nel Mattino il suo dolore con quella vena esuberante che le era propria:
"Io non ho mai potuto incontrare la Contessa Lara senza provare meraviglia e piet. Meraviglia: giacch, vedendo il suo volto e le sue vesti, udendo la sua voce e le sue parole, comprendendo quel che pensava e quel che sentiva, la fantastica, poetica, e anche vituperevole leggenda tessuta intorno a lei, impallidiva, svaniva.
"La sua belt fulgida, irresistibile, la sua bizzarria di creatura complicata e misteriosa; la sua eleganza singolare, la sua completa mancanza di cuore; il suo disprezzo di ogni virt e di ogni pudore: ecco quello che era la leggenda della Contessa Lara, di questa povera infelice che  stata ammazzata ieri l'altro.
"Ebbene, gi dieci anni or sono la sua fragile belt di bionda era sfiorita, consunta: i suoi occhi erano stanchi e deboli, i suoi capelli erano arruffati, un po' incolti; e quel che  pi ella non aveva l'aria di preoccuparsi di questa decadenza. Vestiva alla meglio, nascondendo il suo viso sotto fitte velette, nascondendo la sua persona sotto un gran mantello, non seguendo la moda di cui parlava, spesso e bene, non trovando mai un'occasione di fare una grande toilette, non adornandosi mai dei pochi gioielli che possedeva; infine mancando del tutto di quella infernale civetteria e di quella squisita eleganza, con cui i suoi cronisti la ingiuriavano e la corteggiavano. Questo essere, accusato di avere in s un'anima complessa, nascondendo Dio sa quali profondi abissi di perfidia, viveva senza odio e senza fiele, incapace di dir male di una donna o di un collega di lavoro, incapace di invidiare, incapace di riportare una calunnia o un pettegolezzo; e cos, senza nessuna posa, semplicemente, fin troppo semplicemente, fino a far dubitare ch'ella fosse un ingegno acuto e un'anima vibrante.
"Questa poetessa accusata dei pi strani gusti andava da s borghesemente a comprare la cicoria per rendere il suo caff meno eccitante e meno costoso; quando, alla sera, la sua serva se ne andava, spesso ella si metteva uno scialletto sulla testa e andava a comprare un francobollo da un soldo dal tabaccaio della cantonata! ella andava in omnibus o a piedi, ella scriveva su carta comune, senza motto, senza suggello curioso, senza ceralacca a colori estetici; ella faceva delle economie: ella aveva persino, questa poetessa folle, un curatore delle poche migliaia di lire che possedeva, Narciso Pelosini, un avvocato, un deputato, che  morto anche lui!
"Questa sirena ammaliatrice che non aveva pi n bellezza, n eleganza, questa donna dallo pseudonimo romantico, che accomodava da s i suoi vecchi corsages aggiustandovi un fiocco di nastro, un merletto, questa crudele che amava tanto i bimbi, i fiori, gli animali, questa perversa era una creatura di fatica, un essere che passava ore ed ore a scrivere, senza stancarsi, senza troppo pretendere, non seccando n i direttori di giornali, n i lettori, lavorando quando gli altri si divertivano, e sciupando i suoi poveri occhi malati sulla carta, correndo da una redazione di giornale alla posta, vegliando tardi, mangiando in una trattoria o sovra un angolo di tavola.
"Ella produceva della prosa senza fine, e dei versi talvolta, bei versi limpidi, schietti, senza gelida preziosit, senza pretensioni psicologiche, ma che dicevano sempre qualche cosa di tenue e di appassionato: prosa gentile, un po' scialba, un po' prolissa, ma sempre piacevole alla lettura. Cos era questo mostro!
"Oh no, non voglio fare la sua apoteosi! Ella era una misera, ella ispirava una compassione grande e vana; poich nessuna delle bellezze morali, che possono rendere degna e tranquilla la vita di una donna le era ignota: tutte ella desiderava ardentemente di conquistare; la debolezza della sua volont, lo smarrimento dei suoi sensi, la mancanza di ogni energica ribellione al destino, tutte gliele hanno tolte."
Poi, narrava la vita della povera donna che le era divenuta cara, e proseguiva:
"Non questo ella aveva sognato sempre, dando il suo cuore e la sua persona. Non queste continue e ineffabili amarezze che dell'amore, bevanda inebriante di miele e d'assenzio, le davano solo il sapore del fango, ella aveva invocato dai suoi versi d'amore! La sua anima aveva dei voli larghi nei cieli della tenerezza e della passione, e la vita la teneva avvinghiata in un ambiente equivoco e falso; il suo cuore pestato e calpestato non cercava che una mano dolce e carezzevole per guarire....
"Quante volte i suoi amici hanno tentato di salvarla con affettuosi consigli, con ammonimenti, con intromissioni spesso non richieste! Ella aveva degli amici, la poveretta, che non erano stati mai suoi amanti e qualche amica che la compativa invece di biasimarla. Inutile opera quella del salvataggio!
"Ella ci credeva un poco; si metteva a vivere sola, quietamente per un poco; tentava di ridiventare una signora, come aveva tanto ambito di essere; era riconoscente con le lacrime agli occhi della stima che vedeva rinascere in chi la circondava; forse tornava in chiesa; parlava di nuovo di sua nonna, di sua madre, di una sorella che aveva avuta tanto cara.
"Ma a un tratto, tutto questo castello in aria, lieve, mobile, crollava, ella si faceva riprendere dal suo temperamento inquieto, dalla sua paura di esser sola, di essere abbandonata, ella s'innamorava e credeva d'essere amata; ella s'inebriava novellamente di ogni illusione puerile: ella capitolava innanzi a uno sguardo, a una parola amorosa! Perduta di nuovo, la Contessa Lara: perduta sempre peggio, e sempre pi infelice, sempre pi stanca, sempre pi curva sotto il peso della vita, sotto la soma dei suoi errori che Dio solo potrebbe chiamare colpe.
"Cos la piet che ispirava era inane e non scevra di un certo senso di spavento. Il buon Pasquale Stanislao Mancini, il suocero che le era stato padre, per vari anni, di lontano, segretamente si tormentava per lei e l'aiutava a volte nel pi grande mistero, e si turbava pensando al suo avvenire. Donna Grazia Pierantoni Mancini, nobilissima e virtuosissima signora, non poteva udir parlare di lei, che pure aveva offeso la sua famiglia cos gravemente senza pronunciare qualche sincera parola di compianto. Gli amici dicevano: Che sar mai di lei pi tardi? La vecchiaia che sar per questa povera donna, senza ricordi che non sieno di rossore, senza compagnia, senza conforto, senza mezzi forse? Morir essa dopo lunghi stenti, senza una mano che le chiuda gli occhi, carica di anni e di tristezza, avendo conosciuto tutti gli abbandoni? Niuno v'era che, vedendola declinare, ormai non si chiedesse quale sarebbe stato il duro, lungo e increscioso avvenire di vecchia, per la donna che non aveva avuta la forza di rispettare n se stessa, n l'amore. Ahim ella non  stata vecchia! Il brivido tenue di sgomento che ella c'ispirava, corrispondeva all'oscuro suo fato, a questo colpo di rivoltella, un sol colpo, che cos sicuramente l'ha presa, a questo assassinio commesso non per amore, non per gelosia, ma per laida vendetta d'interesse deluso: era il presentimento di una punizione tremenda che scendeva su lei, che era stata una donna, una signora, una scrittrice di gran talento, una poetessa e che era destinata a perire come una delle ultime perdute che uccide un amante ignoto!
"Ognuno di noi vedendola l'ultima volta ha avuto il sentore mistico di una catastrofe qualunque che la travolgesse: ed  stata travolta; e la piet di adesso, anche  vana, poich era detto che nessun uomo e nessuna cosa potessero mai giovare, beneficare, confortare la infelice".
*
Il giorno 3 dicembre il giudice istruttore Niceforo, insieme al cancelliere Tanganelli assistette all'autopsia che i dottori Amante e Granelli eseguirono sul corpo della Contessa Lara e da cui risult una ferita d'arma da fuoco alla regione epigastrica, penetrante in cavit, e peritonite diffusa.
Il 4 dicembre la piazzetta di San Bartolomeo all'Isola, era gremita di popolo, di artisti, di letterati, di giornalisti, di signore. Il carro di seconda classe era coperto di corone dei giornali cittadini, dell'Associazione della Stampa, di amici e ammiratori, dello scultore Ezeckiel, della famiglia Bottini, di Pierre Loti.
La bara di zinco che stava davanti alla camera incisoria fu benedetta dal parroco di San Bartolomeo, padre Benedetto Marcello dei Minori Osservanti, dal parroco di Sant'Andrea delle Fratte, padre Francesco D'Aversa, dei Minimi, e dal Vice-parroco Mascolo Catelli che aveva assistito la povera donna. Questi sacerdoti erano venuti volentieri, senza compenso, al funerale per spirito di carit e per renderlo pi solenne.
Alle dieci la salma fu tolta dal marmo della morgue che era stato ricoperto di rose tea mandate in grandi ceste da Firenze da due signorine dell'aristocrazia perch proprio se ne componesse un letto a quel povero corpo straziato! e fu messa nella bara, portata a spalla da amici e posata sul carro.
Reggevano i cordoni Evangelisti per La Tribuna, Boutet pel Don Chisciotte, Boccafurni per La Roma letteraria, Baffico per l'Associazione della Stampa, lo scultore Ezeckiel e Luigi Capuana. Una vera folla seguiva per Ponte Quattro Capi, Piazza Montanara, Piazza Aracli, Foro Traiano, Via Nazionale, Via San Lorenzo; e qui il corteo si sciolse. Solo pochi amici proseguirono fino al Verano dove attendevano un gruppo di signore e alcuni poveri che la Contessa Lara era solita beneficare, per darle un ultimo saluto e qualche fiore, fra indicibile commozione di tutti.
La bara, fu posta in un loculo di deposito al numero 139 a destra.
*
Intanto la Morosini da Creta era passata a Smirne dove giunse il 3 dicembre. Il 3 sera il tenente Ferruccio Bottini scese a terra e si rec al Cercle des trangers a leggere i giornali. Vi apprese il ferimento della sua povera amica, e dopo ore di terribile ansia la sua morte.
Alle due pomeridiane di quello stesso giorno 3 dicembre il notaio D'Angelo apriva il testamento della Contessa Lara. Erano presenti la signora Agrippina Bottini e il pretore del terzo Mandamento avvocato Mariano Petitto. Il testamento, tranne varii legati, era in favore del tenente Ferruccio Bottini a cui lasciava lire settantaduemila in denaro, e la cagna Isella. Si trov che la scrittura del testamento non era uguale a quella della firma, e perci qualora i parenti lo avessero oppugnato giusto ai termini dell'articolo 775 del Codice Civile, sarebbe stato annullato. Il tenente Ferruccio Bottini, appena seppe di questa eredit, si rec a Smirne dal console Conte Mancinelli e fece tutte le pratiche per la rinunzia, dichiarando che non avrebbe mai accettato nulla.
Esisteva un altro testamento della Contessa Lara scritto e firmato tutto di suo pugno in data 5 maggio 1895; ma la persona a cui favore era fatto, cred opportuno non valersene.
*
L'impressione che in tutta Italia aveva suscitato questa tragedia fu rivelata da una infinit di manifestazioni affettuose e pietose di noti ed ignoti che si rivolgevano ai giornali romani per esprimere i loro sentimenti. Larghissimo d'ospitalit fu il Don Chisciotte diretto da Luigi Lodi, dove Febea scriveva una rubrica Fra piume e strascichi con lo pseudonimo Diego de Miranda.
Fra le molte lettere giunte al Don Chisciotte ve n'era una in cui si narrava la visita di Eva Cattermole, giovanissima, bionda, idealmente bella, all'Educandato della Quiete a Firenze dove suo padre era professore. Si parlava della dolcissima memoria ch'essa vi lasci, della incantevole persona, dei modi soavi, del canto delizioso, che le convittrici non dimenticarono pi. Eva era allora in lutto per la morte della madre. E, quando la pregarono di cantare, la sua sensibilit vibr con tanta forza e delicatezza che vinse tutti i presenti. Ora le giovanette d'allora erano donne e alcune rievocavano piangendo quella poetica apparizione.
Una signora in lutto, sofferente e umile, la vedova del poeta Vittorio Solmini, port al Don Chisciotte tre lire, non potendo di pi, perch si comprassero dei fiori per la poetessa: pensiero e rimpianto della povera ammiratrice.
Lo scultore Ezeckiel promise di modellare un medaglione con l'effige della morta per il tumulo a Campo Verano. Un tale, certo Ernesto Nante, che volle per restare anonimo, perch non si credesse la sua offerta fatta a scopo di pubblicit, offr gratuitamente la lapide provvisoria in ferro a smalto.
L'avvocato Avellone fece sapere a mezzo della stampa ai congiunti della vittima che egli avrebbe accettato, senza alcun compenso, l'incarico di rappresentarli come parte civile nel processo contro l'assassino il quale gi dai primi interrogatori cercava d'infamare la memoria della vittima adducendo a suo discarico il movente della gelosia. Egli concludeva la sua lettera di offerta con queste parole:
"Evitare che la malintesa piet, sottraendo all'universale ribrezzo l'assassino, muti l'ambiente e converta un fatto brutale e malvagio in un omicidio passionale,  opera di alta moralit".
Persone anche sconosciute si rivolgevano a Diego de Miranda per avere autografi e ritratti della Contessa Lara. Febea rispose dalla sua rubrica:
"Le lettere della sventurata signora che Lei vivente ci parevano - Iddio ci perdoni - persino noiose per la insistente monotonia del medesimo argomento: la beneficenza, la carit, la piet, ora sono documenti preziosi e ricordi troppo rari perch'io voglia disseminarli pel mondo, e quanto ai ritratti, quel solo che io avessi ho voluto mandarlo a un amico che me lo chiedeva: a Salvatore Di Giacomo, il poeta profondamente sentimentale che pu intendere e sentire tutta la desolata e vana fatica di quella vita, tutta la tragica poesia di quella morte".
E continu per molti giorni l'invio da ogni parte d'Italia e anche dall'estero di denari per i poveri della Contessa Lara, invece che di fiori sulla sua fossa: e quanto profluire di versi da poeti noti ed ignoti!
Il Don Chisciotte non poteva pubblicarli tutti, e non ne pubblic nessuno. Un poeta di Genova, fra i noti, accettando di buona grazia l'inedito cui i suoi versi come tutti gli altri furono condannati, mand del denaro. Un altro poeta che si firmava Papiliunculus, certamente Cesario Testa, aveva mandato una poesia ispirata a tenerezza pietosa, che cominciava:
Sorgea, cadea dorato in su la sabbia
Ogni rosea mattina il tuo castello,
Povero colibr . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nino Martoglio scrisse pure una lirica in omaggio alla morta.
E non mancarono editori e privati che avrebbero voluto raccogliere l'interessante fiorita.
"Sono uno sconosciuto - scrive uno - e niente illustre. Desidero in ogni modo nel senso pi assoluto rimaner tale." Proponeva di trovare l'editore, di curare l'edizione, di assumere tutte le spese in caso di perdita, di ripartire poi il profitto fra i poveri in nome della Contessa Lara.
Scrisse, fra moltissimi altri, con umana piet della scomparsa anche Fanny Vanzi Mussini. Ma ci furono anche voci - e quelle di alcune donne furono le pi stridule - che in nome della morale offesa protestarono contro l'onda di piet che si era alzata dopo la tragedia. Polemizz la Vanzi Mussini, brevemente, arditamente, convinta della sua tesi, ma rifiut di polemizzare Febea.
"Tengo a dichiarare - scriveva - che in genere rifuggo dalla polemica che  esercitazione letteraria vana e antipatica. Nel caso speciale poi, sulla fossa di una povera creatura mite e innocua, ammazzata barbaramente, io non polemizzo, non ammetto si creda che io possa polemizzare, non permetto si pensi di polemizzare con me".
Giungevano a pacchi le lettere sdegnate dall'Italia e dall'estero per quegli articoli davvero poco cristiani contro la morta, e certo quello che Febea si decise a scrivere infine polemizzando, col titolo Logicamente, rappresentava il vero sentimento di quasi tutta l'opinione pubblica, verso la memoria della Contessa Lara.
Febea diceva che se la Contessa Lara invece che una donna fosse stata un uomo, un poeta, un giornalista laborioso e avesse vissuto del suo lavoro senza chiedere mai un soldo a nessuno; e avesse mantenuti scrupolosamente gli impegni presi con editori e direttori di giornali nessuno avrebbe trovato da ridire se solo - senza affetti, senza gioie n doveri n responsabilit di famiglia, - avesse amato concedersi, a giornata finita, un'ora d'amore.
"La donna  un essere umano come l'uomo - concludeva Febea - e vorrei che tutti coloro i quali riconoscono questa semplice verit dicessero di lei semplicemente e coraggiosamente: "S' perduto un bell'ingegno, una nobile operosit, un gran cuore".
E la tesi di Febea, anche se audace e spregiudicata, non  lontana da una superiore giustizia.
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Fra i motivi che spiegano la variet dei giudizi a cui furono sottoposte, non sempre benevolmente, l'opera e soprattutto la vita della Contessa Lara,  la differenza dell'atmosfera morale che essa, rimasta risolutamente e quasi esasperatamente romantica, trov nel realismo della nuova generazione. L'individualismo ad oltranza, l'affermazione del diritto naturale senza limiti n divieti di legge scritta, sociale o religiosa fu uno dei caratteri fondamentali del romanticismo, specialmente del romanticismo inglese da cui la Lara procedeva pi direttamente. Tutti conoscono la vita irregolare dei due corifei del romanticismo inglese Giorgio Byron e P. B. Shelley, e del poeta francese che al primo dei due s'ispir pi immediatamente, Alfred De Musset. Per quegli uomini e secondo la loro morale l'amore doveva essere libero, patto spontaneo, concorde e, occorrendo, fugace di due sensualit o di due sentimentalit. Rotto il legame, non esisteva pi alcun diritto n alcun dovere n dall'una parte n dall'altra. Chi paragoni la Contessa Lara a un'altra scrittrice vissuta molto prima di lei, e certo d'ingegno superiore, ma anche vissuta in diverse condizioni d'ambiente, s'accorger con un certo stupore come la Contessa Lara forse meno colpevole e disordinata dell'altra, sia stata sempre giudicata con una severit che  in aperto contrasto con l'indulgenza, e si direbbe la reverenza, con cui erano perdonate all'altra violazioni anche pi gravi della legge morale. George Sand comincia la sua carriera nel mondo con l'adulterio apertamente professato. Veste da uomo, fuma, beve assenzio, frequenta le taverne di Parigi, passa dalle braccia di Jules Sandean a quelle d'Alfredo De Musset, del dott. Pagello, a Michel de Bourges, a Chopin, e dopo la vita pi avventurosa, nonostante lo scandalo di Venezia e le famose invocazioni di Les nuits, muore vecchia, circondata dall'ammirazione dei contemporanei, dall'affetto del figliuolo, e sulla sua tomba non sono che lodi senza restrizioni e una celebrazione di gloria non offuscata da alcun ricordo severo. Di epoca e di societ diversa,  forse, ed  quello che in ogni vita pi conta, meno fortunata e meno forte. Anche la Contessa Lara comincia con l'avventura d'amore, ma fin da principio il suo destino  fosco di tragedia e di morte. Ha degli amanti in numero forse minore della sua illustre consorella, ma ciascuno di questi amori, invece di procurarle come all'altra maggiore notoriet, maggiore invidia, e maggiore fortuna,  bollato come un crimine nuovo. La Sand scrive dei romanzi per affermare e difendere il diritto assoluto della donna alla libert del sentimento. Questi romanzi non solo sono ammirati come opere d'arte, ma anche esaltati per la tesi che sostengono. La Contessa Lara scrive dei libri di poesia per cantare la sua passione, un romanzo d'amore e delle novelle per dire la sua piet verso gli umili, gli oppressi, i disgraziati del mondo, o anche il suo sincero fervore religioso. Ebbene, pochi avvertono la spontaneit, l'intimit, la bellezza di molte di queste opere d'arte, ma tutti si affrettano a gridare allo scandalo e all'ipocrisia: scandalo il confessare e descrivere sia pure in versi eleganti i propri amori illegittimi; ipocrisia il rappresentare dei sentimenti di bont, di carit, di dolcezza che tutti si ostinano a considerare come una menzogna, una posa, nella donna che si credeva lecito d'amare a volta a volta l'uomo che s'era prescelto.  evidente dunque, che se al tempo di George Sand l'atmosfera morale fosse stata quella realistica e borghese sorta in Europa col materialismo e il positivismo filosofico, George Sand sarebbe stata accusata, condannata, dispregiata, esecrata come fu poi da alcuni alla sua morte la Contessa Lara; e se questa invece fosse vissuta quando tutta la vita intellettuale d'Europa era impregnata d'individualismo romantico, la Contessa Lara non soltanto sarebbe stata perdonata ma forse celebrata e ammirata come una eroina della nuova libert femminile e del diritto di parit del sesso debole col forte. Perch in fondo la Contessa Lara, non diversamente da George Sand, visse come un uomo. Fu sinceramente persuasa che una donna anche in amore avesse gli stessi diritti dell'uomo. Ma si trov isolata col suo spirito d'indipendenza e non ebbe l'energia necessaria n una sua visione della vita da difendere.
Si aggiunga che la Sand ebbe tempo d'invecchiare mentre l'altra mor quasi giovane, assassinata, e non ebbe il tempo di placarsi, di rasserenarsi. La Sand ebbe figli, il maschio fu la sua tenerezza, l'altra no, bench il desiderio d'avere un figlio fosse il pi profondo della sua vita. E forse sarebbe stato la sua salvazione.
Lo stesso nome byroniano di Contessa Lara le port sfortuna: troppo tempo era passato dalla voga del byronismo, della libert sentimentale, della passione oltre e sopra il dovere, dell'individualismo assoluto.
Erano finiti i tempi in cui la rispettabilissima contessa Guiccioli, l'amante di Byron, poteva vivere col marito, e potevano essere i parenti di lei a richiamare Byron a Ravenna quando si era allontanato per un dissidio d'interessi col conte Guiccioli, perch la Teresa deperiva lontana dall'amato bene. Poi, dopo il 1820, quando i coniugi Guiccioli si separarono col consenso del Papa, essa seguit a ricevere Byron nella casa paterna finch un bel giorno non si decisero ad andare a vivere insieme a Pisa nel palazzo Lanfranchi.
Quando, alla morte di Byron, la Teresa si spos col marchese di Boissy, nessuno le rimprover d'essere stata adultera, d'aver vissuto con un uomo che non era suo marito. Caso mai la si accus di non essere stata abbastanza fedele a questo amore bench in onor suo avesse pubblicato due volumi. Lo stesso marchese di Boissy, filosofo e buontempone, quando gli chiedevano se per caso non fosse parente di quella contessa Guiccioli celebre per.... egli rispondeva tranquillamente: C'est elle-mme, elle-mme la matresse de Byron. Il blasone ne sembrava accresciuto.
La Contessa Lara ebbe un torto, s: quello di essere nata una generazione dopo di quella a cui essa spiritualmente apparteneva.
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CAPITOLO NONO.
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L'eredit della Contessa Lara. - L'asta pubblica. - La fuga del notaio. - Il processo. - Pietro Rosano e Salvatore Barzilai. - Nella fossa comune.
Guglielmo Cattermole, residente a Montecarlo al tempo in cui la sorella fu uccisa, ebbe da prima l'intenzione di costituirsi parte civile e di non permettere che il fratello Enrico, operaio tessitore a Prato, si unisse a lui. Egli credeva che questo fratello, e la sorella Esterina (suor Elena) fossero illegittimi e come tali li voleva esclusi da qualunque diritto verso l'eredit della morta. Ma, appurato poi che Enrico ed Esterina erano figli legittimi, si ritir completamente, e poich per ovvie ragioni non poteva sostituirlo suor Elena, questa parte fu assunta da Enrico, che si costitu parte civile, a mezzo del notaio Malenotti di Firenze, e in data 7 giugno '97. Suoi avvocati furono l'Onorevole Pietro Rosano di Napoli e Marino Ernesto Paglia. Essendo molto povero chiese il gratuito patrocinio.
Il capitano Eugenio Mancini non cred opportuno procedere per l'uccisione della moglie e lasci che la giustizia facesse il suo corso.
Una curiosa lettera mand al Giudice Istruttore un tale che firmava Raffaele Cherubini. La lettera era datata da Marciano Marina, 3 dicembre, e diceva:
"Siccome doveva possedere qualcosa, (l'Evelina Cattermole) in America, Repubblica di Venezuela, Caracas, trovasi una sorella legittima della Evelina Cattermole, vedova del fu Cherubini Giuseppe, mio fratello. Sposarono in Firenze nel 1864 o '65. Si chiama Eufrsina Cattermole ed ha tre figli. Il primo nacque qua. Eva fu la madrina, il giovane si chiama Agostino, oggi renitente di leva".
L'asta pubblica fu indetta a Roma nel '97 da un notaio per conto di parecchi eredi, con pubblicit anche sui giornali. La vendita di mobili, libri, gioie ed altri oggetti, si effettu nei giorni dal mercoled 17, al luned 22 marzo, alle ore 9, in Via Sistina, 27.
Questa vendita fu movimentata e vi accorse una folla elegante, anche per curiosit e capriccio. Si dice che furono disputati perfino alcuni fogli di carta sugante. L'ultimo giorno furono vendute cinque miniature firmate Courbet, le quali stimate da prima poche lire, dopo vivissima gara fra i pi noti negozianti ed amatori di Roma, furono aggiudicate per 1900 lire al signor Filippo Tavazzi. L'asta frutt 42.000 lire. Nulla di quello che aveva appartenuto alla scrittrice si pot salvare pei parenti, nemmeno gli oggetti pi cari ed intimi. Suor Elena avrebbe desiderato avere quel crocifisso assai prezioso che aveva ispirato alla poetessa il noto sonetto, ma non fu possibile ottenerlo.
Delle novantamila lire che la Contessa Lara aveva ricavato dalla vendita della casa di Firenze alla signora Bemporad ne restavano alla sua morte settantaduemila. L'asta, come si  detto, ne frutt quarantaduemila. Il fratello Enrico che era allora un ragazzo povero, non ebbe che duemila lire. A chi and tutto il resto? Non indaghiamo. Il notaio poco tempo dopo i fatti che abbiamo narrati, scomparve da Roma in circostanze drammatiche. Si favoleggi perfino che si fosse rifugiato in Vaticano per sfuggire ad azioni giudiziarie, riguardanti altri interessi, di altre persone. E da quell'epoca nessuno lo vide pi.
Suor Elena poi, interrogata in proposito, non sa nemmeno per conto di chi si sieno continuati a vendere i libri della sorella, n chi abbia riscosso i diritti di autore.
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Il processo contro l'omicida che avrebbe dovuto aver luogo il 2 agosto '97 fu rinviato per malattia dell'avvocato di parte civile Piero Rosano, colui che alcuni anni pi tardi doveva morire suicida per gravi sciagure domestiche.
La prima seduta fu il 3 novembre. L'imputato era difeso dall'avvocato Salvatore Barzilai.
Il pubblico fu disgustato dal cinismo dell'assassino che per difendersi continuava a gettar fango sulla memoria della vittima.
Quando, dopo aver deposto come testimone, Ferruccio Bottini pass vicino alla gabbia, il detenuto gli disse con odio:
- Ci rivedremo.
E l'altro, con odio certo non minore:
- Lo spero anch'io.
La sentenza pronunciata il 10 novembre condannava l'assassino a undici anni e otto mesi di reclusione.
Intanto una sottoscrizione fu aperta su un periodico, affinch la povera morta avesse un posto suo nel Camposanto. Non facciamo il nome di quel periodico n del suo direttore - anch'egli morto - poich questo libro non vuole muovere accuse contro nessuno, e tante ce ne sarebbero, e per tanti! Ma di quei denari, dati da amici e amiche, da ammiratori, da bambini (all'autrice di Una famiglia di topi), non si seppe pi nulla e i resti della Contessa Lara, passato il limite di tempo prescritto dalla legge, furono gettati nella fossa comune.
Tre anni dopo De Bosis scrisse a Febea, su un foglio del Il convito questa lettera molto umana. Ma ogni buona intenzione parve spezzarsi contro la fatalit insormontabile:
"24 del '99.
"Mia gentile amica,
"Voi avete come sempre per le cause nobili e buone, speso pi di una parola autorevole in memoria e in difesa di una donna, che fu perseguitata dalla infelicit pur oltre la morte. Ed ora alla vostra voce si unisce quella della nostra illustre amica Matilde Serao a reclamare per la Contessa Lara la carit d'una tomba: dir meglio, perch a Evelina Cattermole sia almeno riconosciuto questo estremo diritto.
"Io riconosco che il vostro, da un pezzo, e ora il nuovo appello che fa nel Mattino di oggi Matilde Serao suonano come un rimprovero nell'animo dei non immemori - e sembrami che sia ora, non di andar cercando il nome degli ingenerosi o dei ladri, ma di provvedere.
"Io so di parecchi che si unirebbero volentieri a quest'opera doverosa. Volete che io e voi (voi mettendo la vostra autorit e io l'operosit mia perch a voi sieno tolti i fastidi) facciamo cessare la dolorosa ingiustizia? Quanti troveremo (e non saran pochi) amici o compagni di lavoro o semplici ammiratori dei libri della povera uccisa, si obbligheranno a pagare una quota delle spese non greve: e le misere ossa avranno un po' di pace nel loro sepolcro.... e noi nella nostra coscienza.
"Vostro affettuosamente
"ADOLFO DE BOSIS."
Un altro poeta, Giovanni Bertacchi, dett questa commossa epigrafe rimasta sulla carta:
EVA
COLPEVOLE E MARTIRE
REIETTA, ESULE E DOLENTE
RIVISSE IL SUO DESTINO NEL CANTO
GIUNSE PER L'AMORE ALLA MORTE
AMANDO; MORENDO
ESPI
La Contessa Lara aveva cantato, a proposito dei suoi gioielli:
... a 'l Monte od a l'Incanto
Saran vendute, povere memorie,
Per comprarmi due zolle in camposanto.
E s'era illusa, come sempre! Fu invece esaudita nel desiderio che un giorno di amara ironia le aveva fatto esprimere in giovinezza:
Non m'aggravate il tumulo di croci.
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FINE.